Fondamentale deve tornare ad essere la logica di un sistema giuridico internazionale, che esiste, è valido e possiede gli strumenti per superare situazioni di conflitto quali quella attuale
Ricorre oggi il quarto anniversario di una guerra che io spesso ho definito una guerra assurda, una guerra che non avrebbe mai dovuto iniziare e assolutamente mai continuare.
Parlo, come ben capite, della guerra in Ucraina. Sottolineo ‘in’, perché, a mio parere, questa guerra, violenta come poche e priva di sbocchi apparenti, è stata semplicemente il punto culminante di uno scontro di sistemi iniziato molto ma molto prima di quando non sia iniziata la guerra vera e propria. Si combatte, in sostanza, oggi una guerra del secolo scorso, mai combattuta sul terreno, alla quale almeno uno degli stessi contendenti (gli USA) non credono più. E per di più, la si combatte con metodi che nemmeno nella prima guerra mondiale!
Non importa sapere o prevedere chi ha vinto o chi vincerà questa guerra. Le guerre sono sempre e solamente perdute da tutti compresi quelli che magari si definiscono ‘vincitori’.
L’unico modo per porre fine alle guerre, l’unico come diceva Papa Francesco, è fare la pace: «fare», cioè costruire, cioè negoziare, cioè trattare, cioè smetterla di considerarsi semplicemente nemici e cercare di trovare una composizione agli interessi e alle aspirazioni che sono entrati in conflitto tra di loro, magari, anzi solo alla luce del diritto internazionale.
Non occorre citare i grandi nomi della politologia internazionale, i conflitti hanno una loro, perversa, logica interna. Una logica ferrea, alla quale non ci si può sottrarre se non facendo un salto di qualità politico e intellettuale, cioè cambiando atteggiamento e ridimensionando i propri interessi alla luce dell’interesse generale al mantenimento della pace … alla luce dei costi, specie umani, comunque spropositati di una guerra.
In assenza di questo salto di qualità culturale, la affermazione o la riaffermazione dei principî del diritto internazionale vigente, a cominciare, per esempio, dal principio della integrità territoriale degli Stati, restano parole vuote, nella misura in cui descrivono situazioni che non corrispondono alla realtà effettuale, per così dire.
Per capirci meglio, e so bene di andare contro la convinzione comune in materia, almeno nella nostra parte di cosiddetto mondo occidentale, sostenere l’integrità territoriale di uno Stato, a tutti i costi, presuppone che si possa e si sappia dimostrare quale sia il territorio di quale soggetto e da quando; così come affermar che un certo territorio appartiene a questo o a quel popolo, richiede ben altro che il ‘semplice’ fatto discriminatorio nei suoi confronti. Ma specialmente presuppone la possibilità e la capacità, per non dire la volontà, di collocare quel conflitto specifico nel quadro generale non tanto e non solo della cosiddetta geopolitica delle grandi potenze, ma specialmente nella logica di un sistema giuridico internazionale, che esiste, è valido e possiede gli strumenti per superare situazioni di conflitto quali quella attuale. È lì, insomma, che va fatto quel salto di qualità di cui parlavo prima: passare dalla rivendicazione, più o meno muscolare, dei propri interessi alla pretesa della soddisfazione dei propri diritti e quindi, però, al riconoscimento dei diritti altrui.
Voglio solo dire, e ripeto che so bene di essere fuori dal mainstream corrente, che la rivendicazione dei propri interessi non può mai essere fatta efficacemente se non nel quadro di un ordinamento giuridico internazionale nel suo complesso: si difendono gli interessi solo se e quando sono diritti, nell’ambito di un ordinamento giuridico. E l’ordinamento giuridico internazionale, non è l’ordinamento occidentale, orientale o quel che volete, ma è l’ordinamento dell’intera comunità internazionale. Che, è questa la conclusione alla quale voglio giungere, ha mancato di tenere conto dei diritti di tutti e ha cercato di imporre una visione unilaterale dell’ordinamento internazionale. Ha trasformato cioè il diritto della comunità internazionale, nel diritto del più forte. E mai come oggi se ne vedono le sconsolanti conseguenze: quando cioè si vedono i due punti di riferimento della attuale situazione politica internazionale, USA e Russia, letteralmente alleati nella pretesa di imporre agli altri, a tutti gli altri la propria volontà con l’uso della forza.
Non per nulla, infatti, questa concezione circa l’affermazione del proprio potere con l’uso della forza, ha portato all’attuale situazione di guerra in Ucraina – un massacro senza scopo e senza ragione, fine a sé stesso, per la ‘conquista’ o la ‘difesa’ di pochi metri di terreno, per affermare che “io sono più forte di te” e se non cedi quei dieci metri, io continuo a bombardare alla cieca: anche se, all’origine del conflitto, vi sono motivi reali di ‘sicurezza’, di autonomia, ecc. Non diversamente dalla bestiale (non mi viene altra parola in mente) ‘soluzione’ della questione di Gaza – in realtà, nelle intenzioni degli attori principali, della intera questione della Palestina – ‘risolta’ prendendosi il territorio altrui, e comunque non ‘proprio’, per ostruirvi su una città interamente nuova, cacciandone la popolazione residua da un anno, o meglio da decenni, di massacro.
Il tutto, a ben vedere, nel tentativo (nella illusione) di costruire un nuovo sistema di potere nella Comunità internazionale, ad esclusivo vantaggio delle potenze che si credono, oggi, le più forti.
L’Europa potrebbe, e in qualche caso ha timidamente cercato, ‘interporsi’ per parlare di diritto e non solo di forza: altro che intervento sul terreno! Ma finora resta una entità ambigua e tremebonda, troppo legata alla potenza USA per avere la forza e la volontà di agire in piena autonomia e nel nome del diritto. E per di più alle prese con un durissimo (benché felpato e infido) scontro interno da un lato, tra chi vuole distruggere l’Europa come entità autonoma e “sovrana”, pur avendo stipulato un trattato per riconoscerla, e chi, pur parlando di Europa sovrana, cerca per ora di sviluppare la propria potenza autonoma, per farla giocare come strumento di controllo della UE: contentandosi, cioè, di prevalere nel proprio quartierino, piuttosto che giocare la partita sul tavolo principale. Gioco dal quale la nostra “Italia-nazione” attenta (dice) agli interessi nazionali (appunto, non diritti) si ritira ogni giorno di più, nell’illusione di ricavare qualcosa dai sorrisi più o meno ancillari con la presunta potenza egemone.
