“La mossa ha senso dal punto di vista della produzione di petrolio e dal punto di vista del futuro degli Emirati Arabi Uniti. Il conflitto in Iran ha anche aperto il Vaso di Pandora delle divergenze politiche con l’Arabia Saudita ed è stato visto da Dubai come un buon momento per separarsi finalmente”. L’intervista ad Adi Imsirovic (Università di Oxford)
Con una nota ufficiale del ministero dell’Energia, gli Emirati Arabi Uniti hanno reso noto l’addio, dal primo maggio, dopo quasi sessant’anni di adesione, dall’OPEC e dalla più ampia struttura dell’OPEC+ (comprendente anche altri 10 Paesi tra cui la Russia). Un duro colpo per l’organizzazione dato che gli Emirati sono il terzo produttore del gruppo. Secondo alcuni dati ufficiali, nel 2022 il Paese produceva 4 milioni di barili al giorno, oltre il 4% del totale a livello mondiale.
“È giunto il momento di indirizzare i nostri sforzi verso ciò che i nostri interessi nazionali richiedono”, si legge nel comunicato. Si tratta di un linguaggio misurato, quasi neutrale, scelto per trasmettere una decisione che in realtà è tutt’altro che neutra. Questa scelta arriva infatti in una fase di forte instabilità del mercato petrolifero: con lo stretto di Hormuz chiuso da settimane a causa delle operazioni militari iraniane, il prezzo del petrolio ha superato i 110 dollari al barile, mentre i tentativi di mediazione tra Stati Uniti e Iran procedono senza risultati significativi. Teheran ha avanzato una nuova proposta – riaprire lo stretto, attraverso cui passa circa un quinto del petrolio globale, in cambio della fine del blocco navale statunitense e rinviando la questione nucleare a un momento successivo – ma Washington ha reagito con scarso entusiasmo.
Secondo diversi osservatori, il conflitto ha accelerato tendenze già in atto. Come sottolineato dal Financial Times, gli Emirati Arabi Uniti sostengono da tempo l’importanza di sfruttare al massimo la propria capacità di esportazione per monetizzare le risorse, finanziare la fase successiva di sviluppo e prepararsi a un futuro oltre il petrolio.
A chi si interrogava sul perché di una simile decisione proprio in una fase di grande volatilità, Abu Dhabi ha fornito una risposta diplomatica: una visione strategica di lungo periodo, lo sviluppo del settore energetico e la tutela degli interessi nazionali. “La nostra uscita in questo momento è appropriata – ha dichiarato il ministro dell’Energia Suhail Al Mazrouei – perché avrà effetti minimi sui prezzi e sui nostri partner dell’OPEC e dell’OPEC+”. Tuttavia, questa spiegazione tecnica non è sufficiente a chiarire la portata politica della scelta. Gli Emirati rappresentano infatti il terzo produttore all’interno dell’OPEC, con una capacità di circa 4,8 milioni di barili al giorno e una riserva inutilizzata inferiore solo a quella dell’Arabia Saudita.

Abu Dhabi si è unita all’OPEC come nono membro nel 1967, quattro anni dopo che le esportazioni sono svolte per la prima volta dal terminal di Jebel Dhanna. Il seggio è stato trasferito agli Emirati Arabi Uniti federali dopo la sua formazione nel dicembre 1971, con ADNOC stabilito giorni prima dallo sceicco Zayed bin Sultan Al Nahyan.
L’embargo petrolifero arabo del 1973 e il successivo quadruplicamento dei prezzi di riferimento dell’OPEC hanno stabilito Abu Dhabi come un affidabile produttore allineato ai Sauditi, un posizionamento che persistette attraverso il crollo dei prezzi del 1986, la guerra del Golfo del 1990 e il patto di Riad del 1998 che ha seguito il crollo del paniere dell’OPEC a una cifra.
Le tensioni sono emerse ripetutamente sulla base delle quote. Il sistema di quote dell’OPEC, introdotto nel 1982, è stato calibrato rispetto alla produzione di Abu Dhabi mentre veniva applicato alla produzione a livello degli Emirati Arabi Uniti, un’asimmetria che ha prodotto controversie croniche di conformità negli anni ’80.
