Il Presidente USA concede le licenze a cinque compagnie petrolifere in Venezuela. Tra le cinque anche ENI

 

La scena, in attesa di San Remo, è per un Roberto Vannacci che abbandona la Lega per fondare una “destra-super-destra”, o un direttore di RAI Sport che conferma d’essere la persona sbagliata nel posto sbagliato e di conseguenza non può che fare cose sbagliate, ma senza sbagliare un colpo C’è il referendum sulla giustizia: qui un giorno sarà amaramente divertente rileggere le cronache di questi giorni: come i sostenitori del NO alla riforma voluta dal Governo facciano del loro meglio per incrementare i SI; e come i sostenitori del SI giorno dopo giorno si specializzino nel procurare consenso al fronte del NO.

  Poi… Poi c’è il potere vero. Quello che opera in silenzio, senza attirare attenzione; spesso tecnicamente irresponsabile, perché non deve rendere conto all’elettorato del suo fare”.

  Le nomine di grandi partecipate, come Consob, ENI, ENEL, Leonardo, Poste, TernaQui il confine si fa sottile, evanescente: il potere politico spesso cede il passo a chi è al vertice di questi enti. Ma chi, davvero, nomina chi?

  Si prenda ENI. Il governo sembra intenzionato a rinnovare la fiducia all’amministratore delegato Claudio Descalzi. Si dovrà attendere ancora qualche mese, ma le indiscrezioni vanno in questo senso; e sarà il quinto mandato. Nel 2029 quando scadrà, Descalzi sarà stato Amministratore delegato per ben quindici anni; il più longevo, praticamente un regno.

   Nominato nel 2014 dall’allora governo di Matteo Renzi, è stato poi confermato nei successivi, per la prima volta come amministratore delegato di ENI. Da quell’anno, gli esecutivi che si sono susseguiti (Paolo Gentiloni, Giuseppe Conte 1, Giuseppe Conte 2, Mario Draghi, Giorgia Meloni) gli hanno rinnovato fiducia. Manager che vince non si cambia?

  È comunque un fatto che ENI, fin dai tempi del suo fondatore Enrico Mattei, svolge compiti simili, se non superiori a quelli di un ministro degli Esteri. E dal dopoguerra in poi non s’è mai visto un ministro degli Esteri che abbia avuto qualcosa di obiettare sulla politica estera dell’Ente.

  Descalzi evidentemente ha maturato una potente esperienza e, al di là dei cambi di governo, è in grado di garantire ai molti partner e Stati esteri una sostanziale stabilità tattica e continuità strategica, nell’ambito di un comparto, quello energetico, di straordinaria importanza.

   Del resto, ENI è una global energy tech company, attiva in 64 paesi. Con la gestione Descalzi la produzione è aumentata dell’8 per cento, la capacità di bioraffinazione da 0.40 a 1,65 milioni di tonnellate l’anno. Massicci gli investimenti in nuove tecnologie, anche e soprattutto proprietarie: soluzioni come l’idrogeno verde e per la cattura e l’immagazzinamento di CO2 che sono alla base di una concreta transizione energetica.

  Non c’è dubbio che Descalzi sia uomo di esperienza e capacità. Milanese, classe 1955, laureato in fisica, entra in ENI nel 1981 come ingegnere di giacimento; matura esperienza di project manager per lo sviluppo delle attività nel Mare del Nord, Libia, Nigeria e Congo. Sotto la sua direzione viene applicato un nuovo modello operativo grazie al quale la produzione di barili giornalieri viene incrementata a 250.000 unità. Nel 1994 è managing director della consociata ENI in Congo. Ricopre la carica di direttore dell’area geografica Africa, Medio Oriente, Cina e lancia e supervisiona lo start up del Progetto Western Libyan Gas, che incrementa la produzione della controllata libica da 85.000 a 280.000 barili al giorno. Successivamente viene nominato direttore dell’area geografica Italia, Africa e Medio Oriente.Nel 2006 è vice direttore generale di ENI nella divisione Exploration & Production; contribuisce alla definizione del piano strategico di attività upstream in Italia e all’estero e avvia importanti progetti: il Goliat in Norvegia (2009), il West Hub in Angola (2011) e la campagna di esplorazione in Mozambico (2013).

