Il nuovo assetto pone agli alleati di Washington sfide importanti: prima fra tutte, quella di non dare più per scontato il ruolo degli Stati Uniti nel sistema internazionale
Dopo il recente intervento armato in Venezuela, l’amministrazione Trump ha rilanciato con forza il tema del possibile controllo statunitense della Groenlandia. È una questione che Washington ha sollevato da tempo. Già all’epoca dell’insediamento, il Presidente ne aveva ventilato la possibilità. Alla fine di marzo, il Vicepresidente Vance aveva anche compiuto una visita sull’isola, visita accompagnata da violente polemiche e che, alla fine, era stata limitata alla base militare di Pituffik, nel nord del Paese, che il governo di Copenaghen aveva a suo tempo concessa in uso agli Stati Uniti. Passata in secondo piano nelle settimane di fronte alle numerose problematicità sollevate dalla politica della Casa Bianca, la questione ‘Groenlandia’ non ha, tuttavia, perso di importanza per Trump e il suo entourage. Le ragioni sono diverse: la possibilità che l’isola possieda riserve significative di risorse naturali, il suo valore strategico nel Nord Atlantico e, soprattutto, il ruolo che essa può svolgere nel controllo delle nuove rotte artiche. In sintesi, La Casa Bianca sembra guardare alla Groenlandia come una pedina importante nel quadro della attuale competizione egemonica globale, oltre che come a un elemento chiave per riaffermare il suo ruolo nell’emisfero occidentale.
Le ambizioni di Washington hanno sollevato prevedibili reazioni, sia da parte della Danimarca, sia di vari Paesi europei. Seppure dotata di ampi poteri di autogoverno, la Groenlandia (così come le isole Fær Øer) è comunque un territorio autonomo danese, soggetto alla sovranità di Copenaghen. Le pressioni dell’amministrazione statunitense, accompagnate da nemmeno tanto velati accenni al possibile uso della forza per risolvere la questione, sono quindi viste, dal Paese scandinavo, come una aperta violazione dei principi del diritto internazionale. Il fatto che la Danimarca sia membro dell’Alleanza atlantica aggrava le cose, profilando il rischio uno scontro dalle possibili implicazioni militari fra due membri della NATO. Anche l’Unione Europea ha preso posizione a sostegno di Copenaghen, dichiarando di stare valutando come rispondere a possibili iniziative di Washington. Infine, l’atteggiamento della Casa Bianca ha sollevato timori nella stessa Groenlandia, che pure intrattiene un rapporto non sempre facile con la sua lontana ‘madrepatria’. Le dichiarazioni del Primo ministro Jens-Frederik Nielsen – che si è detto “aperto al dialogo”, ma “attraverso canali appropriati e nel rispetto delle norme internazionali” – sono indicative di questa posizione.
Al momento, la situazione appare ancora aperta a qualsiasi sbocco. L’amministrazione Trump ha parlato anche della possibilità di un ‘acquisto’ della Groenlandia, sebbene i termini di tale ‘acquisto’ restino ancora indefiniti. Ciò appare più rilevante è, tuttavia, l’atteggiamento generale della Casa Bianca e il suo modo di approcciare le questioni internazionali che, negli ultimi mesi, è stato profondamente ridefinito. Come in altri casi (da ultimo proprio l’intervento armato in Venezuela e la cattura del Presidente Maduro), anche in quello della Groenlandia la Casa Bianca sembra muoversi intenzionalmente fuori dai limiti di quel ‘ordine internazionale basato sulle regole’ di cui gli Stati Uniti sono stati i promotori e, sino a pochi mesi fa, uno dei principali sostenitori. Questo atteggiamento – già adombrato negli anni della prima amministrazione Trump – è diventato più evidente dopo la rielezione del tycoon. La recente decisione di ritirare gli Stati Uniti da una lunga serie di organismi internazionali è un altro segnale in questa direzione: per l’amministrazione, la sua azione deve essere libera dalla stretta dei lacci e lacciuoli legali che ne hanno condizionato, sinora, l’efficacia.
Che lo status futuro della Groenlandia possa essere definito da un atto di forza appare improbabile, anche se Washington continua a fare tintinnare la sua sciabola. Una rottura aperta non è nell’interesse degli Stati Uniti. Nonostante l’ostilità di Donald Trump nei confronti dell’Europa, il Vecchio continente resta, per il Presidente, un utile cliente, su cui scaricare (almeno in parte) i costi dell’‘America di nuovo grande’ che sta cercando di costruire. È comunque indicativo del nuovo rapporto che esiste fra le due sponde dell’Atlantico il fatto che la Casa Bianca abbia potuto pensare a una modifica così radicale dei confini dello spazio euroatlantico come quella che comporterebbe la presa di controllo sulla Groenlandia e che abbia potuto pensare di ottenere una modifica così radicale in modo sostanzialmente unilaterale. È anche questo un segno di come le regole del gioco stiano cambiando e di come il nuovo assetto ponga agli alleati di Washington sfide importanti; prima fra tutte, quella di non dare più per scontato il ruolo degli Stati Uniti nel sistema internazionale, superando la logica di una necessaria convergenza di interessi che la fine della guerra fredda aveva messo in crisi e le ambizioni dell’attuale amministrazione sembrano avere del tutto sepolto.