Se quando gli Emirati aderirono all’organizzazione nel 1971, Abu Dhabi era un stato petrolifero nascente con una produzione modesta, oggi, estrae quasi 4 milioni di barili al giorno, rivaleggiando con Iran e Kuwait, e possiede le seste riserve petrolifere più grandi al mondo. Tuttavia, le quote dell’OPEC – concepite per sostenere i prezzi limitando l’offerta – sono entrate in conflitto con le loro ambizioni. Già nel 2021, Abu Dhabi si è già scontrata con l’Arabia Saudita sui tagli alla produzione, chiedendo un livello di produzione più elevato.
Restare nel gruppo avrebbe significato rinunciare a profitti immediati per rispettare le limitazioni imposte dall’Arabia Saudita, percepite dagli Emirati anche come un modo per mantenere sotto controllo gli altri produttori. Una valutazione simile era stata fatta dal Qatar nel 2018, quando decise di lasciare l’organizzazione. Con la loro uscita, il cartello perde tra il 12 e il 15% della propria capacità produttiva, quindi, in caso di necessità di aumentare l’offerta per abbassare i prezzi, l’OPEC – e, dunque, Riyadh – si troverebbe privata di uno strumento cruciale.
Dietro le motivazioni ufficiali – in particolare il malcontento di Abu Dhabi per quote produttive ritenute da anni troppo basse rispetto alle proprie capacità – si celerebbe una divergenza più profonda con l’Arabia Saudita. Secondo l’Istituto di studi strategici di Tel Aviv, i rapporti tra i due paesi sarebbero passati dalla competizione a una vera e propria rivalità. Mentre Riyadh promuove un ordine regionale basato su gerarchia, integrità territoriale e de-escalation – una strategia pensata per proteggere i confini e garantire la stabilità interna – gli Emirati puntano ad accrescere la propria influenza attraverso porti, milizie e una maggiore libertà di azione negli stati fragili. Nel tempo, il principale terreno di scontro è stato lo Yemen, dove la coalizione nata nel 2015 contro gli Houthi si è progressivamente dissolta, trasformandosi in una competizione indiretta. Le aree di confronto si sono poi estese ad altri contesti come Sudan, Somalia, Libia e il Corno d’Africa, dove i due paesi appoggiano attori differenti e spesso contrapposti. A ciò si aggiunge un diverso approccio alla transizione energetica: Abu Dhabi ha investito molto nel turismo e nella finanza e ritiene necessario accumulare risorse per sostenere la diversificazione economica prima che la domanda globale di petrolio diminuisca.
In questo quadro si inserisce anche il fattore iraniano. La reazione di Teheran agli attacchi israelo-statunitensi ha colpito gli Emirati in modo più diretto rispetto all’Arabia Saudita: Abu Dhabi è stata la capitale più bersagliata da missili e droni cosi come le sue petroliere, e la chiusura dello stretto di Hormuz ha fortemente limitato le sue esportazioni, rendendo sempre meno sostenibile la permanenza in un’organizzazione che include ancora l’Iran. In questa prospettiva, il conflitto ha accelerato una rottura già in gestazione.
Gli Emirati, uscendo dall’OPEC, acquisiscono maggiore potere contrattuale nella sua crescente partnership con Israele e la rivalità con l’Arabia Saudita. Gli “accordi di Abramo” del 2020 hanno rafforzato i legami economici tra gli Emirati e Israele, compresa la cooperazione energetica con un accordo di 12 miliardi di dollari per lo sviluppo di giacimenti di gas offshore, una mossa che aveva irritato Riad.
A detta di Kenneth Rogoff, ex numero uno del FMI, la mossa emiratina avrà «conseguenze geopolitiche enormi, ben al di là del rialzo del greggio». Se a livello regionale la decisione degli Emirati preannuncia nuove tensioni – rappresentando un chiaro segnale di autonomia strategica che Riyadh difficilmente ignorerà – sul piano globale c’è almeno un attore che potrebbe trarne beneficio: gli Stati Uniti guidati da Donald Trump. L’obiettivo non troppo nascosto degli Emirati è di certo un rafforzamento dei legami con gli Stati Uniti e Israele (anche in virtù degli Accordi di Abramo) -che, peraltro, pochi giochi fa ha consegnato un nuovo stock di sistemi di difesa missilistica, cruciale per contrastare gli attacchi iraniani- ma è anche un segnale di allineamento alla politica dura di Washington e Tel Aviv su Teheran.
