“Non si tratta solo di economia. Al centro delle proteste c’è qualcosa di più esistenziale”. L’intervista a Pooyan Tamimi Arab (Utrecht University – GAMAAN Institute)
Stando alle informazioni che riescono a filtrare fuori dal Paese, sembrano rallentare le enormi proteste che sconvolgevano l’Iran da fine dicembre. Le agenzie Reuters e Associated Press hanno parlato con diverse persone che vivono nella capitale Teheran, che hanno raccontato che in città la situazione pare tranquilla. Verrà ripristinata completamente internet così come saranno sbloccate le piattaforme dei social media in tutto il Paese tra oggi e domani, dopo un blackout nazionale di dieci giorni.
Intanto, la Guida Suprema, Ali Khamenei, è riapparso in pubblico tuonando: “Il Presidente degli Stati Uniti ha inviato un messaggio ai sediziosi, affermando che li avrebbe sostenuti e avrebbe fornito supporto militare. In altre parole, il presidente degli Stati Uniti stesso è stato coinvolto nella sedizione. Si tratta di atti criminali”.
In un’intervista rilasciata a ‘Politico’, il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, in risposta alla domanda su una possibile operazione militare Usa ha ribadito che “e’ ora di cercare una nuova leadership in Iran”, rivendicando “la migliore decisione che abbia mai preso è stata quella di non far impiccare più di 800 persone due giorni fa”. Trump ha quindi sottolineato che “ciò di cui è colpevole è la completa distruzione del Paese e l’uso della violenza a livelli mai visti prima”. “Per far funzionare il Paese, la leadership dovrebbe concentrarsi su governare in modo corretto, come faccio io negli Stati Uniti, e non sull’uccidere migliaia di persone per mantenere il controllo – ha aggiunto il capo della Casa Bianca – La leadership è una questione di rispetto, non di paura e morte”. Trump ha poi insistito, riferendosi sempre all’ayatollah: “Quest’uomo è un malato che dovrebbe governare il suo Paese correttamente e smettere di uccidere persone. Il suo Paese è il posto peggiore in cui vivere al mondo a causa della sua scarsa leadership”.
“Qualsiasi aggressione contro la Guida Suprema del nostro Paese equivale a una guerra totale contro la nazione iraniana”, gli ha risposto il Presidente iraniano Masoud Pezeshkian, aggiungendo che “se il popolo iraniano affronta difficoltà e privazioni nella propria vita, una delle ragioni principali è la lunga ostilità e le sanzioni disumane imposte dal governo degli Stati Uniti e dai suoi alleati”.
Hasan Abdolianpour, capo del centro giudiziario iraniano per gli avvocati, ha attribuito la responsabilità delle proteste a Trump e Pahlavi, affermando: “Nei recenti disordini, il nostro partito principale è il criminale Trump e l’organizzazione terroristica Pahlavi”. L’Iran, dunque, intraprenderà un’azione legale contro il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e la famiglia del principe iraniano in esilio Reza Pahlavi per il loro presunto ruolo nelle proteste.
Il tycoon avrebbe rinunciato al raid complice la mancanza di asset militari adeguati nell’area e il pressing di Israele e dei Paesi arabi. Il procuratore di Teheran ha respinto le affermazioni di Trump sulla revoca delle condanne a morte per centinaia di prigionieri in Iran, definendole “sciocchezze inutili e infondate”.
Le forze armate statunitensi erano in attesa del via libera del presidente degli Stati Uniti Donald Trump per colpire l’Iran in settimana, ma il Presidente ha deciso di non dare l’ordine sotto la pressione di Israele e degli alleati arabi. Lo ha riferito Axios.L’articolo cita quattro funzionari statunitensi, due funzionari israeliani e due fonti a conoscenza dei dettagli. Secondo Axios, la valutazione iniziale dell’intelligence statunitense era che le proteste anti-regime in Iran fossero troppo circoscritte per minacciare la sopravvivenza del regime, ma questa posizione è cambiata l’8 gennaio, quando manifestazioni di massa hanno colpito Teheran e altre grandi città.Il primo incontro ad alto livello su una possibile risposta militare è stato presieduto dal vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance il 9 gennaio, ha riportato Axios. Nello stesso fine settimana, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha contattato l’inviato di punta di Trump, Steve Witkoff, per aprire un canale di de-escalation.
