Il futuro sembra tutt’altro che prevedibile, meno incerta è la contraddizione da sempre esistente fra le gigantesche riserve di oro nero di cui il Paese dispone e la miseria in cui versa buona parte della sua popolazione
En Venezuela el petròleo
es misterio nacional
Piero de Benedictis (in arte soltanto ‘Piero’) è un cantautore italo-argentino di grande notorietà in America Latina. Una delle sue canzoni più popolari è ‘Guajira de la unidad’, il cui testo enumera come in una filastrocca i Paesi del subcontinente, associando aciascuno di essi una peculiare condizione di criticità. Per il Venezuela si tratta del petrolio, definito ‘mistero nazionale’ a causa della tragica contraddizione da sempre esistente fra le gigantesche riserve di oro nero di cui il Paese dispone e la miseria in cui versa buona parte della sua popolazione.
Anche l’‘operazione speciale’ statunitense, effettuata nelle prime ore del 3 gennaio ai danni del Presidente del Venezuela Nicolàs Maduro e di sua moglie, potrebbe essere inizialmente apparsa come un mistero, almeno per quanto riguarda le finalità. Se infatti Donald Trump ha messo per la prima volta in pratica i dettami della nuova strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti, che attribuisce un’assoluta priorità al ‘cortile di casa’ latino-americano, molto meno chiare sono sembrate le giustificazioni del blitz, incentrate essenzialmente su accuse di narcotraffico nei confronti di Maduro e dei suoi più stretti collaboratori.
Motivazioni di carattere prettamente interno, dunque: e infatti Maduro è stato simbolicamente arrestato da agenti della DEA (Drug Enforcement Administration), su mandato della magistratura di New York. Ma confliggenti con le successive affermazioni del Presidente Trump secondo cui gli Stati Uniti ‘guideranno il Venezuela fino a una transizione sicura’, con il principale scopo di aprire la strada alla ripresa dell’attività in quel Paese delle maggiori compagniepetrolifere americane, progressivamente espulse durante il venticinquennio ‘bolivariano’ (le susseguenti presidenze di Hugo Chàvez e del suo delfino Maduro).
L’operazione del 3 gennaio è giunta, in effetti, dopo mesi di forte pressione politica, militare ed economica contro il regime di Maduro, accusato – oltre che, appunto, di narcotraffico – di illegittimità democratica e di uso di metodi repressivi contro la propria popolazione. La definizione dello stesso Maduro e dei suoi come vertici del cosiddetto ‘Cartel de los Soles’ (i ‘soli’ che adornano le spalline dei generali venezuelani), l’intensificazione delle sanzioni americane contro il petrolio di Caracas e il potente dispiegamento navale al largo delle coste del Venezuela, anche con diverse operazioni cruente, hanno aperto il terreno al blitz. Una preparazione forse eccessiva per un’operazione di semplice rilevanza penale interna.
A ben vedere, quindi, il ‘mistero’ si stempera fino a rivelare gli scopi prevalentemente geopolitici ed economici dell’azione, conseguiti con la spregiudicatezza (forse ormai giunta a livelli di guardia) dell’attuale Presidente e, in questo caso, anche del Segretario di Stato Marco Rubio, che ne è stato il vero regista: mettere a segno un’operazione di ‘regime change’ a Caracas e rilanciare in grande stile l’attività di sfruttamento da parte statunitense delle ingentissime risorse del Venezuela, ostacolando al tempo stesso leanaloghe pretese di Cina e Russia, entrambe attive da molto tempo nel Paese.
La scommessa di Washington andrà a buon fine? Da un punto di vista di politica interna, appare certa l’insoddisfazione di gran parte del movimento MAGA, cuore pulsante della galassia trumpiana, per un’operazione di stampo neocon, che può ricordare da vicino gli inizi delle disastrose guerre in Afghanistan e Iraq. Riguardo alle conseguenze esterne, non vi è dubbio che il Venezuela resti un Paese chiave, non solo per gli idrocarburi ma anche per la sua posizione strategica nel Mar dei Caraibi: eppure la caduta del suo Presidente non equivale automaticamente a un cambio di regime. Venticinque anni di bolivarismo hanno creato nel Paese la cosiddetta ‘boliborghesia’, un gruppo di notabili sia militari che civili pronti a difendere con ogni mezzo i propri privilegi e il proprio potere: con loro la partita sembra tutt’altro che chiusa e bisognerà vedere quale sarà il punto di caduta dei contatti da essi intrattenuti, forse anche prima del blitz del 3 gennaio, con gli incaricati USA, primo fra tutti Rubio.
Resta, dunque, l’incognita di chi comanderà davvero a Caracas; e, ovviamente, di quale prezzo pagherà la popolazione venezuelana, da sempre vittima sacrificale degli appetiti di oligarchie contrapposte.
Nel subcontinente latino-americano nessun governo, qualunque fosse il suo colore, è mai riuscito a ridurre stabilmente le gigantesche disuguaglianze economiche e sociali: la destra, per il suo liberismo spesso selvaggio (Milei docet); la sinistra, applicando misure assistenzialistiche del tutto insostenibili per lecasse dello Stato. Entrambe le parti, impedendo di fatto alle classi più umili una compiuta rappresentanza politica, un accesso paritario all’amministrazione della giustizia e la liberazione dei loro redditi dalla prigione dell’informalità (quella che noi definiamo ‘economia sommersa’).
Non vi è riuscito, va da sé, neppure il bolivarismo di Chàvez e poi di Maduro, la cui lunga stagione si conclude – se di conclusione si tratterà – senza il conseguimento di concreti vantaggi per la popolazione del Venezuela, che ha anzi dovuto sopportare, soprattutto negli ultimi anni, un deciso peggioramento della propria situazione economica, oltre al peso di una crescente repressione. Oggi che i ‘gringos’ sembrano vicini a prendersi, o riprendersi, gran parte delle ricchezze del Paese, non resta che sperare che il popolo venezuelano – al di là dell’auspicabile ritorno alle garanzie formali offerte dallo Stato di diritto – possa davvero riceverne un qualche dividendo favorevole. In assenza di tale sviluppo, che non ci sentiamo purtroppo al momento di prevedere, il petrolio continuerà ad essere in Venezuela un grande ‘misterio nacional’.