Di contro, liberati dai vincoli delle quote OPEC, gli Emirati potranno infatti aumentare la produzione a loro discrezione, contribuendo a ridurre il prezzo del petrolio e, di conseguenza, quello della benzina negli Stati Uniti, attualmente oltre i quattro dollari al gallone, il livello più alto dal 2022. Quando lo stretto di Hormuz verrà riaperto e i flussi torneranno alla normalità, il mercato si troverà quindi di fronte a un grande produttore svincolato dalle restrizioni del cartello, pronto ad aumentare significativamente l’offerta. Per il presidente americano, in un momento di calo nei consensi, questo potrebbe rivelarsi un vantaggio significativo.
Intanto, però, la risposta al clamoroso addio emiratino all’OPEC non si è fatto attendere. Sette paesi OPEC+, l’organizzazione degli storici Paesi produttori di petrolio, ma comprensiva di altri Paesi non fondatori, Russia su tutti, che avevano implementato tagli volontari alla produzione petrolifera hanno raggiunto un accordo per aumentare la produzione di 188 mila barili al giorno a partire da giugno. “Nel loro impegno collettivo a sostegno della stabilità del mercato petrolifero, i sette Paesi partecipanti hanno deciso di implementare un adeguamento della produzione di 188.000 barili al giorno, in aggiunta agli ulteriori adeguamenti volontari annunciati nell’aprile 2023. Tale adeguamento sarà implementato nel giugno 2026”, si legge in un comunicato stampa diffuso al termine di una teleconferenza tra Arabia Saudita, Algeria, Iraq, Kazakistan, Kuwait, Oman e Russia.
Negli ultimi anni l’OPEC aveva già subìto altri addii – l’Indonesia nel 2016, il Qatar nel 2019, l’Ecuador nel 2020 e l’Angola nel 2023 – e ogni volta si è puntualmente parlato di una suo collasso imminente. Previsioni simili si sono rivelate sempre sbagliate, ma ora le cose potrebbero andare diversamente? Lo abbiamo chiesto ad Adi Imsirovic, esperto di sistemi energetici presso il Dipartimento di Scienze ingegneristiche presso l’Università di Oxford.

Dottor Imsirovic, che idea si è fatto dell’uscita degli Emirati dall’OPEC? Perché proprio in questo momento? È una conseguenza della guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran oppure questo conflitto è stato anche usato come pretesto?
Questa possibile decisione è stata discussa nei circoli petroliferi per mesi. Ha senso dal punto di vista della produzione di petrolio e dal punto di vista del futuro degli Emirati Arabi Uniti. Gli Emirati Arabi Uniti sono molto più avanti rispetto ai loro colleghi del Golfo nella transizione energetica e hanno bisogno del prezzo del petrolio inferiore a 50 dollari per coprire i loro requisiti di bilancio. Gli Emirati Arabi Uniti possono vedere una crescente concorrenza dall’esterno del cartello a prezzi elevati e vogliono evitare di avere beni bloccati (petrolio nel terreno). Hanno investito oltre 150 miliardi di dollari in nuovi impianti di produzione e non vogliono tenerli inattivi mentre i produttori non-OPEC beneficiano di prezzi elevati. Questo conflitto ha anche aperto il Vaso di Pandora delle differenze politiche con l’Arabia Saudita (Sudan, Yemen, pressione ineguale dall’Iran) ed è stato visto dagli Emirati Arabi Uniti come un buon momento per separarsi finalmente.
Emirati Arabi Uniti e OPEC: è stata una storia lunga e tumultuosa. Ce la puoi raccontare?
Gli Emirati Arabi Uniti non sono uno dei membri fondatori. Si sono uniti nel 1967, ma sono stati un fidato tenente per i sauditi per molti anni. È stata la storia più recente ad aprire le differenze nelle visioni del futuro dell’energia.