Trump ha presieduto la sua prima riunione sulle proteste il 13 gennaio, durante la quale gli sono state presentate diverse opzioni di attacco, inclusi raid da navi e sottomarini della Marina statunitense.Secondo Axios, Trump ha scelto la sua opzione preferita e ha ordinato di completare i preparativi. Secondo un funzionario statunitense, un piano di attacco era pronto già quel giorno, ma non è stato approvato.Il giorno successivo, il 14 gennaio, le truppe statunitensi hanno evacuato le basi Usa in Qatar mentre i funzionari dell’amministrazione attendevano un previsto ordine di attacco da parte di Trump. Sempre quel giorno, il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha chiamato Trump per dirgli che Israele non era pronto a difendersi nel caso di una risposta iraniana contro lo stato ebraico dopo un attacco americano, e che il piano statunitense non avrebbe raggiunto il suo obiettivo.Secondo l’articolo, anche il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman ha esortato Trump a non attaccare, citando la necessità di stabilità regionale. Quella mattina, Araghchi ha inviato un messaggio a Witkoff impegnandosi a non giustiziare i manifestanti e a “fermare le uccisioni”, hanno riferito due funzionari statunitensi alla testata.Durante la riunione pomeridiana con i principali consiglieri per la sicurezza nazionale, “Trump voleva continuare a monitorare la situazione”, ha dichiarato un funzionario della Casa Bianca. “Ci siamo andati davvero vicini. I militari erano in grado di agire molto rapidamente, ma l’ordine non è arrivato”, ha aggiunto un altro funzionario statunitense.
Secondo le ricostruzioni del Washington Post, Arabia Saudita, Qatar ed Editto hanno contattato la Casa Bianca chiedendo moderazione e l’uso della diplomazia. Trump più di tutto ha però temuto che un attacco avrebbe potuto destabilizzare il Medio Oriente. “Gli piacciono operazione come quella in Venezuela” per Nicolas Maduro, in Iran invece sarebbe stato più difficile, ha riferito un ex funzionario.

Un rapporto redatto da medici del Paese e citato dal Sunday Times sostiene che siano circa 330.000 manifestanti sono rimasti feriti nelle proteste in Iran. Il rapporto, basato sulle informazioni provenienti da una rete di professionisti medici in tutto l’Iran, afferma che le ferite includono diffuse ferite da arma da fuoco e gravi traumi oculari, con centinaia o migliaia di persone che soffriranno di cecità permanente. I dati raccolti da otto importanti ospedali oculistici e 16 pronto soccorso citati nel rapporto stimano il numero di feriti tra i 330.000 e i 360.000. Un solo ospedale oculistico di Teheran, la Noor Clinic, ha documentato circa 7.000 lesioni oculari. Un testimone ha raccontato che a Teheran sono state eseguite più di 800 asportazioni oculari in una sola notte. Per quanto riguarda le vittime, secondo il ‘Times’, sarebbero 16.500 mentre per le autorità di Teheran non più di 5.000.
La difficoltà dell’economia è solo la scintilla, ma le proteste celano una critica anche più ampia -un grido di libertà- al regime, la cui repressione è stata certamente efferata. Dunque, cosa vogliono gli iraniani? Hanno un’alternativa al regime? Cosa pensano degli Stati Uniti? Lo abbiamo chiesto a Pooyan Tamimi Arab, assistente Docente di studi religiosi alla Utrecht University, oltre che membro del consiglio di amministrazione dell’istituto di ricerca senza scopo di lucro GAMAAN Institute, fondato e diretto da Ammar Maleki, assistente Docente di politica comparata alla Tilburg University.

Professor Tamimi Arab, Lei con il col suo collega, il Professor Maleki, alla testa del GAMAAN Institute, avete scritto: “Tra le province, le aree rurali e urbane, i gruppi di età e il genere, circa il 70-80% afferma che non voterebbe per la Repubblica islamica”. “Il nemico è tra noi” hanno urlato a Teheran. Cosa pensano gli Iraniani del regime degli ayatollah? E com’è distribuita la ‘critica’ nella popolazione (genere, età, classe sociale, aree del territorio, minoranze etniche)? C’è mai stato un dissenso così alto nei confronti del regime nella popolazione iraniana?
