Per la Casa Bianca, lAlleanza atlantica resta, tutto sommato, un attore secondario, come dimostra anche la sua marginalizzazione nella questione ucraina. Indipendentemente dall’esito del conflitto, è possibile che questo atteggiamento si accentui dopo la fine della guerra con l’Iran

 

Fra le varie conseguenze che la guerra in corso fra Stati Uniti e Iran ha avuto, una che potrebbe avere conseguenze rilevanti nei prossimi mesi è stata quella di avere riportato in luce le tensioni che esistono fra Washington e gli alleati europei. Nelle settimane passate, molti Paesi europei hanno espresso, in modo più o meno aperto, l’intenzione di non essere coinvolti in un conflitto verso il quale nutrono numerose riserve. La Spagna, in particolare, con il premier Pedro Sánchez, ha criticato apertamente e con forza le scelte di Washington, confermando la sua posizione di principale oppositore delle politiche statunitensi fra i Paesi del Vecchio continente. Anche se in altri casi l’atteggiamento è stato più sfumato, la presa di distanza dell’Europa dall’iniziativa di Washington e di Gerusalemme è stata comunque chiara. Anche un alleato ‘storico’ come la Gran Bretagna di Keir Starmer si è dimostrato assai critico e, pur dicendosi disponibile a partecipare a unoperazione congiunta che tenga aperte alla navigazione le acque dello stretto di Hormuz, ha condizionato la partecipazione alla fine delle ostilità ed escluso in modo reciso un impegno diretto nella guerra.

Pur senza avere mai fatto richieste specifiche agli alleati, Donald Trump ha annunciato che la presa di posizione europea non sarà priva di conseguenze, ed è possibile che queste si riflettano anche in ambito NATO. Sinora, l’Alleanza atlantica ha brillato per la sua assenza nella crisi. A livello formale, il Medio Oriente e il Golfo non rientrano nella sua area di responsabilità. Daltra parte, l’Alleanza atlantica rappresenta il tradizionale luogo di concertazione di un’azione militare condivisa fra Stati Uniti ed Europa. Negli anni passati, inoltre, la NATO è stata ampiamente coinvolta in operazioni fuori area e non articolo 5, per esempio nell’attività antipirateria che ha condotto fra il 2009 e il 2016 nellarea dell’Oceano Indiano, del Mare Arabico e del Golfo di Aden(operazione Ocean Shield), fra l’altro in coordinamento con l’azione della Combined Task Force 151 statunitense. In astratto, un suo possibile impegno a mantenere aperto il Golfo al traffico marittimo non sarebbe dunque impossibile. Ciò che rileva, piuttosto, è, da una parte, la scelta degli Stati Uniti di non chiederne il coinvolgimento; dall’altra, quella degli alleati di accettare questa decisione, seppure per motivi diversi.

Questo tipo di scollamento sulla posizione da tenere nei confronti di Teheran era emerso già in occasione degli attacchi di giugno 2025. Nel clima attuale, però, le conseguenze potrebbero essere più gravi. Il perdurare del conflitto e lapparente mancanza di vie d’uscita credibili stanno spingendo verso un irrigidimento delle posizioni dei diversi attori. Il rischio che la guerra abbia pesanti ricadute economiche e che queste sembrino destinate a impattare soprattutto sul Vecchio continente è un altro fattore di tensione. Il ruolo centrale che l’LNG statunitense svolge oggi nell’approvvigionamento energetico europeo, infine, mette nelle mani di Washington una leva potente, in un momento in cui l’Unione europea – che a suo tempo ha deciso di rinunciare alle forniture russe – deve confrontarsi con gli effetti che la guerra sta avendo su quelle provenienti dal Medio Oriente e dal Golfo. In questo contesto, la NATO rischia di diventare uno dei canali di sfogo delle tensioni. L’ostilità del Presidente Trump per lAlleanza è nota, così come è nota la sua volontà di ridurre limpegno degli Stati Uniti, sia in termini di truppe e di assetti forniti, sia di impegno politico al suo funzionamento.

Non a caso, la scelta dellAlleanza sembra essere stata quella di tenere un basso profilo. Già in altre occasioni, il Segretario generale, Mark Rutte, ha espresso la sua intenzione di difendere anche nei momenti difficili un rapporto con gli Stati Uniti basato sulla collaborazione. Anche se non senza mal di pancia’, i Paesi NATO hanno accettato, ad esempio, di soddisfare la richiesta statunitense di un significativo aumento delle spese per la difesa. Ciò, tuttavia, non sembra avere portato a un vero miglioramento dei rapporti con Washington. Per la Casa Bianca, lAlleanza atlantica resta, tutto sommato, un attore secondario, come dimostra anche la sua marginalizzazione nella questione ucraina. Indipendentemente dall’esito del conflitto, è possibile che questo atteggiamento si accentui dopo la fine della guerra con l’Iran. È unulteriore conferma di come le priorità di Washington si stiano riorientando e, allo stesso tempo, di come il problema della sicurezza e della difesa europea stia entrando in una nuova fase, che la presenza di Donald Trump alla Casa Bianca enfatizza, ma che, con ogni probabilità, non cambierà in maniera sostanziale dopo la fine della sua Presidenza.

Di Gianluca Pastori

Gianluca Pastori è Professore associato nella Facoltà di Scienze politiche e sociali, Università Cattolica del Sacro Cuore. Nella sede di Milano dell’Ateneo, insegna Storia delle relazioni politiche fra il Nord America e l’Europa e International History; in quella di Brescia, Storia delle relazioni e delle istituzioni internazionali.