Quali sono i vantaggi e gli svantaggi di appartenere all’OPEC per un Paese produttore? E facendo un bilancio, sono più i pro o più i contro?
Dipende da dove ti trovi nell’OPEC. Gli Emirati Arabi Uniti facevano parte del nucleo dell’OPEC. In quanto tali, hanno beneficiato della conoscenza interna del funzionamento e delle decisioni del cartello. Ma, nei tempi difficili, ci si aspettava che sopportassero il peso delle difficoltà.
Gli Emirati garantivano all’OPEC anche una “capacità produttiva in eccesso”. Cosa significa?
Solo l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti avevano una capacità in eccesso. Questa capacità ha offerto al cartello la flessibilità di aumentare la produzione oltre le quote concordate. Era un modo per bilanciare il mercato, ma anche una minaccia per tutti gli altri produttori di non “attraversare il limite” con la propria produzione. Era l’arma principale dell’OPEC per disciplinare tutti gli altri produttori.
L’uscita di Abu Dhabi sancisce che il modello di governance del petrolio basato sul coordinamento tra produttori non è più l’unica opzione possibile e che, nel mercato petrolifero, vince chi produce senza regole e perde chi le comanda?
Gli Emirati Arabi Uniti pensano che i giorni del petrolio e dell’OPEC siano finiti ed è probabile che vedremo una concorrenza tra i produttori di petrolio per rifornire il mercato in modo che possano evitare il petrolio bloccato nel terreno.
Ci sono conseguenze dell’uscita degli Emirati dall’OPEC sull’OPEC+?
Non saranno al corrente della cerchia ristretta dei decisori, ma a breve termine (e forse a lungo termine) potrebbe non avere importanza.

Riad ha continuato nelle ultime settimane ad esportare molto più petrolio degli altri paesi del Golfo grazie ai terminal sul Mar Rosso. Gli Emirati possono contare, invece, sull’oleodotto Habshan–Fujairah. Cosa sappiamo di questa infrastruttura?
Il gasdotto trasporta circa 1,5 mbd di petrolio (può essere spinto a 1,7). Aggira il SOH e finisce a Fujairah, un porto di acque profonde con ampie strutture di stoccaggio. È un’ancora di salvezza per il paese.
L’ADNOC (Abu Dhabi National Oil Company) ha annunciato l’impegno a investire 55 miliardi di dollari in nuovi progetti nei prossimi due anni, confermando “l’accelerazione della crescita e dell’attuazione della propria strategia con l’assegnazione” di nuovi programmi per il periodo 2026-2028. In cosa consiste?
Non sono sicuro dei dettagli, ma il loro impegno era per una maggiore produzione, lavorazione e infrastrutture.
In queste ore, Arabia Saudita, Russia, Iraq, Kuwait, Kazakistan, Algeria e Oman, tutti Paesi OPEC, hanno deciso di aumentare la propria produzione petrolifera con ulteriori 188.000 barili al giorno a partire da giugno. Jorge Leon, analista di Rystad Energy, ha dichiarato all’Afp che il cartello intendeva lanciare “un messaggio a doppio senso”: l’uscita degli Emirati Arabi Uniti non avrebbe compromesso il funzionamento dell’Opec+ e che il gruppo continua a esercitare il controllo sui mercati petroliferi globali nonostante le massicce perturbazioni del commercio petrolifero causate dalla guerra. Secondo alcune analisi, sebbene sulla carta la produzione sia in aumento, l’impatto reale sull’offerta fisica rimane molto limitato a causa dei vincoli dello Stretto di Hormuz, non si tratta tanto di aggiungere barili, quanto piuttosto di segnalare che l’OPEC+ continua a dettare le regole. Sei d’accordo?
Questa è stata una decisione simbolica, ma piuttosto priva di significato. Finché il SOH è chiuso, è tutto accademico. In ogni caso, non ho mai creduto che l’OPEC+ fosse importante. Il “+” era essenzialmente solo la Russia, e la Russia non ha mai fatto nulla per aiutare, se non mascellare il mercato, massimizzando le proprie entrate.
“La nostra uscita in questo momento è giusta – ha detto il ministro dell’Energia emiratino Suhail Al Mazrouei – perché avrà un impatto minimo sui prezzi e sui nostri amici dell’OPEC e dell’OPEC+”. È possibile che si scateni una guerra dei prezzi tra Paesi produttori di petrolio?
