Il braccio di ferro sembra destinato a continuare, anche se i suoi sviluppi restano tutti da definire
L’intervento di Donald Trump al vertice di Davos ha gettato nuova benzina sul fuoco della questione ‘Groenlandia’. Al summit del World Economic Forum, il Presidente ha ribadito la necessità strategica per Washington di prendere il controllo dell’isola prima che questo passi nelle mani dei ‘nemici dell’Occidente’. Solo gli Stati Uniti, secondo Trump, sarebbero in grado di tutelare la sua sicurezza. Soprattutto, solo gli Stati Uniti sarebbero in grado di scoraggiare Russia e Cina dal tentare avventure nell’Artico dagli esiti potenzialmente pericolosi. Anche se, nel corso del suo intervento, il Presidente ha escluso sia la possibilità di una (peraltro improbabile) azione militare, sia di introdurre di nuovi dazi a danno degli alleati più riottosi (anche se “solo per il momento”), i rapporti fra le due sponde dell’Atlantico restano comunque difficili. In primo luogo, perché Trump non appare intenzionato a fare passi indietro sulla questione. In secondo luogo, perché la vicenda della Groenlandia sta confermando una volta di più quanto le posizioni di Washington e dei paesi europei si stiano allontanando su un punto-chiave come quella della natura e delle regole che dovrebbero presiedere al funzionamento del sistema internazionale.
A un anno di distanza appare chiaro, su questo aspetto, il messaggio che Trump aveva dato all’epoca del suo insediamento. Pur senza nominare la Groenlandia, già allora il Presidente aveva evidenziato la necessità che Washington riprendesse il controllo di quelli che considerava spazi critici, come il ‘Golfo d’America’ e il Canale di Panama. Queste dichiarazioni erano state dismesse dagli osservatori come i consueti eccessi verbali del personaggio. In realtà – come su altre questioni – esse anticipavano quella che sarebbe stata la linea d’azione della nuova amministrazione. In questa prospettiva, le rivendicazioni sulla Groenlandia si inseriscono all’interno di quella ‘Dottrina Donroe’ che il Presidente sta applicando – con vari gradi di successo – ai rapporti con l’America Latina. La differenza è che lo status della Groenlandia pone, oggi, la Casa Bianca in aperta rottura con i suoi alleati europei, mettendo in discussione le basi del rapporto transatlantico così come si sono venuti a strutturare dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Sotto molti aspetti, è la fine di un’era: difficilmente, anche dopo il termine dell’attuale presidenza, i rapporti fra Europa e Stati Uniti potranno tornare a quella che, fino a pochi anni fa, era la loro normalità.
La rilevanza di questo nuovo stato di cose è stata messa in luce dal discorso del Primo Ministro canadese, Mark Carney. Parlando proprio a Davos, Carney ha sottolineato – di fronte alle evoluzioni del sistema internazionale – l’importanza di giungere a un nuovo consenso delle medie potenze che permetta loro di essere al tavolo delle trattative e non ‘sul menu’. È un problema che riguarda il Canada ma che interessa anche l’Europa. È un problema che, tuttavia, si scontra con le divisioni che continuano ad attraversare i paesi dell’UE e che si sono manifestate anche intorno alla questione della Groenlandia. La posizione più ‘morbida’ assunta da Trump a Davos potrebbe, anzi, accentuare queste divisioni; anche perché, al momento, nonostante le ambizioni di Emmanuel Macron, nessun Paese – Francia in primis – appare in grado di ‘fare da locomotiva’ al resto dell’Unione. Le attuali difficoltà di Bruxelles sono il prodotto di un intreccio complesso di fattori interni e internazionali, il cui risultato è quello di alimentare sia la crescita delle forze euroscettiche, sia il riposizionamento di chi, all’interno dei partiti moderati e già europeisti, ha iniziato a guardare in una luce via via più critica i risultati e l’utilità del processo d’integrazione.
Il braccio di ferro sulla Groenlandia sembra quindi destinato a continuare, anche se i suoi sviluppi restano tutti da definire. Il compromesso negoziato dal Segretario generale della NATO Mark Rutte sulla base dell’accordo tripartito fra Stati Uniti, Danimarca e Groenlandia del 1951 che regola la presenza militare statunitense sull’isola potrebbe fornire una via d’uscita dallo stallo, specie se sostenuto da una accresciuta presenza della NATO nella regione. Alcune fonti hanno parlato anche di un possibile accordo che permetta a Washington un più ampio accesso alle risorse naturali di Nuuk. In entrambi si tratta di capire quale sia la vera natura degli accordi e la loro portata. Il compromesso negoziato da Rutte – il c.d. ‘Framework of future deal’ – è, poi, un semplice accordo verbale, che dovrà essere formalizzato – e, probabilmente, dettagliato –dagli organi dell’Alleanza atlantica. In altre parole, la strada per giungere alla fine della querelle è ancora lunga e non priva di ostacoli, date anche le recenti dichiarazioni del Primo Ministro danese, Mette Frederiksen, e del suo omologo groenlandese, Jens-Frederik Nielsen, che hanno ribadito nuovamente l’indisponibilità di Copenaghen ad affrontare nei negoziati la questione della sovranità.
