La possibilità che la guerra porti a una crisi del regime di Teheran preoccupa gli attori regionali per i rischi che potrebbero derivare da un eventuale vuoto di potere. Rischia, quindi, di approfondirsi il solco tra Washington e i suoi alleati regionali

 

Sinora, le monarchie del Golfo sono state forse le più colpite dalla guerra in corso fra la coalizione Stati UnitiIsraele da una parte e lIran dallaltra. Già poche ore dopo l’inizio dei bombardamenti alleati, lArabia Saudita e altri Paesi della sponda sud sono stati bersagliati da massicci attacchi con missili e droni, che hanno danneggiato la loro infrastruttura tecnologica e colpito una serie di obiettivi di alto valore simbolico. Lincertezza sulle condizioni di transito attraverso lo stretto di Hormuz ha pesantemente impattato i mercati dellenergia, con riflessi che se hanno destato i timori dei paesi consumatori hanno inciso con forza anche sui produttori. Sebbene le autorità iraniane abbiano parlato, nelle ultime ore, di uno stretto aperto al transito e dell’intenzione di colpire “solo le navi degli Stati Uniti e di Israele”, i timori restano forti. Per realtà come Abu Dhabi e Dubai – che negli ultimi anni hanno sostenuto importanti sforzi per promuovere a livello globale la propria immagine di patinata efficienza la guerra ha dissolto rapidamente il mito dell’‘isola dorata, mentre le immagini di turisti e celebrità in fuga dal paese o chiusi nelle case e negli alberghi facevano il giro del mondo, con danni che richiederanno parecchio tempo per essere riassorbiti.

È la materializzazione dei timori che queste monarchie hanno coltivato almeno dal 2023, di fronte alla risposta del governo israeliano agli attacchi di Hamas del 7 ottobre. All’epoca della Rivoluzione islamica, lIran degli ayatollah era assurto per le monarchie conservatrici sunnite – allo status di nemico metafisico, anche a causa della politica di ‘esportazione della rivoluzione’ portata avanti dalla nuova classe dirigente del Paese; con il tempo, però, le parti avevano finito per trovare una sorta di modus vivendi. Non erano mancati i momenti di tensione, per esempio, proprio intorno al nodo del programma nucleare di Teheran. Nel complesso, la percezione di una minaccia proveniente dallIran rivoluzionario si era, tuttavia, molto attenuata, cedendo il passo, in diverse occasioni, a contrasti (se non a scontri aperti) fra le stesse monarchie arabe. Grazie allintervento stabilizzante di attori come la Repubblica Popolare Cinese, questa condizione di nonpacenonguerra si era evoluta negli ultimi anni in una sorta di sospettosa convivenza. Dall’altra parte, si era consolidato il timore che la mano pesante delle autorità di Gerusalemme potesse, nel lungo periodo, mettere in discussione i delicati equilibri su cui si reggeva questa convivenza.

Oggi, lo scenario appare più problematico. La possibilità che la guerra porti a una crisi del regime di Teheran preoccupa gli attori regionali per i rischi che potrebbero derivare da un eventuale vuoto di potere. Sul piano militare, la capacità delle monarchie arabe di provvedere alla loro sicurezza è limitata. Nonostante gli arsenali accumulati dall’inizio degli anni Novanta, la capacità operativa delle loro forze armate è stata testata solo in conflitti limitati, come l’intervento nello Yemen di marzo-aprile 2015, ma non in un confronto su larga scala come l’attuale. Soprattutto, le loro strutture difensive non sembrano in grado di affrontare efficacemente le strategie asimmetriche di Teheran. In questo senso, il conflitto ha messo in luce la loro dipendenza strutturale non tanto dalla presenza di un protettore esterno’, quanto dalla stabilità della regione in cui si trovano. Non stupisce, quindi, che proprio le monarchie arabe abbiano cercato più attivamente di spingere gli Stati Uniti alla moderazione, così come non stupisce la recente mano tesa del presidente Pezeshkian, che ha presentato loro scuse pubbliche e che –pur ribadendo la volontà di Teheran di non arrendersi ‘mai’ ai suoi nemici ha parlato degli attacchi contro i vicini come di un ‘malinteso’ che non si ripeterà più.

Anche per questo, la guerra in corso rischia di approfondire il solco tra Washington e i suoi alleati regionali. Da tempo, le nuove leadership del Golfo (primo fra tutti, il principe ereditario saudita, Mohammad bin Salman) stanno cercando di dare maggiore autonomia alla propria azione internazionale, allentando quella che è stata a lungo la dipendenza dei loro paesi dall’‘amicizia’ statunitense. Oggi, questo processo potrebbe accelerare, soprattutto se il conflitto dovesse protrarsi più a lungo del previsto. La percezione diffusa, nelle corti della sponda sud, è che Washington abbia in qualche modo subordinato i loro interessi a quelli dellalleato israeliano, un alleato percepito come sempre più ingombrante e per certi aspetti pericoloso per la loro stessa sicurezza. Chiaramente, ciò non significa un abbandono del processo di avvicinamento allo Stato ebraico, che ha conosciuto un passaggio simbolico importante con la firma degli accordi di Abramo. Piuttosto, sembra probabile una crescente attenzione ai propri interessi immediati e il consolidamento di una relazione sempre più marcatamente transazionale, in cui la logica del beneficio immediato finisca per prevalere sui legami a lungo termine che le logiche di alleanza portano con sé.

Di Gianluca Pastori

Gianluca Pastori è Professore associato nella Facoltà di Scienze politiche e sociali, Università Cattolica del Sacro Cuore. Nella sede di Milano dell’Ateneo, insegna Storia delle relazioni politiche fra il Nord America e l’Europa e International History; in quella di Brescia, Storia delle relazioni e delle istituzioni internazionali.