Sei Rappresentanti repubblicani hanno votato con la minoranza democratica contro i dazi imposti al Canada dallamministrazione Trump. Vengono alla luce le fratture che esistono al Congresso allinterno di quello che dovrebbe essere il partito di maggioranza

 

La defezione di sei Rappresentanti repubblicani, che negli scorsi giorni hanno votato con la minoranza democratica contro i dazi imposti al Canada dallamministrazione Trump, ha portato alla luce le fratture che esistono al Congresso allinterno di quello che dovrebbe essere il partito di maggioranza. Non è un risultato del tutto inatteso. Per più di un anno, lo Speaker della Camera dei Rappresentanti, Mike Johnson, ha fatto il possibile per evitare voti espliciti su questioni che avrebbero potuto risultare troppo divisive; un escamotage dietro cui emergono i timori dei vertici del movimento MAGA riguardo alla fedeltà di diversi colleghi di partito. Linterrogativo è, ora, se e quanto ciò che è accaduto negli scorsi giorni possa essere indice di un deterioramento del consenso intorno alla figura del Presidente e alle sue politiche. Soprattutto il tema dei dazi è fin dallinizio al centro delle polemiche, anche perché, al di là delle dichiarazioni della Casa Bianca, i benefici di questa politica sembrano fare fatica a materializzarsi; anzi, nel caso di alcuni Stati (in particolare, alcune realtà agricole del Midwest), la loro introduzione e le reazioni che hanno innescato nei Paesi colpiti si sono tradotte in danni significativi per i produttori statunitensi.

La risposta del Presidente è stata prevedibilmente dura. Fra l’altro, Trump ha minacciato sanzioni contro tutti i Rappresentanti repubblicani che voteranno contro i dazi, anche se non è chiaro come queste sanzioni potranno concretizzarsi. La sfida è comunque aperta. I vertici democratici della Camera hanno già annunciato lintenzione di portare nuove questioni al voto dell’aula, proprio per testare la compattezza della maggioranza. È una strategia potenzialmente pagante, soprattutto in vista delle prossime elezioni di midterm. Essa costringe, infatti, i congressmen repubblicani a una scelta difficile: se difendere gli interessi dei propri collegi elettorali o restare fedeli a Donald Trump e a un movimento MAGA al quale, in molti casi, si lega il loro successo politico. Nelle prossime settimane ci si potranno, quindi, attendere nuovi strappi. Difficilmente, però, essi porteranno a un ripensamento delle scelte dell’amministrazione. Più facilmente, si assisterà al riproporsi del noto pattern di personalizzazione dello scontro e al rilancio della retorica trumpiana secondo cui lopposizione interna o esterna al partito sarebbe animata anzitutto da ostilità personale e da astio per i risultati di unAmerica tornata ad essere nuovamente grande’ grazie all’azione della Casa Bianca.

Se, quindi, quanto accaduto negli scorsi giorni non deve essere visto come l’inizio di una crisi strutturale, esso esprime, comunque, il disagio che attraversa sottotraccia il Partito repubblicano. Negli ultimi anni, il movimento MAGA ha assunto un ruolo prevalente allinterno del partito, grazie anche ad alcune ‘conversioni illustri, come quella dellattuale Segretario di Stato, Marco Rubio; ciò, tuttavia, non ha cancellato del tutto le sue altre anime. Inoltre, negli Stati Uniti, la componente ideologica alla base dei partiti è molto meno forte di quanto non lo sia in Europa e lattenzione alle richieste provenienti dal basso– in particolare dai collegi elettorali e dei gruppi di pressione – molto più importante. Su questo sfondo, quando diverse componenti di una piattaforma politica entrano in tensione luna con laltra, ciò può diventare un problema. Lo stesso elettorato che, da una parte, approva le politiche dellamministrazione, per esempio, in materia di identità e immigrazione, può essere contrario, dall’altra, le sue politiche in campo economico e commerciale; una situazione che mette Rappresentanti e senatori – che con l’elettorato sono a più diretto contatto – in una posizione delicata, vista anche la rigidità della posizione del Presidente.

È anche una dimostrazione di come i dazi rimangano un punto dolente per la politica statunitense. Negli scorsi giorni, la Federal Reserve di New York ha diffuso uno studio secondo cui, nel corso del 2025, il dazio medio sulle importazioni sarebbe aumentato dal 2,6 al 13%, mentre il 90% del costo delle tariffe imposte sui beni provenienti da Messico, Canada, Cina e Unione Europea sarebbe ricaduto sulle aziende e i consumatori statunitensi. Per l’amministrazione, è un brutto colpo, che conferma la posizione critica della Fed in tema di dazi nonostante il recente cambio al vertice, voluto proprio dalla Casa Bianca. I risultati dello studio della Fed coincidono, inoltre, con quelli di altre fonti, sia dentro, sia fuori dagli Stati Uniti. Per esempio, uno studio diffuso a gennaio da un organismo indipendente come il Kiel Institute for the World Economy parla di un trasferimento pressoché completo dei dazi sui prezzi delle importazioni statunitensi”, includendo nell’analisi anche le transazioni condotte con paesi come Brasile e India. Uno scenario scomodo sotto molti aspetti, soprattutto se si considera come l’aumento dei prezzi rischi di annullare per molti elettori – i benefici derivanti dai tagli alle tasse introdotti a luglio con lo One Big Beautiful Bill.

Di Gianluca Pastori

Gianluca Pastori è Professore associato nella Facoltà di Scienze politiche e sociali, Università Cattolica del Sacro Cuore. Nella sede di Milano dell’Ateneo, insegna Storia delle relazioni politiche fra il Nord America e l’Europa e International History; in quella di Brescia, Storia delle relazioni e delle istituzioni internazionali.