La radicalizzazione dello scontro con Teheran è uno scenario che va incontro agli interessi di Israele più di quanto vada incontro a quelli di Washington
Nella conduzione delle operazioni militari contro l’Iran, l’integrazione operativa tra le forze statunitensi e israeliane appare elevata. La cosa non stupisce. La National Security Strategy statunitense del 2025 (NSS) pone un’enfasi particolare sulla cooperazione con gli alleati che “stanno spendendo quanto necessario e – con un sostegno critico ma limitato da parte degli Stati Uniti – stanno facendo visibilmente di più contro le minacce regionali”. In questo senso, la NSS cita esplicitamente Israele come una sorta di ‘alleato modello’ di Washington; un ruolo che appare destinato a rafforzarsi, visto il gradodi coordinamento e di interoperabilità che sta emergendo dal conflitto e il contributo di fuoco e di intelligence che Israele sta fornendo. Fra l’altro, lo Stato ebraico può mettere in campo circa 170.000 uomini in servizio attivo e 465.000 riservisti, un budget di 46,5 miliardi di dollari nel 2024, una forza aerea di oltre 600 apparecchi e una robusta componente terrestre di oltre 1.300 carri armati, oltre ad asset quali il sistema di difesa aerea Iron Dome, un’efficiente rete di strutture informative, sistemi d’arma di ultima generazione e un rapporto di collaborazione con le Forze Armate USA consolidato da rapporti che durano dai tempi della guerra fredda.
Se, quindi, sul piano militare non si vedono nubi all’orizzonte, sul piano politico le cose sono in parte diverse. Chiaramente, Israele resta un alleato chiave di Washington in Medio Oriente e Donald Trump è un presidente apertamente pro-Israele. Già nel corso del suo primo mandato, lo spostamento dell’ambasciata statunitense da Tel Aviv a Gerusalemme ha rappresentato un passo simbolico di rilievo. Sul piano pratico, la firma degli Accordi di Abramo con il Bahrain e gli Emirati Arabi Uniti (seguiti, nei mesi successivi, dal Marocco e dal Sudan) ha segnato un passaggio importante sulla strada della normalizzazione — anche formale — dei rapporti fra lo Stato ebraico e il mondo arabo, in particolare con le monarchie del Golfo, impegnate da qualche tempo in una profonda revisione del loro profilo regionale. Tuttavia, sulla questione dei rapporti con l’Iran sembra esserci sempre stato un certo margine di scollamento, che sembra essersi allargato dopo il ritorno di Trump alla Casa Bianca e che è affiorato anche in occasione della ‘guerra dei dodici giorni’ del giugno 2025, quando l’intervento militare israeliano ha portato prima all’interruzione, poi alla sospensione dei negoziati in corso fra Teheran e Washington intorno ai nodi del dossier nucleare.
Questa dinamica sembra essersi ripetuta negli ultimi giorni. Durante un colloquio con un gruppo di leader del Congresso sull’offensiva in corso, il segretario di Stato, Marco Rubio, ha parlato di Stati Uniti che avrebbero dovuto lanciare un attacco preventivo contro l’Iran dopo aver appreso che Israele stava, a sua volta, per attaccare Teheran e che le truppe statunitensi nella regione si sarebbero trovate così esposte a un’imminente minaccia di ritorsione: uno ‘scatto in avanti’ dell’alleato che avrebbe costretto la Casa Bianca a un intervento che – ancora una volta – ha azzerato i risultati diplomatici ottenuti nelle settimane precedenti e ha portato all’ulteriore radicalizzazione del confronto fra gli Stati Uniti e la Repubblica islamica. È uno scenario che va incontro agli interessi di Israele più di quanto vada incontro a quelli di Washington. Logorando le capacità militari di Teheran, rafforzando la presa dei ‘falchi’ sul potere (come conferma la scelta di Mojtaba Khamenei come nuova Guida suprema) e incidendo sui suoi rapporti con gli altri attori della regione, la guerra lascia l’Iran più debole e isolato, ne alimenta l’instabilità e crea condizioni favorevoli al cambio di regime che il governo di Gerusalemme dichiara apertamente di perseguire.
Per gli Stati Uniti e i loro alleati regionali è un’eventualità pericolosa. Come dimostra l’esperienza venezuelana, la Casa Bianca è poco interessata a promuovere politiche di regime change; piuttosto, ciò che cerca è la possibilità di giungere ad accordi ritenuti convenienti con leader che – al di là della loro coloritura ideologica – accettino di adeguarsi al suo approccio transazionale. Questa diversità di obiettivi potrebbe, alla lunga, rivelarsi un importante fattore di divisione. Sebbene la Casa Bianca abbia parlato di una guerra destinata a durare “almeno quattro settimane”, diversi segnali (primo fra tutti l’esclusione di un impegno diretto sul terreno) sembrano indicare la volontà di chiudere la questione il prima possibile. È ancora presto per dire se l’Iran saprà sfruttare questa frattura e lavorare per allargarla. Intorno alla figura della nuova Guida suprema hanno già cominciato ad affiorare le prime divisioni, così come le prime divisioni sembrano avere cominciato ad affacciarsi intorno alla modalità di condotta della guerra: questo, a conferma di come – nonostante tutto – il policentrismo del sistema di potere iraniano continui ad operare e di come questo possa avere un suo ruolo nello strutturare le dinamiche future del rapporto fra Stati Uniti e Israele.