Sì, di sicuro. Ma non presto. Dopo l’apertura del SOH, il mondo avrà bisogno di accumulare scorte, quindi la competizione non inizierà per molti mesi. Alla fine sarà completo. Il petrolio ha perso il principale bastione del sostegno: il monopolio nel settore del trasporto su strada. I veicoli elettrici e le energie rinnovabili sono combustibili fossili che si muovono rapidamente al limite della rilevanza. Ma non accadrà dall’oggi al domani, ci vorrà del tempo. Ma la battaglia è già finita. I combustibili fossili non possono più fornire la sicurezza dell’approvvigionamento.

Ci saranno conseguenze per il mercato petrolifero, dal punto di vista dei Paesi acquirenti come quelli europei, Italia in primis, soprattutto in termini di prezzi?
Sì, si stanno tutti spostando verso le energie rinnovabili – alcuni più velocemente di altri.
Nelle stesse ore dell’uscita dall’OPEC, gli Emirati Arabi Uniti hanno reso noto utilizzato sistemi di difesa aerea di fabbricazione israeliana, tra cui l’Iron Dome, per respingere un attacco iraniano. La considera una semplice coincidenza?
No, gli Emirati Arabi Uniti hanno optato per un accordo con Israele come influencer backdoor nel WH.
La reazione di Riyadh all’uscita degli Emirati è stata contenuta, ma secondo alcune fonti i funzionari sauditi sarebbero furiosi. Tra Emirati e Arabia Saudita, negli ultimi tempi, si sono moltiplicati i terreni che da competizione si sono trasformati in rivalità: Yemen, Sudan, Somalia, Libia, Corno d’Africa. L’uscita degli Emirati è uno ‘schiaffo diplomatico’, il segno di una rottura con l’Arabia Saudita?
Questo conflitto ha certamente fatto deflagrare le differenze politiche con l’Arabia Saudita su vari dossier ed è stato visto dagli Emirati Arabi Uniti come un buon momento per separarsi finalmente. Registro una frammentazione delle economie mediorientali che lottano per la sopravvivenza.
Secondo gli esperti, a causa dell’uscita degli Emirati dall’OPEC, l’Arabia Saudita perderebbe intanto metà della sua capacità di riserva con forti dubbi sulla sua futura sostenibilità nel ruolo di “stabilizzatore”. Sei d’accordo?
No. Ryad rimane nella posizione energetica più forte della regione con i costi di produzione più bassi. Se altri vogliono una guerra dei prezzi, il Regno Saudita sarà l’ultimo a cadere.

Uscendo, gli Emirati privano il cartello di circa il 12-15% della sua capacità produttiva. Alcuni analisti parlano dell’uscita emiratina come un colpo riduzione significativa del potere dell’OPEC nel controllare il mercato globale del petrolio. Perché l’OPEC non è solo un’organizzazione: è stata per decenni l’architettura invisibile che ha dato forma al prezzo del petrolio.Quale effetto avrà l’uscita degli Emirati Arabi Uniti, il terzo produttore del cartello, sul futuro dell’OPEC stessa? A decidere del futuro dell’OPEC sarà ciò che farà l’Arabia Saudita?
Il Regno Saudita non lo voleva, ma farà quello che deve fare. Se ci sarà una guerra dei prezzi, Ryad alla fine la vincerà (per quanto dolorosamente per le sue ambizioni di sviluppo). E sì, sarà l’Arabia Saudita l’eventuale arbitro della sopravvivenza dell’OPEC.
Prima degli Emirati Arabi Uniti, sono usciti Angola (2023), Ecuador (2020), Qatar (2019), Indonesia (2016). Altri membri potrebbero seguire l’esempio degli Emirati, come in un sorta di ‘effetto domino’? Se sì, chi potrebbero essere i prossimi?
Il Venezuela.