  Nel 2014 Renzi lo indica per il ruolo di amministratore delegato di ENI.

  Si diceva della politica estera dell’ente. Lo scorso 9 gennaio ENI è tra le big oil riunite da Donald Trump, dopo la defenestrazione di Nicolas Maduro. “Siamo pronti a investire in Venezuela e a lavorare con le compagnie americane, il messaggio al presidente statunitense.

  L’altro giorno la notizia in sordina che tuttavia non è sfuggita a mercati e operatori: Trump concede le licenze a cinque compagnie petrolifere in Venezuela. Tra le cinque anche ENI.

Il Venezuela notoriamente è un paese che galleggia su un mare di petrolio. ENI da sempre è interessato a quei giacimenti; i primi “interessamenti” fin da quando presidente era il suo fondatore Mattei. Per quel prezioso liquido, in una fluviale intervista l’ex presidente dell’ENI Paolo Scaroni sul “Sole 24 Ore” si produsse in sperticati elogi nei confronti del dittatore Hugo Chavez, predecessore di Maduro.

  Prima della caduta del dittatore venezuelano le compagnie straniere dovevano ottenere autorizzazioni statunitensi per negoziare, pianificare e operare progetti in Venezuela a causa delle sanzioni imposte da Washington.

  BP: nel 2024, il Venezuela ha concesso a BP e alla National Gas Company di Trinidad e Tobago una licenza per l’esplorazione e la produzione nella parte venezuelana del giacimento transfrontaliero di gas Manakin-Cocuina, ancora non produttivo. Gli Stati Uniti hanno revocato ad aprile una precedente licenza concessa alle due aziende, bloccando di fatto la pianificazione del progetto.

  Chevron: come parte della migrazione forzata voluta da Chávez verso joint venture dominate dalla compagnia statale PDVSA, Chevron ha negoziato la permanenza nel paese e la formazione di partnership con PDVSA. Detiene partecipazioni tra il 25% e il 60% in cinque progetti onshore e offshore in Venezuela. Chevron ha esportato circa 150.000 barili al giorno di greggio venezuelano verso la costa statunitense del Golfo del Messico a novembre, e circa 100.000 barili al giorno il mese scorso, secondo dati di tracciamento delle navi. L’azienda afferma di continuare a operare in conformità con tutte le leggi e regolamenti pertinenti.

  Compagnie cinesi: la Cina era un importante acquirente di petrolio e investitore nel settore energetico venezuelano. Le società statali China National Petroleum Corp e Sinopec avevano joint venture in Venezuela. La società privata China Concord Resources Corp aveva pianificato lo scorso anno di investire oltre 1 miliardo di dollari in due giacimenti petroliferi per produrre 60.000 barili al giorno entro la fine del 2026, secondo quanto riportato da Reuters. Ancora nessun commento da parte della compagnia.

 ConocoPhillips: Conoco tenta da anni di recuperare circa 12 miliardi di dollari dall’esproprio dei suoi asset avvenuto durante l’era Chávez. ConocoPhillips segue da vicino gli sviluppi in Venezuela e le possibili implicazioni per l’approvvigionamento energetico mondiale e la stabilità. “Sarebbe prematuro speculare su future attività commerciali o investimenti”, ha dichiarato un portavoce.

  ENI: produce gas nel giacimento offshore di Perla, una joint venture al 50 per cento con Repsol, gestita dalla locale Cardón IV. La produzione di gas viene utilizzata per la generazione di elettricità in Venezuela. Eni dichiara che il Venezuela le deve 2,3 miliardi di dollari a giugno 2025, più che nel 2024, a causa della decisione dell’amministrazione statunitense del marzo 2025 di revocare tutte le licenze che consentivano di recuperare il denaro dovuto tramite le spedizioni di greggio di PDVSA.

  EXXONMOBIL: non ha più alcuna presenza in Venezuela, dopo aver rifiutato di migrare i propri progetti in joint venture con PDVSA.

