Se l’obiettivo è di essere una cinghia di trasmissione dell’influenza globale di Washington, questa cinghia potrebbe non risultare molto efficace
L’intervento di Donald Trump al vertice di Davos e la querelle che le sue parole hanno rilanciato sul tema della Groenlandia hanno fatto passare in secondo piano la questione del ‘Board of Peace’ che – prefigurato lo scorso settembre come parte degli accordi per Gaza – è diventato operativo il 22 gennaio, proprio a Davos, con la firma dello Statuto da parte dei rappresentanti dei Paesi sinora aderenti. Intorno all’organismo, tuttavia, non mancano dubbi e incertezze. Le funzioni del Board sono state ratificate dalle Nazioni Unite nel novembre 2025 come parte del programma di pace per il Medio Oriente e nell’ambito delle questioni connesse alla ricostruzione di Gaza. Nella visione di Trump e nel modo in cui questa si è sviluppata negli scorsi mesi, i compiti dell’attuale Board sarebbero, invece, assai più ambiziosi. L’organismo (nelle undici pagine del cui Statuto il riferimento a Gaza è scomparso)si dovrebbe configurare, infatti, secondo la Casa Bianca, come una organizzazione internazionale dagli ampi poteri e – secondo i critici – potenzialmente alternativa all’attuale Consiglio di Sicurezza: una sorta di ‘direttorio internazionale’ a trazione USA e a membership esclusiva, per porre il ‘fare’ al centro della sua azione, in contrasto con quelle che lo stesso Trump ha definito le “potenzialità inespresse” dell’ONU.
Da questo punto di vista, il Board è stato fortemente criticato soprattutto dal Presidente francese, Emmanuel Macron, che ha assunto posizioni molto dure nei confronti di Washington. Al di là del flame fra la Casa Bianca e Parigi, anche altri paesi europei si sono espressi contro il progetto; fra questi: Germania, Irlanda, Norvegia, Spagna, Svezia e Regno Unito, il cui Primo ministro, Keir Starmer, ha manifestato dubbi sulla possibile presenza della Russia nell’organismo. Il governo italiano – pur senza dirsi contrario a priori al progetto – ha sollevato riserve sulla compatibilità di una sua partecipazione con le previsioni della Costituzione, procrastinando la decisione a un momento successivo. Intorno al tema del Board of Peace, sembrano, quindi, riaffiorare da un lato la frattura che, con Donald Trump, è tornata ad approfondirsi fra Stati Uniti ed Europa, dall’altro le divisioni che ormai da tempo esistono fra i paesi europei, sia all’interno dell’UE, sia fuori da questa. Al Board hanno deciso, infatti, di aderire– fra i membri dell’Unione – la Bulgaria e l’Ungheria, che rappresentano il Vecchio continente insieme ad Albania,Bielorussia e Kosovo. Fra gli altri paesi europei, Austria, Croazia, Cipro, Finlandia, Grecia, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Repubblica Ceca, Romania, Svizzera e Ucraina non hanno ancora risposto.
Il nocciolo duro del Board of Peace resta, comunque, sotto il controllo statunitense. Al cuore del sistema, l’Executive Board comprende, come sola eccezione alla presenza USA, l’ex Primo ministro britannico Tony Blair. Gli Stati Uniti hanno un ruolo centrale anche nel Gaza Executive Board, fra i cui undici membri i soli non americani sono –oltre allo stesso Blair – il Ministro degli Esteri turco, Hakan Fidan; il Ministro degli Affari strategici del Qatar, Ali al-Thawadi; il Direttore dei servizi di intelligence egiziani, Hassan Rashad; il Ministro per la Cooperazione internazionale degli Emirati Arabi Uniti, Reem Al Hashimy, l’imprenditore israeliano Yakir Gabay e il Coordinatore speciale delle Nazioni Unite per il processo di pace in Medio Oriente, Sigrid Kaag, unica a provenire dalle fila della diplomazia multilaterale. Anche alla luce di ciò, molti critici hanno visto nel Board nulla più che uno strumento per perseguire le priorità di Washington e dei suoi alleati più stretti, a livello politico ma anche economico, finanziario e di business. La Presidenza senza limiti di tempo affidata a Donald Trump, i poteri che lo Statuto gli garantisce e la ‘quota associativa’ che i membri devono pagare per garantirsi un seggio permanente e che alimenta un fondo gestito dal Presidente non fanno che aggravare le cose.
Ovviamente, è presto per valutare come il Board of Peace funzionerà in concreto. Le riserve sono, comunque, parecchie. Al di là del ruolo centrale che vi svolgono gli Stati Uniti e le figure legate all’attuale amministrazione, le sue ambizioni non possono non mettere in ulteriore tensione l’ordine internazionale esistente, già in difficoltà per una lunga serie di ragioni. La possibilità di fare del Board una sorta di ‘anti–ONU’ rischia, inoltre, di favorire l’emergere di nuovi equilibri all’interno di questa, equilibri che, a loro volta, rischiano di indebolire la posizione che Washington vi ha svolto sinora. Non sembra un caso che sia la Russia, sia la Cina – che pure sono state invitate a fare parte del Board of Peace – sinora non abbiano preso posizione. Se l’obiettivo del Board è di essere una cinghia di trasmissione dell’influenza globale di Washington, questa cinghia potrebbe, quindi, di non risultare molto efficace, finendo per legare alla Casa Bianca solo i suoi ‘clienti’ tradizionali e quanti ne condividono ideologicamente l’approccio alla politica interna e internazionale. Una riproposizione, quindi, in ambito multilaterale, delle stesse dinamiche di polarizzazione e della stessa logica delle sfere d’influenza che la Casa Bianca sembra favorire e che sembrano sostenere l’azione di Donald Trump sul piano politico e diplomatico.
