“È un errore considerare Orbán come il principale ostacolo all’integrazione europea. Molti Paesi non sono ancora favorevoli a perdere il veto sulla politica estera e sulla tassazione“. L’intervista a Patrick Holden (Plymouth University)
Pochi giorni fa, in Ungheria, il voto popolare ha premiato la lista di Péter Magyar con il 52,44% (oltre 3milioni di preferenze) mentre le forze legate al Premier uscente, Viktor Orbán, si sono fermate al 39,14% (un crollo di circa dodici punti dalla scorsa tornata, con almeno 700mila voti persi).
“L’Ungheria ha deciso di stare con l’Europa”: così la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, sintetizza l’esito del voto che segna la fine di una lunga fase politica, quella guidata da Viktor Orbán. Il messaggio, diffuso sui social, esprime la speranza di una nuova stagione anche nei rapporti tra Bruxelles e Budapest. “L’Europa è sempre stata al fianco dell’Ungheria”, aggiunge von der Leyen, in un riferimento tutt’altro che casuale, alla luce dello scandalo legato allo spionaggio delle istituzioni europee da parte delle autorità ungheresi e dei rapporti di collaborazione del governo Orbán con la Russia, proprio mentre l’UE interrompeva ogni legame con Mosca. Non stupisce quindi che la presidente sottolinei come “un Paese torni sul suo percorso europeo”, rafforzando così l’Unione nel suo insieme.
A Bruxelles, all’indomani delle elezioni che hanno fermato (anche se non definitivamente concluso) l’era Orbán, il clima è di entusiasmo. Il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, si dice pronto a collaborare con Peter Magyar per costruire un’Europa più solida e prospera, intravedendo la possibilità di un’Ungheria meno incline ai veti e più aperta alla cooperazione. Sulla stessa linea anche Roberta Metsola, che, nel congratularsi con il vincitore, afferma con convinzione che “l’Ungheria appartiene al cuore dell’Europa”, ribadendo implicitamente quanto sotto Orbán il Paese si fosse progressivamente allontanato da una prospettiva pienamente europea.
Manfred Weber, leader del Partito popolare europeo e del gruppo parlamentare PPE, evidenzia come il risultato elettorale confermi il successo di una politica di centro-destra attenta alle persone. A esultare, infatti, è soprattutto il PPE: il partito di Magyar, Tisza, ne fa parte, e la sua vittoria rafforza ulteriormente la presenza dei popolari nel Consiglio europeo, portandoli a 11 membri su 27 e consolidandone il peso politico. Anche Marco Falcone ha sottolineato come il voto degli ungheresi esprima chiaramente il desiderio di un’Europa più forte.
Per i liberali europei, invece, il risultato segna la chiusura di un lungo ciclo politico che aveva spesso messo in discussione i principi democratici dell’Unione. L’europarlamentare Sandro Gozi ha parlato apertamente di una svolta per l’UE. Valerie Hayer, presidente del gruppo, indica le aspettative nei confronti della nuova leadership ungherese: rafforzare le istituzioni democratiche, attuare vere riforme sullo stato di diritto, combattere la corruzione e sostenere l’Ucraina.
Proprio in questo contesto si inserisce lo sblocco di un importante prestito europeo destinato all’Ucraina, rimasto fermo per mesi a causa del veto ungherese. Dopo il via libera del Comitato dei rappresentanti permanenti (COREPER), la misura attende l’approvazione finale da parte del Consiglio dell’Unione Europea. In parallelo, è stato adottato anche un nuovo pacchetto di sanzioni contro la Russia.
Il prestito, inizialmente approvato all’unanimità, era stato bloccato a febbraio dal governo Orbán, che contestava la mancata riparazione di una sezione dell’oleodotto Druzhba, fondamentale per il trasporto di petrolio russo verso Ungheria e Slovacchia. Tuttavia, dopo l’annuncio del presidente ucraino Volodymyr Zelensky sulla ripresa del funzionamento dell’infrastruttura, Budapest ha ritirato il veto, consentendo così di sbloccare la misura.
Questa decisione arriva pochi giorni dopo le elezioni parlamentari, in cui il partito Fidesz di Orbán è stato nettamente sconfitto da TISZA, guidato da Péter Magyar, che dovrebbe assumere l’incarico di primo ministro a maggio. A differenza del suo predecessore, noto per le sue posizioni filorusse e per l’opposizione alle politiche europee a sostegno dell’Ucraina, Magyar ha promesso un cambio di rotta, impegnandosi a non ostacolare iniziative come il prestito.