Spesso incontro ipotesi sui gruppi demografici, che le persone rurali sarebbero sostenitori del regime, che solo i giovani e gli istruiti si oppongono al regime, o che fenomeni come l’incredulità e la non religiosità sono determinati esclusivamente dai livelli di reddito. Alcune di queste ipotesi ragionate non sono sbagliate: ad esempio, i giovani, istruiti e urbani tendono ad essere meno religiosi. Tuttavia, troviamo anche che tra gli atei autoidentificati, la maggior parte è senza istruzione superiore. Oppure: anche se potremmo trovare differenze tra rurale e urbano, queste differenze sono molto meno pronunciate di quanto suggeriscano immagini stereotipate. La linea di fondo è che in tutti i sondaggi di GAMAAN troviamo opposizione a livello nazionale alla Repubblica Islamica, in tutti i gruppi demografici.
A quali condizioni gli iraniani potrebbero smettere di protestare? L’apertura di una trattativa tra il regime e gli Stati Uniti sulle sanzioni basterebbe?
Assolutamente no. Non vogliono una Repubblica islamica. Non si tratta solo di soldi/economia. È esistenziale.
Cosa pensano, attualmente, gli iraniani degli Stati Uniti di Donald Trump, che aveva promesso ‘aiuti’?
In questo momento, è difficile dirlo. Molti speravano in un intervento che avrebbe aiutato i manifestanti. Sembra che nessun aiuto del genere sia in arrivo, anche se non si sa mai. Dopotutto è Trump.
Il pericolo del nemico esterno è stato nuovamente rilanciato da Ali Khamenei, che ha accusato Trump di fomentare la sedizione. Perché non attecchisce più?
Lo slogan “Il nostro nemico è proprio qui; ci mentono che è l’America” si basa sulla visione del mondo del manifestante in cui la Repubblica islamica è percepita come un elemento alieno, non iraniano, una forza occupante, che deve essere sconfitta per “riprendere” l’Iran, come si sente in un altro slogan. Il regime ha tentato di appropriarsi dell’iconografia nazionalista persiana, in risposta alla guerra dei 12 giorni con Israele, ma gli iraniani anti-regime non sono impressionati. La maggior parte di loro vede attraverso questo opportunismo. Fanno notare che il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche non ha nemmeno “Iran” nel loro nome.
Voi avete scritto: “In tutte le ondate di sondaggio, il sostegno al cambio di regime come prerequisito per un progresso significativo è stata la posizione più popolare… Gli iraniani credono che le proteste, le pressioni straniere e l’intervento abbiano maggiori probabilità di portare cambiamenti politici rispetto alle elezioni e alle riforme”. Quindi, secondo il popolo iraniano, il regime change dovrebbe avvenire per mano straniera (americana)? Non sarebbe un’umiliazione per un popolo con una lunga tradizione imperiale (persiana) come quella iraniana?
Ciò che le risposte a questa domanda ci mostrano, è che la gente ha rinunciato all’idea che forse, solo forse, il regime può essere riformato dall’interno. C’è ancora una diversità di opinioni e ci sono anche molte persone senza speranza. Riconosco un cambiamento nel discorso pubblico con sempre più persone che dicono che gli iraniani hanno bisogno di pressioni esterne per aiutarli a ribaltare il regime, se ciò dovrebbe davvero accadere.
Come sarebbe percepito un regime change fatto dai pasdaran?
Non saprei.

Cosa pensano gli iraniani di Reza Pahlavi, l’ex principe ereditario in esilio che rappresenta il nazionalismo monarchico ereditato e che promette di “tornare in Iran”? Quanto è popolare? Come è distribuita la popolarità nelle varie fasce d’età?
Sulla base dei dati di GAMAAN di settembre 2025, possiamo dire che grosso modo un terzo della popolazione lo sostiene fortemente, un terzo si oppone fortemente a lui e un altro terzo è meno supponente. Sembra che in quest’ultima ondata di proteste, sia stato in grado di attirare una maggiore popolarità facendo appello a quelli nel mezzo. Secondo questi risultati, la sua popolarità è significativa in tutte le fasce d’età ed è un po’ più alta tra gli intervistati più anziani.
