Occorre convincersi che l’alternativa a essere ‘colonia’ è attrezzarsi per essere autosufficienti

 

C’è chi sostiene che tra Stati Uniti-Israele e regime iraniano, al momento è come se fosse finita in una sorta di pareggio. Le cose sono probabilmente più complicate; quando poi si tratta di Medio Oriente, più di sempre. La regola del cui prodest?, per esempio, è quasi sempre fuorviante. Inoltre, l’affaire è tutt’altro che chiuso. Vittorio Emanuele Parsi, docente di Relazioni Internazionali all’università Cattolica di Milano, è tra quanti sostengono la tesi del pareggio: “Nessuno vince davvero e nessuno perde. Ognuno porta a casa il vantaggio di cui aveva bisogno: il regime la fine dell’ondata di fuoco, Trump la possibilità di gestire il calo nei sondaggi, la scarsità di carburante e la sfiducia dei mercati. Tutti elementi per lui rilevanti in vista delle elezioni di midterm a novembre”.

   Lo stesso Parsi non si nasconde che su quella parte di mondo, instabile da sempre, grava la pesante e inquietante incognita: la tregua durerà? Lo stretto di Hormuz tornerà agibile? E a che prezzo? Inoltre, un vero sconfitto c’è: le migliaia di civili massacrati in Iran, a Gaza, in Libano, in Israele: morti senza nome, voce, volto. Colpevoli solo di essere dov’erano, quando è esplosa una granata, un ordigno, quando è partito un colpo di mitra.

   Ma torniamo al ‘pareggio’: instabile, fragile, basta un niente perché tutto frani rovinosamente. Al momento è innegabile che Donald Trump sia lo sconfitto per la semplice ragione che non è il vincitore; gli ayatollah iraniani, al contrario, hanno vinto perché non hanno perso.

   Vedremo se in questi pochi mesi che lo separano dalla stagione di midterm Trump saprà riguadagnare le posizioni perdute tra gli ispanici, i fanatici del MAGA e quella parte di elettorato che non si è resa conto per tempo che Joe Biden, con tutti i suoi limiti e le sue deficienze psico-fisiche è stato comunque un presidente decente e comunque meglio “sleepy Joe” di “crazy duck”. Al di là del risultato elettorale, prevedibilmente inficiato da una politica “interna” che solo e unicamente arricchito il clan Trump e i suoi amici e compari.

   Il risultato di questa politica estera (se così la si può chiamiare) di Trump è quello dell’elefante imbizzarrito nel negozio di cristalleria: nessuno degli avversari degli Stati Uniti (Putin, Xi) lo considera più di tanto; gli “alleati”, si tratti dell’Europa o del Canada, dell’Australia o del Giappone, ormai ne diffidano in modo non più recuperabile. Vero che gli Stati Uniti dalla Seconda guerra mondiale in poi vantano una lunga tradizione di “abbandono” al loro destino chi si è schierato al loro fianco e poi non serviva più. Ma mai in modo così indecente e sguaiato come con Trump. Davvero fantastico come in così poco tempo Trump abbia saputo creare un gran canyon che lo divide e separa dall’Europa che conta; per non parlare dell’Africa; del mondo arabo. E si illude che in Sud America si tifi davvero per lui. Gli yankees, gabachos erano, gabachos rimangono.

  L’Iran continua a detenere le chiavi dello stretto di Hormuz; in quella parte di mondo Arabia Saudita, Emirati, Oman), la fiducia nei confronti dell’inquilino di Washington è ai minimi. Trump, Rubio, Vance non hanno la minima idea di cosa fare oggi, figuriamoci domani.

  Resta Benjamin Netanyahu. Piaccia o no, per lui le cose al momento vanno bene. Si può detestare quanto si vuole la sua politica di morte nei confronti dei palestinesi a Gaza; il suo concedere ai fanatici coloni di espandersi a loro piacimento in Cisgiordania; si può avversare quanto si vuole l’invasione in Libano e i massacri che vi si consumano. Il fatto è che tra gli Israeliani le sue quotazioni erano al minimo; pesanti conti con la giustizia per reati penali che nulla hanno di politico… Ora i sondaggi dicono che sia tornato sulla cresta dell’onda. Con i combattimenti senza quartiere a Gaza a quanto pare cominciano a perdonargli l’incredibile inefficienza dimostrata il 7 di ottobre 2023. Il modo in cui è stata condotta la repressione di Hamas, a quanto pare è condiviso. La volontà di chiudere la partita con Hezbollah e l’Iran, è condivisa.

  Noi che si vive fuori da Israele possiamo trovare tutto questo ripugnante, condannarlo, dissociarci nel modo più radicale. Al momento però in Israele questa politica paga.

   È uno degli aspetti che sfugge, poco colto da analisti ed osservatori. Una volta Golda Meir ebbe a dire che poteva perdonare i terroristi arabi che uccidevano israeliani, ma che non avrebbe mai potuto perdonarli per costringere gli israeliani a usare metodi brutali e violenti. Oggi il ministro israeliano Ben-Gvir brinda con altri suoi pari dopo che la Knesset ha approvato la pena di morte per i terroristi palestinesi. Israele giorno dopo giorno perde la sua anima, ed è questa perdita che la porterà alla rovina definitiva.

   C’è una lezione da trarre da chi scatena unilateralmente le guerre, strepita, poi si lamenta di non essere aiutato e si produce in minacce e fanfaronate. La lezione è che le democrazie occidentali devono cominciare a risolvere i loro problemi e perseguire i loro interessi sapendo che non possono più contare sugli Stati Uniti. Restano alleati; partner; si possono condividere tante cose, ma occorre convincersi che l’alternativa a essere ‘colonia’ è attrezzarsi per essere autosufficienti. Possiamo sperare che nel frattempo il Partito Democratico Statunitense riesca a ritrovare autorevolezza e credibilità perdite, sappia esprimere una leadership e che in modo indolore ci si possa liberare di un presidente con evidenti scompensi psico-fisici. Come sia, occorre muoversi: Francia, Regno Unito, Germania, Polonia, Canada, chiunque mostri consapevolezza che gravano su di noi vere e proprie minacce: Putin, ma anche Xi (in tutto questo gigantesco risiko, la Cina è certamente tra i vincitori); e quella parte di Stati Uniti che si sente rappresentata da Trump.

  Trump, Putin, Xi, hanno un obiettivo in comune: far fallire gli Stati Uniti d’Europa. Se si riesce a mettere a fuoco questo, allora tutto diventa più chiaro e comprensibile.