Va comunque precisato che l’Ungheria, insieme a Repubblica Ceca e Slovacchia, non contribuirà direttamente al finanziamento, avendo accettato l’accordo solo a condizione di esserne esentata. Il prestito, coperto dal bilancio dell’UE e privo di interessi, dovrà essere restituito dall’Ucraina solo nel caso in cui riceva in futuro risarcimenti di guerra dalla Russia. Le risorse previste ammontano a circa 90 miliardi di euro, suddivisi tra sostegno militare e finanziamento delle spese ordinarie dello Stato ucraino.
Negli anni, però, il governo ungherese guidato da Orbán ha promosso una serie di riforme che, secondo Bruxelles, hanno progressivamente indebolito i contrappesi democratici instaurando quella che lo stesso Premier magiaro rivendicava come ‘democrazia illiberale’. Tra le principali critiche ci sono: il maggiore controllo politico sul sistema giudiziario; le pressioni sui media indipendenti; le restrizioni nei confronti di ONG e università; modifiche costituzionali considerate funzionali al rafforzamento del potere esecutivo
Le istituzioni europee hanno sempre ritenuto queste misure una violazione dei valori sanciti nei trattati UE, in particolare quelli legati allo stato di diritto. Per questo motivo, l’Unione ha attivato diversi strumenti di pressione. Uno dei più rilevanti è stata la procedura prevista dall’Articolo 7 del Trattato sull’Unione europea, che può portare — almeno in teoria — alla sospensione di alcuni diritti di uno Stato membro, incluso il diritto di voto in Consiglio. Tuttavia, questa procedura richiede l’unanimità degli altri Stati, il che la rende politicamente difficile da portare fino in fondo.
Più incisivo si è rivelato il meccanismo che lega i fondi europei al rispetto dello stato di diritto, il cosiddetto meccanismo di condizionalità dello stato di diritto. Attraverso questo strumento, Bruxelles ha congelato miliardi di euro destinati all’Ungheria, chiedendo riforme concrete per sbloccarli.
Dal canto suo, Orbán ha respinto le accuse e sostiene che l’UE stia oltrepassando le proprie competenze, interferendo negli affari interni di uno Stato sovrano. Il governo ungherese parla di uno scontro ideologico, difendendo il proprio modello di “democrazia illiberale” come alternativa legittima all’impostazione liberale occidentale.
Le controversie sono arrivate anche davanti alla Corte di giustizia dell’Unione europea, che ha più volte condannato Budapest su vari aspetti, confermando la posizione della Commissione europea. In questi giorni, peraltro, l’Ungheria è stata condannata martedì dalla Corte di giustizia dell’Unione europea per aver violato il diritto comunitario, “stigmatizzando e marginalizzando” le persone LGBT+.
Anche sull’immigrazione, l’Ungheria di Orbán si è spesso scontrata con Bruxelles. Alla base del conflitto, una visione completamente diversa della gestione dei flussi migratori. Orbán ha costruito gran parte del suo consenso su una linea molto rigida: chiusura delle frontiere, rifiuto delle quote obbligatorie di ricollocamento dei richiedenti asilo e difesa della “sovranità nazionale”. Emblematico è stato nel 2015, durante la crisi migratoria, quando l’Ungheria eresse barriere fisiche ai confini per bloccare l’ingresso dei migranti lungo la rotta balcanica.
Dall’altra parte, l’Unione Europea ha cercato di promuovere un approccio condiviso, basato sulla solidarietà tra Stati membri e sulla redistribuzione dei richiedenti asilo. Questo scontro si inserisce nel quadro più ampio del Patto europeo su migrazione e asilo, che punta a bilanciare responsabilità e solidarietà, ma che è stato fortemente contestato da Budapest.
Le tensioni sono sfociate anche in procedimenti legali. La Corte di giustizia dell’Unione europea ha più volte condannato l’Ungheria per violazione delle norme europee in materia di asilo, in particolare per il trattamento dei migranti e le restrizioni all’accesso alle procedure di protezione internazionale.
Orbán ha risposto accusando Bruxelles di voler imporre politiche migratorie contrarie agli interessi nazionali e di minacciare l’identità culturale europea. Al contrario, le istituzioni europee ritengono che le misure ungheresi violino i diritti fondamentali e i principi dello stato di diritto.
