In Minnesota, sono esplose in forma estremizzata tensioni che da molto tempo attraversano il Paese e che potrebbero trovare, in futuro, altre valvole di sfogo
Dopo le violenze delle scorse settimane, una relativa tranquillità sembra essere tornata a Minneapolis. La rimozione di Greg Bovino dall’incarico di ‘Commander atlarge’ dell’Autorità per il controllo delle frontiere (BorderPatrol), l’impegno della Casa Bianca a ritirare il personale dell’Immigration and Custom Enforcement in città e la decisione del governatore del Minnesota, Tim Walz, di schierarvi quello della Guardia nazionale hanno contribuito in modo sensibile alla descalation. Ciò non significa, però, la fine dei problemi. Gli eventi di Minneapolis hanno confermato tutti i dubbi che già esistevano sul ruolo dell’ICE e sul suo modus operandi. Gli eventi di Minneapolis hanno confermato, inoltre, l’impressione di una nuova torsione autoritaria nelle politiche della Casa Bianca. Le dichiarazioni di vari esponenti dell’amministrazione e il sostegno ‘senza se e senza ma’ che hanno dato all’azione delle forze di sicurezza anche nel caso delle uccisioni di Renee Good e Alex Pretti hanno sollevato critiche dentro e fuori il Paese; critiche che hanno toccato lo stesso Presidente Trump, da sempre fautore dell’uso del pugno di ferro nel contrasto dell’immigrazione illegale e della centralità dell’ICE nel portare avanti questa azione.
Quello dell’immigrazione rappresenta da sempre un tema sensibile. È in questo campo che l’amministrazione Biden – considerata per vari motivi troppo ‘soft on immigration’ – ha raccolto da subito i giudizi più critici. Giudizi simili erano stati raccolti, in precedenza, dall’amministrazione Obama, che pure aveva fatto ampio ricorso all’azione dell’ICE, anche se in un quadro normativo più rigido. La questione ‘immigrazione’ è stata un cavallo di battaglia di Donald Trump già all’epoca della campagna per il primo mandato, quando aveva tenuto banco la proposta di realizzare il famoso ‘muro con il Messico’ per impedire l’ingresso negli Stati Uniti alle centinaia di migliaia di immigrati irregolari che ogni anno attraversano il confine. L’importanza della questione emerge anche dai sondaggi. Sebbene la maggioranza degli intervistati esprima, oggi, sfiducia crescente nell’ICE e si dica a favore di un taglio ai suoi finanziamenti, una parte rilevante soprattutto degli elettori repubblicani lo ritiene in comunque giustificato. Per esempio, in un recente sondaggio YouGov, il 60% di questi afferma ancora oggi di avere molta (“a great deal”) o parecchia (“quite a lot”) fiducia nell’Immigration and Custom Enforcement contro il 30% del campione nel suo complesso.
Al di là degli interventi ‘cosmetici’, appare quindi difficile che la Casa Bianca possa decidere un vero cambio di rotta. Nel caso di specie, la posta in gioco è spingere il Minnesota a rinunciare alle politiche che – secondo Trump e il suo entourage (ma non secondo i critici ‘di sinistra’ del governatore Walz) – avrebbero fatto dello Stato un santuario per l’immigrazione irregolare. Come ha dichiarato la portavoce del Presidente, Karoline Leavitt, ciò che l’amministrazione si attende dopo l’annuncio dell’arrivo a Minneapolis dello ‘zar dei confini’ Tom Homan è che lo Stato traferisca alla competenza federale [tutti] gli stranieri illegali attualmente detenuti nelle [sue]carceri e nelle [sue] prigioni”, che i funzionari statali consegnino alle autorità federali tutti gli immigrati privi di documenti arrestati dalle forze di polizia locale e che queste ultime garantiscano la loro assistenza gli agenti federali nella condotta delle operazioni di arresto. Si tratta di questioni sostanziali, che restano sul tappeto e vanno ad aggiungersi alle tante che – nell’ultimo anno – hanno contribuito al deterioramento dei rapporti fra Washington e i governatori democratici, che hanno impugnato anche in sede giudiziaria diverse misure adottate dalla Casa Bianca.
Resta l’interrogativo sul ruolo attuale dell’ICE, una struttura cresciuta in fretta e nella quale esigenze del reclutamento sembrano avere avuto – da qualche tempo a questa parte – un peso preponderante rispetto alla qualità del personale e alla sua preparazione; una struttura, soprattutto, la cui libertà d’azione si è allargata molto, data l’importanza centrale che la Casa Bianca ha attribuito al tema dell’immigrazione. Se è difficile vedere nell’ICE la ‘milizia privata’ di cui parlano alcuni osservatori, è vero che – con le sue azioni al limite (e, spesso, oltre il limite) della legalità – esso ha contribuito in maniera significativa al discredito dell’amministrazione e alla polarizzazione politica e sociale che rappresenta da anni il problema forse più grave della vita pubblica statunitense. Difficilmente la rimozione di Bovino dal suo incarico riporterà le cose alla normalità. Le prime dichiarazioni di Homan sembrano, anzi, essere una conferma della linea dura, sebbene anche lui abbia assunto toni più concilianti rispetto agli eccessi verbali dei giorni scorsi. Il problema è che le violenze di Minneapolis sono state – fra le altre cose – anche l’esplodere in forma estremizzata di una tensione che da molto tempo attraversa il Paese e che potrebbe trovare, in futuro, altre valvole di sfogo.
