È raro che un potente si contenti della sua potenza per non combattere una guerra. Tanto raro che forse questa storia potrebbe non essere vera, ma se lo fosse, potrebbe far sperare che lo torni ad essere di nuovo

 

Ammazzato», «decapitato», «freddato», «annientato», «cancellato», «faccio di Cuba ciò che voglio», «bombardo Kharg solo per divertimento», eccetera.

Queste sono le parole che leggiamo e sentiamo tutti i giorni sui giornali, in TV, sui “social” e, ormai, anche nel linguaggio comune … o forse no: in quest’ultimo questo tipo di discorso comincia a disgustare, però.

I “giornalisti” ci mettono del loro e la cosa diventa ancora più rivoltante. Vi ricordate quando si diceva (e c’erano dei giornalisti che si vantavano della loro capacità di farlo particolarmente bene!) che i giornalisti dovevano autocensurarsi e che lo facevano, addolcendo per così dire le notizie, aggirandole, smussandole. Beh, ora, pur in un linguaggio da suburra, il “giornalismo” continua a smussare; per dirla con le solite frasi insensate ma “di moda”, benché incomprensibili, oggi si potrebbe dire che fanno una “smussatura due punto zero”! Ora, infatti, invece di dire che quello ha bombardato quell’altro, in molti casi si parla di “colpi mirati”, come se una bomba sulla testa faccia meno male se è “mirata” o addirittura chirurgica, tanto più che molto spesso, si tratta di chirurgia da strapazzo, visto che ammazza un paio di centinaia o più di bambini alla volta.

Sarà perché sono vecchio, ma questo linguaggio non lo sopporto più, non diversamente da quello per cui se un tizio cade da un ponte ha «perso» la vita … distratto!

La realtà, invece, nuda e cruda è che gli eserciti più o meno tecnologici (abbiamo sentito perfino distinguere tra questa guerra contro l’Iran e la «guerra tradizionale» contro il Libano … fin dove si può arrivare nell’ipocrisia?) fanno l’unica cosa che gli eserciti hanno sempre fatto, massacrano i “nemici” senza fare distinzione tra soldati nemici e civili del paese nemico. Nei vecchi manuali di diritto internazionale c’erano pagine e pagine dedicate alla differenziazione tra ciò che “si può fare” in guerra e ciò che non si può, su “chi si può colpire” (leggi ammazzare) in guerra e chi no.

Oggi non più. Oggi: dopo le Convenzioni di Ginevra, osannate eroicamente in film come il «ponte sul fiume Kway», dopo la Dichiarazione universale sui diritti dell’uomo , dopo i Patti delle Nazioni Unite sui diritti dell’uomo, dopo lo Statuto della Corte Penale Internazionale, ecc., scopriamo che il mondo a ben vedere non è cambiato di un “ette”. In questi giorni, sul Corriere della Sera viene pubblicata la storia della guerra del Peloponneso, in una sintesi mirabile di Luciano Canfora in due colonne di giornale!, che dice una cosa semplicissima e tremenda: «Questa è una lezione anche per il tempo nostro, in cui imperi riconosciuti come sicuramente durevoli cominciano a scricchiolare».

Proprio così. Atene, potentissima e quasi invincibile, alla fine perde contro Sparta, perché perde il dominio del mare. Nel caso, accadde perché i persiani (gli iraniani di oggi … non può non colpire “l’ironia”!) fornirono a Sparta, potenza terrestre, una flotta per battere quella ateniese. Ciò che Canfora non dice, né potrebbe in due colonne, è quanti per quella guerra sono morti, al solo scopo di permettere a Sparta (o a Corinto, non entriamo nel merito) di prevalere sui mercati del tempo: quasi duemilacinquecento anni fa!  

Qualcuno forse potrebbe trovare forzato questo accostamento?

A cosa assistiamo oggi? Ad una furibonda guerra tra una potenza sterminata, che agisce anche per conto terzi e cioè per conto di Israele … degli “ebrei cristiani”, per distruggere o danneggiare una potenza in crescita, un possibile avversario, la Cina, attraverso un nemico attuale. Un nemico, però, che non ha fatto nulla contro di lui, ma che si è deciso di distruggere. Fin qui, insomma, tutto “normale”, per dire così: i consueti massacri reciproci, più o meno giustificati a posteriori con esigenze di “sicurezza”, il grimaldello per giustificare qualunque cosa oggi: la guerra contro l’Iran, la guerra in l’Ucraina, la guerra contro i palestinesi … i vari decreti legge “sicurezza” del nostro e di altri governi, le polizie private come i “Pasdaran” o le truppe incontrollate e sanguinarie dell’ICE». Sicurezza sempre e dovunque … a suon di botte!