In sostanza, il conflitto sull’immigrazione è diventato il simbolo di uno scontro più ampio: da un lato un modello di integrazione europea basato su regole comuni e cooperazione, dall’altro una visione più nazionalista e sovranista promossa dal governo ungherese.
La sconfitta di Viktor Orbán può costituire, in prospettiva, un passo in avanti per la costruzione di un’Unione Europea federale? Lo abbiamo chiesto a Patrick Holden, Professore associato in Relazioni internazionali ed è anche manager del Master online in ‘Relazioni internazionali e politica: sicurezza e sviluppo’, presso la Plymouth University.
Professor Holden, il nazionalismo antieuropeo di Orbán ha penalizzato l’ex primo ministro ungherese alle urne? Perché?
Non sono un esperto di politica ungherese, quindi non posso davvero rispondere, ma è ovvio che la trattenuta di grandi fondi dell’UE avrà danneggiato l’economia ungherese e contribuito all’impopolarità di Orbán.
Il partito di Magyar, TISZA, è membro del PPE, da cui è uscito il partito di Orbán, Fidesz, alcuni anni fa, che in seguito ha contribuito alla fondazione del partito europeo dei “Patrioti per l’Europa”. L’adesione di TISZA al PPE ha rimesso l’Ungheria nei giochi europei, facendola uscire dall’angolo in cui è finita a causa di Orbán?
Sì, Magyar stesso è un ex diplomatico e questa sarà una priorità per lui. Come notato, l’adesione al PPE è molto importante e l’UE ha tre principali istituzioni interconnesse dove è necessario esercitare l’influenza, la Commissione (dove l’uomo di Orban Várhelyi è stato emarginato) il Parlamento e, naturalmente, il Consiglio.
Negli ultimi anni, come da Lei sopra ricordato, l’Unione europea ha congelato 17 miliardi di euro di fondi di coesione e NGEU per violazione dello stato di diritto in Ungheria. “Il rilascio dei fondi dell’UE assegnati al popolo ungherese, ma congelato a causa della corruzione del governo precedente”, è un obiettivo di Magyar e per raggiungerlo il suo governo dovrà procedere rapidamente con le riforme in collaborazione con Bruxelles. Sullo stato di diritto, avendo anche una grande maggioranza, Magyar renderà possibile la riconciliazione tra Budapest e Bruxelles?
Sì, penso di sì, questa è una priorità e c’è un interesse reciproco qui. Bruxelles vorrà che Magyar abbia successo. La Commissione è stata abbastanza rapida a facilitare questo con Donal Tusk in Polonia, quindi mi aspetto qualcosa di simile qui.
Le riforme richieste da Bruxelles per sbloccare i fondi europei avranno anche a che fare con il sistema economico ungherese, distorto, soprattutto negli ultimi anni, dal “sistema Orbàn” in cui la corruzione era il padrone. Qual è la ricetta di Magyar? Ed è condiviso da Bruxelles?
Ancora una volta devo avere un po’ di umiltà e dire che non lo so. Si potrebbero immaginare tensioni in quanto Magyar possa essere tentato di usare azioni extra-costituzionali o almeno perentorie per ripulire l’amministrazione ungherese, ma questo può essere contestato legalmente.
La legge adottata da Viktor Orban nel 2021 che stigmatizza ed emargina le persone Lgbtq+, è in contrasto con gli stessi valori su cui si fonda l’Unione europea. A stabilirlo è stata la Corte di giustizia dell’Unione europea con la sentenza nella causa C-769/22 in merito al provvedimento sulla tutela dei minori che vieta di mostrare ai bambini contenuti che ritraggano l’omosessualità. Come cambierà la posizione di Budapest nell’UE con il premier di Magyar su questioni come i diritti civili e l’immigrazione, questioni che hanno cispesso Orbán e Bruxelles? Su questi temi, la differenza tra il premier uscente e Magyar è molto più sfumata? E su questi temi, lo scontro continuerà a livello europeo?
Sì, penso che questo sia corretto e Magyar è ovviamente ancora molto conservatore. Tuttavia, va sottolineato che l’UE è un’arena per i disaccordi da gestire, entro determinati confini. Orbán ha superato quei confini, altri leader populisti e conservatori (incluso il primo ministro italiano) possono navigare nel sistema dell’UE senza intensi “scontri”.
