Una storia spesso di lotta ‘per’ la costruzione di un Paese libero e liberale e spesso, quasi sempre, di lotta di giovani
Ieri, si è celebrato l’anniversario della Repubblica e, una volta di più, il nostro Presidente della Repubblica ha preso una iniziativa singolare e semplicemente bella: la proposta a qualunque cittadino di dire, attraverso il cellulare, cosa la Repubblica significhi per lui.
Io non so usare queste cose moderne e complicate, anche perché ho qualche anno di più della Repubblica. Ma mi prendo la libertà, qui, di esprimere un mio pensiero per quel poco o nulla che valga.
In particolare perché per me la Repubblica è sostanzialmente e da sempre ‘semplicemente’ l’Italia come comunità, indipendente da confini e territori, una comunità di cultura, ma mai, come si pretende spesso oggi, in quanto nazione diversa e superiore ad altre. Il fascismo ci ha provato, l’Italia, anche allora, ha fatto finta di crederci … cioè ha obbedito per “quieto vivere”, come sempre prima e sempre dopo.
Quell’Italia, dico, che fu voluta come stato unitario da tanti tantissimi giovani entusiasti e convinti, coraggiosi e leali, anche quando, appunto, perfettamente conosci di essere tra loro diversi, ma tutti ‘usati’ da una gran parte della politica del tempo … e di oggi. Quei giovani, infatti, che combatterono e si “contentarono” per così dire, il 17 Marzo 1861, di leggere in una legge n. 4671 che il Re Vittorio Emanuele II, re di mille cose, disponeva «Il Re Vittorio Emanuele II assume per sé e suoi Successori il titolo di Re d’Italia». Legge controfirmata da Cavour, Minghetti, Mamiani … nomi ormai storici e fondamentali allora.
Tanto storica e vissuta come “in diretta” nel suo svolgimento culminato in quella legge, che il mio bisnonno, Gaetano Arangio-Ruiz, patriota entusiasta, ne trasse spunto per scrivere, credo, il primo manuale sistematico di diritto costituzionale dell’Italia unita, dove da ogni riga traspare il rigore scientifico e l’entusiasmo, ma anche il rispetto per gli avversari, anzi i nemici pur così fino ad allora ‘odiati’, con l’irreversibile rispetto per le istituzioni e le loro regole: quelle di allora. Anche per un minuscolo giurista come me, una lettura emozionante.
Tanto più che la sua vita si concluse da fermo antifascista.
Antifascismo, che trasmise al figlio, Vincenzo, mio nonno, che trovò il modo, senza “eroismi”, di ricoprire una cattedra all’estero pur di non prestare giuramento al fascismo. E infatti, già nel 1943, ma anche da prima, partecipò all’organizzazione della lotta al fascismo, per la quale assunse la presidenza del Comitato di Liberazione Nazionale dell’Italia meridionale e in particolare di Napoli. Ma appunto, fedele all’Italia e alle sue istituzioni, pur tanto compromesse e combattutespecie nelle giornate della liberazione di Napoli, si oppose con successo alla tentazione di una parte del CLN Italia Meridionale di nominare un Governo prima del 1944, aderendo invece, come Benedetto Croce al Governo Badoglio del 1944.
Nel rispetto delle istituzioni continuò la sua vita, uscendo prestissimo dalla politica non riuscendo nemmeno eletto alla Assemblea Costituente: in silenzio.
Ma, per me, insieme a mio Padre, mandato a combattere in Russia, dove oggi si combatte di nuovo, restano ferme le idee del rispetto delle istituzioni, da combattere se del caso, ma mai con la violenza e meno che mai con la guerra.
La Repubblica, dunque, è per me questa storia: una storia spesso di lotta ‘per’ la costruzione di un Paese libero e liberale e spesso, quasi sempre, di lotta di giovani.
Quei giovani per lo più dimenticati ed isolati quando non semplicemente bistrattati e criminalizzati, destinatari di una scuola tragicamente asfittica e di una Università non molto migliore, benché entrambe capaci di formare nella scienza e nella tecnologia, anche se molto meno o quasi nulla nella cultura.
Eppure, quei giovani, che hanno ‘fatto’ l’Italia sono, ancora e di nuovo oggi, il vero trascuratissimo patrimonio della nostra Italia e della sua splendida Costituzione, non solo antifascista, ma aperta come poche altre alla Comunità internazionale e all’idea fondamentale della uguaglianza di razza, sesso e religione, idee che abbiamo contribuito validamente, se pur sempre in modo riluttante, a rendere il principale patrimonio dell’Europa, insieme alla concezione dello stato di diritto, oramai, temo, “fuori moda”.
Oggi, alla fine di questo lungo percorso, sono di nuovo i giovani che potranno impegnarsi per superare una fase di declino intellettuale, industriale e politico senza precedenti, salvo forse gli ultimi anni prima della conquista del potere da parte del fascismo: un declino tutto di fonte politica, anzi politicante. Assistiamo infatti, ad una diffusione inarrestabile di un pensiero unico, ma subalterno a volontà non controllate, né sempre facilmente individuabili.
Siamo, dico di più, ad una ri-edizione di una monarchia assoluta, che pure abbiamo cacciato con disgusto quando era ‘costituzionale’, una monarchia del tutto indifferente ai “valori” italiani o europei che siano o anche più generalmente umani. Non vale più, infatti il solito riferimento sconsolato alle mitiche ‘multinazionali’ che tanti danni hanno fatto e continuano a fare. Oggi quelle multinazionali sono diventate imperi personali di semplici esseri umani, il cui potere è determinato dalla ricchezza enorme e dalla altrettanto enorme spregiudicatezza, che non si pone alcun problema che non sia il guadagno, il proprio guadagno, al di là e al disopra dei singoli stati o organizzazioni di stati.
In questa tela di sacco fitta e oscura, cadiamo ogni giorno di più noi tutti, che ripetiamo ‘giudizi’ altrui, usiamo parole altrui, consumiamo cibi ‘decisi’ da tutti fuor che da noi. E molti, moltissimi, ed in ispecie molti sedicenti governi si adeguano a questa nuova realtà, salvo a stupirci o ‘sdegnarci’ per certi crimini sempre più selvaggi, che nascondono efficacemente i massacri di uomini condotti freddamente da quei monarchi. E salvo ad imprecare contro la lontananza dei ‘giovani’, a loro volta spesso dispersi in questa melma di luoghi comuni e di indifferenza, ma dotati, lo abbiamo visto pochi mesi fa, di una capacità di sintesi e di reazione e di indignazione impreviste, che però non trova una forma di manifestazione organizzata e pienamente consapevole.
Ottanta anni, oggi, di una Repubblica frutto come l’Italia stessa, di lotta e sangue, ma di nuovo sulla soglia dell’indifferenza e dell’adattamento al pensiero unico e all’odio e al disprezzo degli ‘altri’: proprio noi, un Paese tutto fatto di ‘altri’. E nello stesso giorno in cui Unicredit compra, grazie alla UE, Commerzbank nonostante l’opposizione della “intoccabile” Germania!!!!!
