Ecco perché la guerra in corso ha messo in luce i limiti del ruolo di ‘ponte’ fra Europa e Stati Uniti che il governo italiano ha cercato di costruire dopo l’insediamento dell’amministrazione Trump

 

Nelle ultime settimane, la guerra in corso in Iran ha messo in luce i limiti del ruolo di ‘ponte’ fra Europa e Stati Uniti che il governo italiano ha cercato di costruire dopo l’insediamento dell’amministrazione Trump. A differenza di quanto accaduto in altre capitali europee, Roma aveva accolto con favore la vittoria del candidato repubblicano nelle elezioni del novembre 2024, sia per ragioni legate alle dinamiche interne alla coalizione di governo, sia auspicando che una presunta affinità ideologica avrebbe permesso all’Italia di porsi come interlocutore privilegiato dell’amministrazione nel Vecchio continente. Nei mesi successivi, questa scelta ‘di mezza via’ è stata seguita in modo, tutto sommato, coerente: nonostante i disagi che la cosa ha provocato all’interno delle coalizione e nel rapporto con le opposizioni, in tutte le principali questioni che hanno messo in tensione il rapporto transatlantico, il governo Meloni ha cercato di assumere una posizione intermedia, che, se da una parte non si allontanava in modo aperto da quella degli altri paesi europei, dall’altra risultava comunque vicina a quella della Casa Bianca e aperta al dialogo con entrambe le parti.

Nel corso del tempo, tuttavia, questa strategia ha messo in luce una serie di debolezze. Sul fronte europeo, essa ha portato alla marginalizzazione di Roma rispetto ai principali centri decisionali; un risultato favorito dal fatto che, in questo campo, il peso delle istituzioni comuni sembra essersi ridotto rispetto a quello di alcuni Stati-leader e delle loro aggregazioni. La competizione fra le forze del centro-destra europeo per attirare l’attenzione di Washington è stata un altro elemento che ha ‘remato contro’ la strategia italiana. Con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, per esempio, i rapporti fra gli Stati Uniti e l’Ungheria di Viktor Orbán hanno conosciuto unaccelerazione che è stata sottolineata pubblicamente anche dal Dipartimento di Stato. Sul fronte statunitense, infine, il deteriorarsi dei rapporti con l’Europa ha messo in discussione la stessa utilità di un attore che faccia da ponte con essa. In questo senso, Trump è stato brutalmente chiaro, fra gli altri, nel suo discorso al World Economic Forum dello scorso gennaio: per Washington, l’Europa oggi starebbe andando nella direzione sbagliata, sperperando le sue potenzialità, ipotecando la sua sicurezza e mettendo in discussione la possibilità di trovare con gli Stati Uniti terreni comuni di collaborazione.

A questo quadro, la guerra con l’Iran ha aggiunto ulteriori criticità. La presa di distanza dell’Europa dal conflitto è stata chiara, spingendo la Casa Bianca a minacciare ritorsioni anche a livello NATO. Non è chiaro quali saranno queste ritorsioni né se, alla fine, ci saranno davvero. Tuttavia, la polarizzazione delle posizioni ha reso sempre più difficile per Roma portare avanti in modo credibile la propria azione. Le difficoltà che il governo Meloni sta affrontando sul piano interno e il rischio che la crisi in corso possa avere pesanti ricadute sull’economia nazionale sono altri fattori che concorrono a spiegare la strategia ‘di basso profilo’ che l’esecutivo sembra avere abbracciato. Come nel resto dell’Europa, l’opinione pubblica italiana è in larga misura contraria all’intervento (65% secondo gli ultimi dati IPSOS) e favorevole a una politica di neutralità o di delega alle organizzazioni internazionali della responsabilità per la soluzione del conflitto (34% e 24% rispettivamente secondo la stessa fonte). Questo scenario rende problematica una politica di equidistanza, che finirebbe per accentuare l’isolamento dell’Italia dagli altri paesi UE senza essere davvero pagante in termini di consenso.

La decisione di impedire lo scalo nella base aerea di Sigonella ad alcuni velivoli USA impegnati nelle operazioni contro Teheran non sembra, tuttavia, segno della volontà del governo italiano di ridefinire la sua posizione nei confronti di Washington. Entrambe le parti hanno commentato l’accaduto con toni concilianti, mentre da parte italiana è stata confermata la piena adesione agli accordi che regolano la cooperazione militare con Washington. Sebbene il nome di Sigonella riporti alla mente lo scontro del 1985 fra il governo guidato da Bettino Craxi e gli Stati Uniti dell’amministrazione Reagan, la situazione appare oggi molto diversa. Nonostante tutto, gli interessi italiani nella guerra in corso sono molto minori di quelli in gioco nel 1985. Nonostante le ambiguità già ricordate, difendere il progetto dell’Italia ponte fra Europa e Stati Uniti sembra, inoltre, la strategia su cui il Presidente del Consiglio continua a puntare per sostenere il profilo internazionale del suo governo. Non è una strategia priva di rischi, visto l’atteggiamento che la Casa Bianca tiene anche nei confronti dei propri alleati, ma è forse quella che meglio si attaglia, da una parte, al profilo ideologico dell’attuale maggioranza, dall’altra alla posizione in cui Roma si trova rispetto ai partner europei.

Di Gianluca Pastori

Gianluca Pastori è Professore associato nella Facoltà di Scienze politiche e sociali, Università Cattolica del Sacro Cuore. Nella sede di Milano dell’Ateneo, insegna Storia delle relazioni politiche fra il Nord America e l’Europa e International History; in quella di Brescia, Storia delle relazioni e delle istituzioni internazionali.