Quali conseguenze ha la sconfitta di Orbán e l’arrivo di Magyar per il Gruppo Visegrad?
Questo gruppo è stato privo di significato negli ultimi anni a causa delle differenze politiche. Non credo che sia l’entità più rilevante qui in quanto ci sono altri paesi dell’Europa centrale e orientale (compresa l’Austria) con cui Magyar vorrà collaborare.
Può darci un’excursus dei casi in cui il diritto di veto dell’Ungheria guidata da Viktor Orbàn ha paralizzato l’UE negli ultimi anni?
Orbán ha spesso minacciato il suo veto, ma non l’ha usato così ampiamente come si potrebbe pensare. Lo usava spesso per contrattare e diluire le azioni. Orbán ha accettato le sanzioni russe, ma ha ottenuto alcune scappatoie per il proprio interesse economico. Orbán ha ritardato e interrotto ma non fermato il sostegno dell’UE all’Ucraina. Un buon esempio è il famoso incidente in cui ha accettato di lasciare la stanza e non bloccare ufficialmente l’avvio dei negoziati di adesione con l’Ucraina nel dicembre 2023. Come tale penso che la frase paralizzata sia esagerata e ci sono molti stati con interessi idiosincratici che bloccano una politica estera dell’UE veramente unificata (non solo l’Ungheria).
Von der Leyen non ha nascosto l’euforia per la sconfitta di Orbàn: “L’Ungheria fa la storia come nel 1989. Ora aboliamo l’unanimità in politica estera”. Con la sconfitta di Orbán, si perde un potente alibi per coloro che si oppongono – ad esempio, i Paesi frugali – a un’Europa veramente federale. La sconfitta di Orbán e l’arrivo di Magyar rimetteranno in moto il processo di integrazione europea, forse con l’abolizione del diritto di veto? O c’è qualcuno che potrebbe sostituire Orbàn nel ruolo di opporsi all’integrazione europea?
È un errore considerare Orbán come il blocco principale per promuovere l’integrazione europea di quella forma. Molti Paesi non sono favorevoli a perdere il veto sulla politica estera e sulla tassazione. Non avevano bisogno che Orbán si opponesse per impedirlo. Io stesso penso che perdere il veto della politica estera sarebbe un ponte troppo lontano per l’UE in quanto non c’è l’identità politica e culturale per sostenere una politica estera unificata. Pensiamo agli approcci contrastanti della Spagna e della Germania al Medio Oriente, ad esempio.
Qual è l’approccio di Magyar all’integrazione europea?
Non posso dire troppo su questo, ma sembra un approccio pragmatico e realistico, con una visione conservatrice degli interessi nazionali ungheresi temperata dalla consapevolezza che l’UE è indispensabile e che l’Ungheria deve lavorare al suo interno.
Recentemente, sono state rese note le telefoniche regolari tra Péter Szijjártó e la sua controparte russa, Sergei Lavrov, in cui il primo avrebbe rivelato a quest’ultimo informazioni riservate discusse tra i ministri degli Esteri dei paesi dell’UE. In una delle chiamate rilasciate dall’autore del giornale dell’indagine, l’americano “The Washington Post”, Lavrov ha chiesto all’Ungheria di aiutare Mosca nel tentativo di convincere l’UE a rimuovere le sanzioni imposte ad alcune personalità di spicco dell’oligarchia russa. Durante la campagna elettorale, Fidesz ha anche attaccato l’Ucraina, chiedendo il congelamento dei fondi europei e il mantenimento di un solido asse con Mosca per l’energia. Spesso, in questi quattro anni di guerra, l’Ungheria di Orbán ha rallentato e/o paralizzato la reazione dell’UE alla Russia. Nel frattempo, possiamo dire che il controverso rapporto di Orbán con la Russia ha penalizzato il primo ministro uscente alle urne? Perché?
Ancora una volta, questo è più sulla politica interna ungherese e non ne so più dell’osservatore medio istruito, ma chiaramente l’influenza russa non era popolare.
Sulla questione del nuovo prestito europeo a Kiev di 90 miliardi di euro, ad esempio, il nuovo primo ministro Magyar (che in campagna elettorale aveva rivendicato il diritto dell’Ungheria al cosiddetto “opt-out”, cioè di chiedere che la decisione non comporti obblighi anche per Budapest) ha revocato il veto imposto da Orbán consentendo lo sblocco dei fondi. Più fredda la nuova leadership ungherese ha mostrato più freddezza per quanto riguarda la possibilità che all’Ucraina venga garantita una rotta accelerata per accedere all’UE. Ma è sulla questione del boicottaggio europeo del gas russo che le parole di Magyar sembrano quasi riecheggiare quelle pronunciate da Orbán negli ultimi anni. Il rapporto tra l’Ungheria e, di conseguenza dell’Unione europea, con la Russia e l’Ucraina cambierà con il premier di Magyar?