Ma all’ombra di questa guerra selvaggia e inutile perché si può perfino pensare di massacrare 90 milioni di persiani e una decina di libanesi, ma le loro esistenze, e specialmente le loro idee e i loro sogni, incomberanno sempre su chi li ha massacrati come dovrebbe insegnare la storia; all’ombra, dico, di questa guerra, da un lato i “piccoli” – non meno infami dei grandi – ne approfittano per le loro piccole guerre locali, forti dell’insegnamento e della guida, e forse anche della distrazione dei “grandi”, come nell’ultima nata del museo degli orrori, quella tra Cambogia e Thailandia … un conflitto “risolto” da decenni dalla Corte Internazionale di Giustizia, ma le rivendicazioni e gli odii non muoiono se non si fa nulla per superarli. Parola di Papa Francesco!

Dall’altra i “grandi” sognano nuovi imperi, o, come nei casi di Russia e USA, cercano con la violenza e l’oppressione altrui, di chiudersi in una fortezza grande e “sicura”, in un Bunker dorato e illusorio, costruito a spese di tanti altri.

Francamente non si vede nella attuale Comunità internazionale una via di uscita attendibile da questo caos, fatti forse salvi i tentennamenti sempre più pencolanti verso la guerra di pochi sparuti europei (lo scrivevo ieri), che esitano rinviano, cercano di non essere chiamati a partecipare al massacro, da parte (di nuovo l’ironia è involontaria ma incontrollabile) del “bullo” di turno che, avendola “sparata grossa”, solo ora si accorge che “portare a temine” l’impresa contro l’Iran può costare la vita a molti statunitensi (oltre a costare molti soldi non recuperabili alzando il prezzo del greggio e delle armi) e molti voti al bullo in questione: “vite” e “voti”, un’assonanza tremenda!

Pochi, dicevo, sparuti europei, per i quali hanno parlato chiaro oggi Macron (ormai a fine mandato), Starmer (sempre in bilico anche per i “file” Epstein) e Merz (al potere ma sempre a rischio di prevalenza del partito nazista), insomma deboli, affermando che non intendono essere coinvolti in un conflitto che “non è il loro” (una definizione, lasciatemelo dire, infame specie per ciò che implica) e che intendono restarne fuori, facendo imbufalire il bullo che “ricorda” loro di averli sempre aiutati e per un a volta che chiede loro aiuto, quelli rifiutano. Un ragionamento da retrobottega, che però può “convincere” qualcuno.

Quanto al nostro di governo, posto che esista, borbotta incerto, ma si lascia trascinare sulla strada degli altri europei. Resta in giro l’idea di un possibile potenziamento della «operazione Aspides», che sarebbe, a mio parere, un errore, anche se il diritto internazionale espressamente fa divieto di bloccare gli stretti, ma intervenire in quello di Hormuz sarebbe una indiretta (e nemmeno tanto indiretta) partecipazione alla guerra di aggressione di Israele e USA contro l’Iran.

Nel mio piccolo, vorrei sommessamente ricordare al prof. Canfora, che molti anni prima della guerra del Peloponneso, nel 1270 a.C., circa, si combatté un’altra guerra, quella di Qadesh tra Egitto (Ramsete II) e gli ittiti (Muwatallish)  … che non si combatté, perché – almeno così pare, ma si tratta di tanto tempo fa – i due capirono che non valeva la pena di mettere alla prova la reciproca forza e si “limitarono” a dividersi il campo (diversamente da Atene e Sparta) per regnare ciascuno nel suo.

È raro che un potente si contenti della sua potenza. Tanto raro che forse questa storia potrebbe non essere vera. Ma sperare che una volta lo sia stato, può far sperare che lo sia di nuovo.

Di Giancarlo Guarino

Giancarlo Guarino è Professore ordinario, fuori ruolo, di Diritto Internazionale presso la Facoltà di Economia dell’Università di Napoli Federico II. Autore di varie pubblicazioni scientifiche, specialmente in tema di autodeterminazione dei popoli, diritto penale internazionale, Palestina e Siria, estradizione e migrazioni. Collabora saltuariamente ad alcuni organi di stampa. È Presidente della Fondazione Arangio-Ruiz per il diritto internazionale, che, tra l’altro, distribuisce borse di studio per dottorati di ricerca e assegni di ricerca nelle Università italiane e straniere. Non ha mai avuto incarichi pubblico/politici, salvo quelli universitari.