Il nostro costituente ha voluto garantire a tutti i cittadini la certezza che il PM cerca l’autore del delitto, indipendentemente dall’accusato: cerca, anzi deve cercare, le prove anche a discolpa dell’accusato, che altrimenti, di fronte ad un ‘avvocato dell’accusa’, dovrebbe cercarsele da solo. Perciò ha e deve avere la formazione del giudice, non dell’avvocato!
«Un brivido nella schiena» si suol dire quando qualcosa colpisce fortemente e in qualche maniera perfino intimorisce.
È la sensazione che ho provato nel primo pomeriggio del 18 Febbraio (Mercoledì scorso!) nel vedere il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, col suo solito tono composto e pacato, ma, stavolta, grave, dire «sono consapevole che non è consueta la presenza del Presidente della Repubblica per i lavori ordinari del Consiglio», il Consiglio Superiore della Magistratura. Un organo costituzionale, la cui funzione è esattamente quella di garantire l’autonomia e l’indipendenza della Magistratura, attraverso un organo dove siano presenti sia Magistrati che rappresentanti del popolo, uniti dalla figura del Presidente della Repubblica, che rappresenta l’unità nazionale ed è il «capo dello Stato».
Il discorso brevissimo e inoppugnabile, intende fermamente e senza aggettivi «ribadire il rispetto che occorre nutrire e manifestare – particolarmente da parte delle altre istituzioni – nei confronti di questa istituzione». «In questa sede», continua il discorso, «più che nella funzione di Presidente di questo Consiglio come Presidente della Repubblica- avverto la necessità di rinnovare con fermezza l’esortazione al rispetto vicendevole».
Un brivido, dico, perché proprio la ‘inusualità’ dell’intervento, segnalava a me, come immagino a moltissimi altri cittadini italiani, segnalava che la tensione era prossima ad un punto di rottura, appunto, istituzionale, capace di mettere in discussione i fondamenti della Costituzione che ci unisce: la rigorosa divisione dei poteri tra Magistratura, Parlamento e Governo.
Il richiamo alla sua funzione di capo dello Stato, di Presidente della Repubblica, cioè di tutti, è stato particolarmente efficace, ma anche significativo della percezione di una situazione di pericolo, o almeno di grande difficoltà. Una ‘sensazione’, dico, che visto da dove viene è, temo, ben più di una sensazione, un allarme.
E che fosse un allarme grave, lo testimonia il fatto che nemmeno due ore dopo, venivano diffuse due dichiarazioni molto aggressive e confuse, propagandistiche, del capo del Governo e, nientemeno, dal Presidente del Senato. Non escluderei ch fossero già note prima a Mattarella; ma certo lo ‘sgarbo’ è stato molto grave. Poi, i toni si sono attenuati, ma solo un po’.
Non voglio entrare nel merito del caso, ma solo segnalare e condividere con voi il senso di urgenza, di pericolo, che mi ha assalito ascoltando quel discorso, pacato ma fermo, dopo quasi due mesi di urla, di insulti e di … minacce alla libertà di pensiero e di manifestazione del pensiero: quando si annuncia, si lascia trasparire la volontà di farlo, si allude alla possibilità di identificare i partecipanti ad una manifestazione, lo si faccia effettivamente o meno, si induce nelle persone, nei cittadini, il legittimo timore a manifestare il proprio pensiero. Si colpisce il nervo più profondo della nostra Costituzione, cioè del motivo e della logica della nostra convivenza. È l’insieme di questi fatti, dal referendum all’ennesimo decreto o disegno di legge sulla ‘sicurezza’, che colpisce e preoccupa: me, almeno.
Ho già spiegato che io sono per il no a questa riforma bolsa, ma, senza entrare nel merito, mi ha colpito un dibattito pacato (beh, quasi … ) tra Antonio Di Pietro e Gherardo Colombo, Domenica sera a «Che temo che fa». Di Pietro, sostenitore del “sì”, ha argomentato tra l’altro, parlando del fatto che sia poco opportuno che Pubblico Ministero e Giudice condividano la stessa formazione cultura e organizzazione: il PM deve essere, insomma, l’avvocato accusatore, sul medesimo piano dunque di quello difensore.
Il discorso sarebbe lungo e nemmeno vi accenno. Salvo a dire una sola fondamentale cosa: il nostro costituente conosceva benissimo gli altri ordinamenti, a cominciare da quello statunitense che vede nel PM appunto un avvocato accusatore, inteso solo ad accusare e, nel caso degli USA, rieletto solo se ‘vince’ molte cause. Chiunque abbia visto i libi e le serie TV di Perry Mason, sempre opposto al ‘burbero’, benché ‘leale’ Hamilton Burger … «benché leale» (Perry Mason e l’avversario leale (1946)), vi rendete conto?
I nostri costituenti lo sapevano benissimo, ma hanno scelto deliberatamente una strada diversa e non consueta. La tesi di Antonio Di Pietro, cui va tutta la mia stima, è esattamente il motivo principale per cui si deve dire ‘no’ a questa riforma. Il nostro costituente ha voluto garantire a tutti i cittadini la certezza che il PM cerca l’autore del delitto, indipendentemente dall’accusato: cerca, anzi deve cercare, le prove anche a discolpa dell’accusato, che altrimenti, di fronte ad un ‘avvocato dell’accusa’, dovrebbe cercarsele da solo. Cosa difficile ed estremamente costosa. Perciò ha e deve avere la formazione del giudice, non dell’avvocato!
Il rischio, insomma, di questa riforma, è di creare una ‘giustizia’ per i benestanti, non per tutti.