Penso ancora che cambierà molto. Magyar sta articolando qui l’interesse nazionale dell’Ungheria (vorrei anche sottolineare che molti paesi sono scettici su un’adesione superveloce per l’Ucraina, non è così che funziona l’allargamento dell’UE – per una buona ragione). Questo è diverso dal tipo di ostilità ideologica e pro-russusità di Orban. Le trattative possono essere avente almeno in buona fede.
Potrebbe il nuovo primo ministro bulgaro, l’ex presidente Rumen Radev, sostituire Orbán come la più forte voce anti-Ucraina e filo-russa all’interno dell’Unione europea?
Penso che Fico in Slovacchia sia probabilmente in testa per quel ruolo (è più affermato e fortemente filo-russo).
Anche dopo la sconfitta, Trump ha ribadito la sua ammirazione per Orbán. Negli ultimi mesi, Marco Rubio e JD Vance si sono recati in Ungheria per sostenere il leader di Fidesz. Nella strategia di sicurezza nazionale dell’amministrazione Trump, l’Ungheria di Orbán è stata descritta come una risorsa per contrastare le politiche di Bruxelles e rompere l’UE. Trump si è rivelato un “bacio mortale” per Orbán alle urne? E come cambieranno le relazioni tra Ungheria e Stati Uniti con il premier di Magyar? E tra l’UE e gli Stati Uniti?
Sì, Trump è il bacio della morte per i suoi “alleati” europei. È impopolare in tutto lo spettro politico in Europa. Trump ha perso il suo alleato più forte in Europa, ma ovviamente gli Stati Uniti esercitano ancora un enorme potere e influenza (se possono usarlo in modo coerente), quindi non vedo le elezioni così importanti in questo senso. È importante in termini di presunto progetto di minare l’UE.
Viktor Orbán ha consolidato le relazioni Ungheria-Cina, posizionando Budapest come partner chiave di Pechino in Europa, spesso in contrasto con la linea dell’UE. Durante la presidenza ungherese del Consiglio dell’UE del 2024, ha promosso una “missione di pace” in Cina e ha firmato accordi sulle infrastrutture e sull’energia. La sconfitta di Orbán cambierà le relazioni tra Ungheria e Cina e tra UE e Cina in futuro?
Non credo che avrà alcun impatto sulle relazioni economiche tra l’UE e la Cina, i piccoli paesi come l’Ungheria hanno poca influenza su questo.
Due membri del governo italiano, la Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni (leader di Fratelli d’Italia), e il vice Premier Matteo Salvini (leader della Lega) hanno sostenuto apertamente Orbán nella sua campagna elettorale. La sconfitta di Orbán complica la posizione dell’Italia “sovrana” guidata da Meloni nell’UE?
Ancora una volta non credo, l’Italia è un giocatore più grande dell’Ungheria e Meloni ha già notevolmente moderato il suo euroscetticismo mentre gioca il gioco dell’UE.
Tra un anno, si vota in Francia, Italia, Spagna e Polonia. La sconfitta di Orbán è un segno per la destra nazionalista e populista europea?
Ancora una volta, vorrei esortare alla cautela. Orban è stato al potere per 16 anni, ha avuto molto successo in questo senso. La storia ungherese mostra che i populisti nativisti non sono invincibili e consumeranno la loro accoglienza se non possono migliorare la vita delle persone. Può darsi che abbiamo cicli di politici populisti contro centristi/mainstream. I populisti sono ancora ben rappresentati nei governi e nei parlamenti dell’UE. Di gran lunga il caso più importante qui è ovviamente la Francia. Il presidente francese esercita un enorme potere costituzionale e il Rassemblement National ha una possibilità alle prossime elezioni. Una vittoria per loro sarebbe una vera crisi per l’Unione europea. Per me il problema più grande rimane che i populisti nativisti non sono molto bravi a cooperare tra loro su questioni di politica pubblica. In quanto tali possono influenzare, ma sono incapaci di prendere il sopravvento nell’UE.
