Si tratta di capire se e quanto l’amministrazione deciderà di seguire le priorità del suo alleato. Nonostante i possibili benefici, è una scelta che, per la Casa Bianca, presenta diversi rischi
Sebbene le scorse settimane abbiano registrato un costante aumento della tensione, con una concentrazione crescente di assetti militari nel Golfo, la tempistica dell’attacco di Israele e Stati Uniti contro l’Iran giunge, tutto sommato, inaspettata. Poche ore prima dell’inizio dei bombardamenti, le delegazioni di Teheran e di Washington si erano incontrate a Ginevra per un nuovo round di negoziati sulla questione del programma nucleare iraniano. I mediatori omaniti – che fin dall’inizio dei negoziati si sono spesi attivamente per favorirne il buon esito – si erano detti fiduciosi sulla possibilità di giungere a breve a progressi significativi. Lo stesso Donald Trump, qualche giorno fa, nel suo chilometrico discorso sullo stato dell’Unione, aveva parlato di un programma nucleare iraniano ‘obliterato’ dagli attacchi dello scorso giugno e – pur agitando il ‘grosso bastone’ del potenziale militare statunitense – aveva affermato la sua preferenza una soluzione diplomatica delle questioni ancora in sospeso. Il governo israeliano – fermo sulla sua posizione a favore del regime change – appariva sostanzialmente isolato, dati anche i timori nutriti dalle monarchie arabe per le ricadute che la linea dura del governo Netanyahu avrebbe potuto avere sulla loro sicurezza.
L’improvvisa accelerazione degli eventi apre, ora, scenari del tutto nuovi. La scomparsa della Guida suprema, ayatollah Ali Khamenei, se da una parte toglie di scena un pezzo importante del sistema di potere iraniano, dall’altra non sembra coincidere con quella ‘decapitazione’ della Repubblica islamica che da alcune parti è stata evocata quale ratio dell’intervento, né sembra capace – allo stato attuale delle cose – di innescare un’ondata di proteste tale da portare alla sua caduta. La presenza, nel quadro istituzionale iraniano e nei suoi equilibri di potere, di vari centri legati gli uni agli altri da complessi vincoli di collaborazione e competizione potrebbe risultare in grado di ‘assorbire il colpo’, anche alla luce del fatto che l’età e i dubbi sullo stato di salute del Rahbar ponevano già da tempo la questione della sua successione. Non è da trascurare, inoltre, la possibilità che – come in altri casi – gli attacchi possano innescare, nel paese, una risposta patriottica che finisca per consolidare la posizione della leadership. Gli attacchi ‘di ritorsione’ di Teheran contro vari obiettivi del Golfo potrebbero, infine, spingere le monarchie locali a intervenire con un ruolo stabilizzante, anche alla luce delle conseguenze che potrebbero derivare dall’aprirsi, nella regione, di un pericoloso vuoto di potere.
Nonostante la potenza di fuoco messa in campo, anche la finestra a disposizione per un effettivo successo militare è limitata. Dopo gli attacchi, il Partito repubblicano si è compattato intorno al Presidente mentre quello democratico sembra avere difficoltà nell’articolare una credibile opposizione. Tuttavia, l’opinione pubblica appare in larga parte contraria all’intervento. Un sondaggio YouGov condotto subito dopo l’avvio delle operazioni mostra come solo il 33% del campione approvasse l’attacco all’Iran, un valore che – fra democratici e indipendenti – scendeva, rispettivamente, al 10% e al 21%. Un successivo sondaggio Reuters/Ipsos fissa il tasso di approvazione nell’ordine del 25%, con il 43% degli intervistati apertamente contrario all’intervento e il 29% incerto; valori che potrebbero cambiare nuovamente dopo l’annuncio da parte del CENTCOM della prime perdite statunitensi. Vale la pena di osservare, inoltre, come anche prima dell’inizio delle operazioni, l’ipotesi di una azione militare non fosse molto popolare e come – nonostante il favore fosse prevedibilmente superiore fra gli elettori repubblicani – anche qui i valori fossero, tutto sommato, contenuti, con molti incerti e molta indecisione su chi avrebbe davvero beneficato dell’operazione.
A questo proposito, la Casa Bianca ha parlato di operazioni destinate a durare “almeno quattro settimane”. Di contro, dopo la morte di Khamenei, Donald Trump si è anche detto disposto ad aprire un dialogo con i nuovi vertici iraniani, pur precisando che ciò non porterà alla fine degli attacchi. L’impressione è che Washington punti a ripetere quanto fatto a giugno, con l’impiego dalla forza funzionale a raggiungere un risultato negoziale ritenuto più favorevole ai propri interessi. Una politica ‘del grosso bastone’ che il Presidente sembra sembra appezzare e che ha già usato in altri scenari. Il dubbio riguarda da un lato quale potrà essere la risposta di Teheran, dall’altro la posizione che assumeranno le autorità di Gerusalemme. Israele ha già identificato nell’abbattimento del Repubblica islamica il suo obiettivo strategico e ha ampiamente dimostrato di non temere una regionalizzazione (seppure limitata) del conflitto. Una volta in più, si tratta di capire se e quanto l’amministrazione deciderà di seguire le priorità del suo alleato. Nonostante i possibili benefici, è una scelta che, per la Casa Bianca, presenta diversi rischi, sia in termini di consenso interno, sia di rapporti con alleati ‘di peso’ come quelli del Golfo, che sono forse i più preoccupati per l’escalation in corso.
