Un accordo più ampio – che tenga conto, per esempio, dell’accresciuto peso nucleare della Cina – avrebbe come risultato quello di mettere in discussione la fine dell’era delle superpotenze
La notizia della disponibilità di Mosca a continuare a rispettare le previsioni del trattato New START anche dopo la sua scadenza, lo scorso 5 febbraio, è un segnale importante nel quadro dei rapporti fra Stati Uniti e Russia. Durante la prima presidenza Trump, il rinnovo del trattato New START era stato al centro di numerose tensioni, che avevano spinto le parti ad una sua proroga solo dopo l’arrivo di Joe Biden alla Casa Bianca. Al di là del valore concreto, il ‘New START’ ha un grande valore simbolico. Dopo la denuncia da parte statunitense del trattato INF sulle forze nucleari intermedie (agosto 2019), il ‘New START’ è rimasto l’ultimo tassello ancora operativo del quadro di non proliferazione negoziato da Mosca e Washington fra la fine gli ultimi anni della guerra fredda e i due decenni successivi. Fra l’altro, nel febbraio 2023, proprio Mosca aveva annunciato l’intenzione di sospendere la sua partecipazione all’accordo pur senza ritirarsi ufficialmente e – anzi – chiarendo che avrebbe continuato a rispettare i limiti da esso previsti. Di contro, nel settembre 2025, sempre Mosca aveva annunciato la volontà di continuare a rispettare e previsioni del trattato fino al 5 febbraio 2027, a condizione che gli Stati Uniti avessero assunto un impegno simile e si fossero astenuti dal porre in atto azioni che compromettessero l’equilibrio esistente.
Su questo sfondo, la nuova apertura della Russia può essere interpretata in modi diversi. Di fronte a quello che appare lo stallo dei negoziati sull’Ucraina, essa può segnalare la volontà di tenere aperto un canale di dialogo con l’amministrazione Trump nonostante gli irrigidimenti delle ultime settimane. Essa può mirare ad accreditare un’immagine ‘moderata’ della Russia, dei suoi leader e della loro politica, in linea con la narrazione che Mosca porta avanti da tempo. Essa può, infine, costituire una sorta di ‘moneta di scambio’ che il Cremlino mette sul tavolo in vista di possibili richieste da avanzare in futuro. La fine del trattato New START è guardata, infatti, con preoccupazione da molti osservatori. Il rischio più evocato è che essa finisca per innescare una nuova corsa agli armamenti fra Mosca e Washington, vanificando i risultati sinora conseguiti a livello di rapporti bilaterali. Più radicalmente, da altre parti è stato rilevato come la crisi del ‘New START’ possa addirittura mettere in crisi il fondamento dell’attuale architettura di non proliferazione–il trattato di non proliferazione nucleare (TNP) del 1968– spianando la strada a un riarmo generalizzata, in linea con quelle che sono le ambizioni di Paesi come India, Pakistan, Nord Corea e forse Iran, già da tempo alla ricerca di uno status nucleare o impegnati nel potenziamento dei propri arsenali atomici.
Ovviamente, il trattato New START non rappresenta la panacea a tutti questi problemi. Esso riguarda solo una specifica classe di armi nucleari – le armi nucleari strategiche –che, trovandosi ‘in cima alla scala’ del potenziale distruttivo, hanno anche la minore possibilità di essere impiegate effettivamente, a differenza di quelle tattiche (o di teatro). Inoltre, il trattato vincola solo gli Stati firmatari. È stata questa una delle ragioni per cui l’amministrazione Trump, fra il 2019 e il 2020, si è opposta al suo ‘semplice’ rinnovo, chiedendo che – al suo posto – fosse negoziato un accordo più ampio, esteso anche altri attori, primo fra tutti la Cina. La comparsa di nuove tipologie di armamenti, non previsti del trattato originario, pone, infine, altri limiti alla sua efficacia. Durante il conflitto in Ucraina, per esempio, Mosca avrebbe testato il ricorso a missili ipersonici (sebbene con testate convenzionali), una tipologia di vettori ai quali non si applicano i limiti del ‘New START’. Di contro, il trattato prevede – oltre al sistema dei tetti per le testate e i vettori terrestri, aerei e navali posseduti e dispiegati dalle parti – un articolato meccanismo per il controllo della sua implementazione e del suo rispetto, sistema che è venuto meno alla scadenza dell’accordo e il cui venire meno costituisce forse la perdita più significativa fra quelle che sono conseguite dal suo mancato rinnovo.
In ogni caso, alcuni osservatori hanno anche messo in luce il fatto che la decadenza del trattato New START potrebbe anche avere aspetti positivi. In particolare, una fonte autorevole come il Bullettin of the Atomic Scientists statunitense ha sottolineato come la fine del ‘New START’ possa offrire l’occasione per negoziare un nuovo e più ampio accordo, rilevando come, dal punto di vista degli equilibri nucleari, il mondo attuale sia radicalmente diverso rispetto a quello degli anni Novanta, quando sono state gettate le fondamenta del regime oggi in vigore. È una sfida complessa, anche alla luce delle tensioni che attraversano il sistema internazionale. Una sfida che, tuttavia, nel caso di Mosca, presenta un’ulteriore incognita. Con la sua struttura bipolare, il trattato New START attribuiva alla Russia un ruolo paritario rispetto agli Stati Uniti anche in termini di status. Un accordo più ampio – che tenga conto, per esempio, dell’accresciuto peso nucleare della Cina – avrebbe come risultato quello di mettere in discussione questo status, segnando anche dal punto di vista simbolico, la fine dell’era delle superpotenze; una cosa che, per Mosca, significherebbe l’ennesima diluizione del proprio peso sulla scena globale e il riconoscimento di come le dinamiche del sistema internazionale non stiano erodendo solo il peso di Washington ma anche il suo.