  REPSOL: la spagnola Repsol detiene partecipazioni in un mix di giacimenti petroliferi e di gas onshore e offshore in produzione e ancora da sviluppare in Venezuela, tra cui Petroquiriquiree Cardón IV Oeste, gestito con Eni. Nel marzo 2025, gli Stati Uniti hanno comunicato a Repsol la revoca di una licenza che le era stata concessa per operare in Venezuela. In base a un precedente permesso, Repsol aveva concordato di ricevere petrolio da PDVSA come pagamento del debito. Repsol sostiene che il Venezuela le deve 586 milioni di euro (683,63 milioni di dollari). Non ha rilasciato commenti.

  SHELL: avrebbe dovuto sviluppare il giacimento di gas Dragon, ancora non produttivo, nelle acque venezuelane, insieme alla Compagnia Nazionale del Gas di Trinidad e Tobago, con la produzione destinata a Trinidad per essere trasformata in gas naturale liquefatto. Progetto in gran parte congelato. Shell e BP sono azionisti dell’impianto Atlantic LNG di Trinidad, che necessita di un maggior approvvigionamento di gas. In ottobre, il governo statunitense ha autorizzato Shell e Trinidad a riprendere la pianificazione di Dragon, ma il Venezuela ha successivamente sospeso tutti gli accordi energetici con Trinidad.

  ROSNEFT: la compagnia petrolifera statale russa Rosneft ha prestato al Venezuela miliardi di dollari garantiti dalle vendite di petrolio e detiene partecipazioni in società come Petromonagas, Petroperija, Boquerón, Petromiranda e Petrovictoria, con un valore di capitale stimato in circa 5 miliardi di dollari, secondo i media russi.

  Per tornare a ENI. Non solo il Venezuela. Qualche mese fa l’ente ha siglato un accordo storico conIndonesia e Malesia, investimenti da quindici miliardi. Altri lucrosi accordi si sono realizzati con Egitto, Siria, altri paesi dell’area nord-africana.

  Un discorso a parte lo merita la Libia; ENI vi lavora fin dai primi anni del regime di Gheddafi; e continua, anche ora che il paese è tale solo nominalmente, dilaniato da mille faide tribali e terreno di scorribanda di milizie armate dietro le quali, come un gioco di scacchi, operano Russia, Turchia, Cina, Stati Uniti, Francia, Regno Unito.

  Saipem, di cui ENI è maggiore azionista, lavora a un progetto ambizioso: la costruzione della prima raffineria privata per la produzione di gasolio. Secondo attendibili indiscrezioni la Muheet Oil Refining Co. Avrebbe già ricevuto lettere di credito per oltre 75 milioni di dollari. Una più che solida base finanziaria, per un progetto nell’ambito di un piano più ampio annunciato dal presidenze della National Oil Corporation (NOC) Masoud Suleiman: il raddoppio della capacità di raffinazione nazionale, dagli attuali 380mila barili al giorno a 660mila.

  Attualmente in Libia operano quattro raffinerie di proprietà statale, tutte obsolete. La cosa comporta una forte dipendenza dall’estero: nel 2024 su 51 milioni di barili di gasolio immessi sul mercato interno, be 37 sono arrivati attraverso importazioni, per lo più dalla Russia, con costi elevati e una forte esposizione geopolitica.

  Aumentare la raffinazione interna non è solo una questione economica. Significa ridurre le pressioni su un Paese le cui strutture sono fragilissime, in equilibrio più che precario. L’entrata in scena di un grande operatore europeo come Saipem potrebbe rappresentare un cambio di passo: politico, economico, sul piano tecnologico e gestionale. Ovvio che tutto dipende dalla capacità dei potentati che “governano” la Libia di garantire un minimo di stabilità politica e sicurezza. Nei mesi che verranno sapremo se il progetto di raffineria costituirà la testa di ponte per un più vasto tentativo di modernizzare il settore downstream libico grazie a capitali e know-how internazionale. Dovesse concretarsi, sarebbe, questo sì, nel solco e nella tradizione di ENI e del suo fondatore.

  Questa è politica estera concreta e reale; Nicolò Machiavelli attribuisce la massima a Cosimo de’ Medici: “Gli Stati non si governano coi paternoster”.