Ci sono altri leader popolari alternativi al regime?
Per popolare intendiamo il sostegno di massa per guidare politicamente. Se è questo che intendiamo, penso che al momento non ci siano alternative che godano dello stesso peso simbolico.

Nel 2025 c’è stato, per la prima volta, un marcato aumento del sostegno alla monarchia. Come si spiega, considerato che nel 1979 fu rovesciata la monarchia perché considerata corrotta?
Disperazione combinata con nazionalismo. Tutto è meglio della Repubblica Islamica, molti trovano. Sono nati dopo il 1979 e vogliono solo sbarazzarsi di questo regime. Mio padre è stato imprigionato dallo Scià, e anche io credo che una monarchia sarebbe un miglioramento se l’alternativa fosse una teocrazia – anche se, idealmente parlando, spero in una repubblica laica.
Siccome c’è poco consenso su quale sia l’alternativa all’attuale regime, chi lo rovescerà deciderà quale modello imporre. Questo vuol dire che il popolo potrebbe accettare qualsiasi modello al posto del regime degli ayatollah?
Naturalmente, l’Iran è un paese diversificato e di sicuro, alcuni sarebbero profondamente delusi se il loro modello preferito non fosse installato. Tuttavia, chiunque riesca a rovesciare il regime avrà un grande vantaggio nei negoziati sul futuro del paese.

Voi sostenete: “Una chiara maggioranza di iraniani non vuole la teocrazia che è arrivata al potere con la rivoluzione del 1979. Vogliono una democrazia laica… Gli iraniani sostengono in modo schiacciante un “sistema politico democratico” – con l’89% a favore. Il sostegno al liberalismo politico, tuttavia, è più debole. Nel 2024, il 43% ha concordato di avere “un leader forte che non deve preoccuparsi del parlamento e delle elezioni”. Che tipo di democrazia vorrebbero gli iraniani?
Non possiamo basare la risposta a questa domanda solo su tali risultati del sondaggio e dovremmo stare attenti a come li interpretiamo. Penso che molti iraniani vedano la democrazia principalmente come una questione di autodeterminazione, di essere liberati dalla Repubblica islamica e quindi di poter partecipare in modo significativo alla formazione della volontà generale attraverso le elezioni. Molti cercano anche un sistema costituzionale, che garantisca le libertà individuali. Ciò che il risultato del sondaggio mostra è che dovremmo stare attenti all’illiberalismo e al populismo.
Voi avete scritto: “Mentre il nazionalismo può generare la forza di una tempesta rivoluzionaria in grado di rovesciare il regime, la stabilità a lungo termine, dopo la caduta della Repubblica islamica, richiederà anche l’accettazione della diversità culturale e ideologica dell’Iran come caratteristiche permanenti di una nazione veramente libera”. L’’esportazione della democrazia’ da parte americana (come in Iraq e Afghanistan) sarebbe sconsigliabile?
Non ho l’impressione che uno scenario per l’Iraq o l’Afghanistan, con gli americani che inviano soldati in Iran, sia sul tavolo. Dovremmo considerare, tuttavia, che altre transizioni di successo come in Sudafrica sono state rese possibili dalla pressione esterna, lì sul regime dell’apartheid. È un grave errore abbandonare il popolo iraniano al suo destino, come suggeriscono alcuni di sinistra. Questa non è “solidarietà”.
Rischio instabilità dopo un eventuale crollo del regime iraniano?
In effetti c’è un tale rischio. Pertanto, dovremmo stare attenti a non imporre i nostri ideali all’Iran e considerare prima il contesto iraniano. La stabilità richiederà un sistema politico secolare, un trasferimento di potere dai governanti clericali a una nuova autorità pubblica, piuttosto che un’assenza di potere. La sfida sarà quella di creare stabilità, però, non solo per motivi di stabilità, ma per le giuste ragioni, ovvero mantenere una stabilità che sia rafforzata sostenendo i principi di libertà e uguaglianza.
Le proteste sembrano rallentare. Il regime può ancora resistere?
Sì. Non dovremmo sottovalutare la loro crudeltà e la loro volontà di massacrare la propria gente.
