È probabile che, qualora la Casa Bianca desse il via libera a un accordo con Teheran, il governo israeliano finisca per allinearvisi

 

La guerra con l’Iran ha messo in luce molte delle tensioni che esistono oggi fra Stati Uniti e Israele. Se il conflitto risponde bene agli interessi politici e di sicurezza dello Stato ebraico, non si può dire altrettanto di Washington. Donald Trump è arrivato alla Casa Bianca promettendo ai suoi elettori un paese meno esposto sulla scena mondiale e forze armate così forti da non rendere necessario il loroimpegno sul campo. È l’idea della ‘pace attraverso la forza’ (‘peace through strength’) che il presidente aveva già lanciato durante il suo primo mandato. Le cose, però, sono andate in modo molto diverso. Il fronte ucraino resta aperto, almeno a livello diplomatico; c’è stato il primo intervento in Iran, nel giugno 2025; quello in Venezuela; le tensioni intorno a Cuba, recentemente tornate in primo piano. Tuttavia, quella che la Casa Bianca fa sempre più fatica a ‘vendere’ all’opinione pubblica interna e internazionale è proprio l’attuale guerra contro l’Iran, una guerra i cui costi, in questo momento, superano di gran lunga i benefici e che – nonostante gli sfoggi muscolari e gli accordi ripetutamente annunciati – appare ancora lontana da una composizione definitiva.

L’esito della bozza di accordo di cui si è discusso negli ultimi giorni resta incerto. Trump ha già fatto sapere che la sua firma è condizionata al fatto che l’accordo sia “un buon accordo per gli Stati Uniti”; una formula che, se da una parte dice poco sui suoi contenuti effettivi, dall’altra lascia ampi spazi per una retromarcia dell’ultimo minuto. Nel frattempo, anche se punteggiata da incidenti, la tregua negoziata agli inizi di aprile continua, bene o male, a reggere. Resta inoltre la questione di quale posizionesceglierà di assumere Israele. Il primo ministro Netanyahu ha espresso più volte la sua contrarietà a un accordo con l’Iran, raccogliendo il sostegno dei falchi del suo esecutivo, fra cui il ministro della Sicurezza nazionale, Itamar Ben-Gvir. All’inizio, Gerusalemme non nascondeva la speranza di giungere alla caduta del regime iraniano, un’eventualità che è vista con preoccupazione da vari stati della regione, soprattutto per il vuoto di potereche ne potrebbe derivare. Più recentemente, Netanyahu ha aperto alla possibilità di un accordo, a patto che questo affronti anche il dossier nucleare, un tema che i vertici della Repubblica islamica vorrebbero invece stralciare dalle trattative.

Al di là dei tatticismi, il riposizionamento israeliano risponde a diverse ragioni. In primo luogo, la guerra ha permesso allo Stato ebraico di conseguire risultati importanti sul campo di battaglia. I successi in Libano hanno ridotto notevolmente le capacità di Hezbollah e dei suoi riferimenti iraniani di condizionare il quadro di sicurezza libanese. Anche la capacità operativa di Teheran è stata intaccata in modo significativo. Sebbene la strategia di decapitazione dei vertici della Repubblica islamica non abbia portato alla loro caduta, gli effetti sono stati pesanti e il periodo di assestamento dei nuovi equilibri potrebbe durare a lungo. Gerusalemme si può quindi ritenere soddisfatta dell’esito della campagna, tenuto conto che la firma di un accordo fra Teheran e Washington non pare destinata a intaccare più di tanto la sua posizione, né a ridurre i suoi spazi di manovra. Infine, se la Casa Bianca riuscisse in qualche modo a coinvolgere le monarchie arabe del Golfo nel futuro quadro di sicurezza, ciò potrebbe andare a ulteriore vantaggio di Israele, che con il Bahrein e gli Emirati Arabi Uniti intrattiene già rapporti formali nel quadro politico-istituzionale definito dagli Accordi di Abramo.

È quindi probabile che, qualora la Casa Bianca desse il via libera a un accordo con Teheran, il governo israeliano finisca per allinearvisi. Sul piano politico, Benjamin Netanyahu ha molto da perdere nel vedere l’amministrazione amica invischiata in un conflitto i cui costi politici appaiono – come già detto – molto superiori ai benefici prevedibili. L’avvicinarsi delle elezioni di midterm e la possibilità che queste riportino almeno una camera del Congresso nelle mani del Partito democratico spingono in questa direzione. Nella stessa direzione spinge la constatazione che, dall’accordo in discussione, potrà emergere soltanto un assetto provvisorio. I punti di contrasto fra le diverse parti sono troppi per giungere a una loro rapida composizione. D’altro canto, tutti quanti hanno bisogno, al momento, di guadagnare tempo, anche se per ragioni diverse. È questa necessità condivisa, forse, il miglior cemento dell’accordo; anche se Donald Trump ci ha da tempo abituato a una condotta imprevedibile e se la leadership iraniana, sopravvalutando la sua attuale posizione di forza, potrebbe tentare di alzare troppo la posta, con il risultato di fare saltare il banco.

Di Gianluca Pastori

Gianluca Pastori è Professore associato nella Facoltà di Scienze politiche e sociali, Università Cattolica del Sacro Cuore. Nella sede di Milano dell’Ateneo, insegna Storia delle relazioni politiche fra il Nord America e l’Europa e International History; in quella di Brescia, Storia delle relazioni e delle istituzioni internazionali.