II negoziato con gli Stati Uniti potrebbe costituire l’‘amaro calice’ che i leader di Teheran dovranno bere per preservare la stabilità del sistema; ricordando però che con gli Stati Uniti dell’amministrazione Trump non è mai facile sapere all’inizio quanto potrà essere amaro il calice alla fine

 

I negoziati di Muscat fra la delegazione iraniana e quella degli Stati Uniti si sono chiusi con timidi segnali di successo. Anche se non è trapelato nulla di concreto sul contenuto delle conversazioni, al termine dei lavori (che si sono svolti in formato indiretto, con la mediazione delle autorità omanite) le parti hanno accennato a una futura ripresa degli incontri. È già molto, tenuto conto del clima di tensione in cui le delegazioni si sono incontrate e del fatto che, all’apertura dei colloqui, non si sapesse ancora bene quali fossero i termini delle questioni poste sul tavolo e quali temi sarebbero stati affrontati esattamente, se solo quelli legati al dossier nucleare di Teheran o anche quelli legati allo sviluppo del suo programma missilistico. Non che – in questo ambito – le attese fossero troppo alte. Obiettivo dellincontro, infatti, non era tanto quello di affrontare questioni specifiche, quanto piuttosto quello di creare le precondizioni per una ripresa del dialogo diplomatico e tecnico fra Iran e Stati Uniti. A questo proposito, il capo della delegazione iraniana il Ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha dichiarato che i colloqui hanno rappresentato un buon inizio” e ha parlato di atmosfera positiva nel fare riferimento allatteggiamento della controparte.

È un segnale significativo. Dallo scorso giugno, all’epoca della c.d. “guerra dei dodici giorni” fra Iran e Israele, i rapporti fra Washington e Teheran si sono via via deteriorati. Proprio alla vigilia dellapertura dei colloqui di Muscat, il Dipartimento di Stato aveva invitato tutti i cittadini statunitensi che si trovavano in Iran a lasciare immediatamente il paese per motivi di sicurezza. Forze aeronavali statunitensi sono fa giorni in rotta verso il Golfo: un ‘flettere i muscoli’ che, se da una parte pessere letto come un tentativo di ‘ammorbidire’ il regime degli ayatollah in vista dell’avvio dei negoziati, dall’altro ha portato vari osservatori a parlare di “venti di guerra”. Ovviamente, l’esito tutto sommato positivo dei colloqui non significa la fine del rischio di una escalation. L’imprevedibilità delle scelte di Donald Trump e le divisioni che attraversano la scena politica iraniana concorrono a rendere lo scenario ancora instabile. D’altrocanto, diversi fattori spingono nella direzione opposta, primo fra tutti la posizione di molti attori regionali. Non a caso, proprio i vertici delle monarchie arabe del Golfo sono stati fra i primi a fare pressione su Washington nei giorni della massima tensione perché si potesse giungesse a un suo allentamento e all’apertura di trattative.

Il principale interrogativo riguarda quelli che potranno essere i prossimi passi. Per la Casa Bianca è prioritario che l’Iran congeli il suo programma nucleare e che smantelli le sue scorte di uranio arricchito. Teheran, di contro, non è disposta a rinunciare a portare avanti ciò che definisce un programma ‘a uso civile’, né è disposta a mettere sul tavolo delle trattative la questione ‘missili balistici’. Su questi aspetti, le posizioni delle parti restano ancora lontane e trovare un punto di convergenza non sarà facile. Vi è, inoltre, la delicata questione delle sanzioni. Il loro allentamento è una priorità di Teheran, anche perchérendendo possibile un rilancio dell’economia e dell’export di gas e petrolio potrebbe consentire al paese (e al suo sistema di potere) di superare l’attuale fase di difficoltà e di contenere una delle ragioni della recente ondata di proteste. Sullo sfondo, vi sono gli interessi degli alleati di Washington in Medio Oriente, che – pur temendo il rischio di una destabilizzazione della regione non hanno mai nascosto i loro timori per le politiche di Teheran e chenel caso di Israele hanno anche ventilato la possibilità di una soluzione di forza della questione nucleare, magari dando sostegno a un processo interno che porti alla caduta del regime.

Non a caso, negli ultimi giorni, Israele ha brillato soprattutto per il suo silenzio. Ciò non significa che fra la sua posizione e quella statunitense si siano aperte particolari fratture. Al contrario, la politica ‘di basso profilo’ di Gerusalemme sul tema dei negoziati appare l’ulteriore conferma dell’allineamento che esiste con Washington e della volontà del governo Netanyahu di affidarsi a un alleato che, sinora, si è dimostrato più che sensibile alle sue priorità. Nei prossimi giorni si capirà se e quanto questa posizione sia destinata a cambiare. Nei prossimi giorni si capirà, inoltre, in che modo l’articolato sistema di potere iraniano reagirà ai risultati ottenuti a Muscat. La mobilitazione del bazaar nelle proteste dello scorso gennaio ha rappresentato un campanello dallarme importante per i vertici della Repubblica islamica, e dalla capacità di andare incontro alle domande di questo gruppo di potere dipenderà, in buona parte, il futuro dell’attuale classe dirigente. In questo senso, il negoziato con gli Stati Uniti potrebbe costituire l’‘amaro calice’ che i leader di Teheran dovranno bere per preservare la stabilità del sistema; ricordando però che con gli Stati Uniti dell’amministrazione Trump non è mai facile sapere all’inizio quanto potrà essere amaro il calice alla fine.

Di Gianluca Pastori

Gianluca Pastori è Professore associato nella Facoltà di Scienze politiche e sociali, Università Cattolica del Sacro Cuore. Nella sede di Milano dell’Ateneo, insegna Storia delle relazioni politiche fra il Nord America e l’Europa e International History; in quella di Brescia, Storia delle relazioni e delle istituzioni internazionali.