Liberi dai vincoli delle quote OPEC che viene indebolita, gli Emirati infatti potranno produrre quanto vogliono e quando vogliono, contribuendo a far calare i prezzi del petrolio e, quindi, della benzina al gallone. Donald Trump ha ripetutamente criticato l’Opec per aver mantenuto alti i prezzi del petrolio. L’uscita emiratina dall’OPEC è un vantaggio per gli Stati Uniti, campioni del petrolio da fracking, e, soprattutto, per Trump in vista delle elezioni di midterm?
Trump ha una visione miore. Sembra una vittoria facile (come la guerra con l’Iran), ma è un disastro finale per la sua ideologia deformata. Una guerra dei prezzi del petrolio spazzerà via i produttori di scisto (come ha fatto nel 2020). Questa guerra è la migliore pubblicità di sempre per le fonti di energia rinnovabili endogene.
L’uscita emiratina dall’OPEC è una brutta notizia per la Russia, capofila dei Paesi non-OPEC? Perché?
Sì. La Russia si è affidata all’Arabia Saudita e all’OPEC per sostenere i prezzi e le sue entrate.

Mentre l’Occidente si preoccupa per Hormuz, gli Emirati si stanno silenziosamente orientando verso est. La Cina, il più grande importatore di petrolio al mondo, è diventata il principale cliente di Abu Dhabi, rappresentando il 40% delle sue esportazioni di greggio. Credi che l’uscita degli Emirati dall’OPEC – oltre che con quelli degli Stati Uniti – sia in linea anche con gli interessi di Pechino?
Prima e dopo questa guerra, tutti i produttori guardano alla Cina, dato che è il più grande importatore di petrolio al mondo.
Al di là del lato petrolifero/economico, quali vantaggi e quali svantaggi può garantire agli Emirati questa politica estera più ‘autonoma’, più ‘solitaria’ rispetto agli altri Paesi dell’area?
Non sono sicuro che sia solitario. Si stanno alleando con Israele e gli Stati Uniti. Ci sono molti pericoli. Trump non sarà in giro per sempre e nemmeno Netanyahu. Ma penso che gli Emirati Arabi Uniti vedano il petrolio come una fase di transizione e un generatore di entrate per il futuro.
“Il ritiro, effettivo dai primi di maggio, ‘serve i nostri interessi nazionali e i nostri obiettivi strategici a lungo termine’”, ha affermato Sultan al-Jaber, ministro dell’Industria e capo della compagnia petrolifera nazionale Adnoc, sottolineando che questa mossa conferisce agli Emirati Arabi Uniti ‘maggiore capacita’ di sviluppo’. ‘Questo fa parte di un più ampio sforzo per rimodellare la nostra economia e la nostra base industriale’ con l’obiettivo di renderla ‘più resiliente’, ha spiegato Sultan al-Jaber. Sembra che ad Abu Dhabi abbiano compreso che, per dirla con Ahmed Zaki Yamani, ex ministro dell’Energia dell’Arabia Saudita: “L’Età della pietra non è finita perché erano terminate le pietre. L’Età del petrolio non finirà perché non c’è più petrolio”. “Gli Emirati Arabi Uniti – osserva il Financial Times – sostengono da tempo la necessità di esportare al massimo delle loro potenzialità per monetizzare la materia prima, finanziare la successiva fase di sviluppo e prepararsi a un’era post-petrolifera”. In altre parole, il tempo stringe e Abu Dhabi lo sa tant’è che è anche molto più avanti dei sauditi nella transizione energetica – e mantiene il suo obiettivo zero netto come 2050, rispetto al 2060 saudita. Ha puntato molto sul settore del turismo e su quello finanziario, da mesi quantomeno azzoppati dagli attacchi iraniani. Secondo alcune analisi, agli occhi emiratini, è arrivato il momento di fare cassa il più possibile prima che il mondo volti le spalle (quasi) completamente al greggio e, con quei soldi, finanziare la diversificazione economica. Sei d’accordo?
Sì.
In conclusione, possiamo affermare che gli Emirati Arabi Uniti non stanno semplicemente abbandonando l’Organizzazione, ma stanno contribuendo a ridisegnare la mappa della geopolitica energetica mondiale?
Gli Emirati Arabi Uniti vedono la realtà più chiara di altri. Non la stanno ridisegnando; stanno solo cercando di inserirsi in uno nuova la mappa della geopolitica energetica mondiale.
