Non trovando le risposte, il cittadino non si rivolge (come teme una parte della sinistra e spera la destra) al fascismo, ma all’indifferenza
In un bell’articolo, ieri mattina, Ilvo Diamanti analizzava il rapporto sempre più ‘distratto’ tra la politica e i cittadini, il cosiddetto popolo.
Ho scritto distratto, per non dire insensibile o indifferente, al punto tale che un sempre più alto numero di persone, di cittadini, ai discorsi sui timori per il permanere della democrazia nel nostro paese, reagiscono se non con indifferenza, addirittura lasciando trasparire il desiderio proprio di farne a meno, se non addirittura fastidio verso di essa. Certo, in gran parte questi sentimenti sono dovuti sia ad una propaganda ormai martellante sulla opportunità della rapidità nelle decisioni, sia al dato di fatto per cui in realtà ormai le istanze democratiche sono sempre maggiormente ignorate o represse.
Del resto, per primi il Parlamento e il Capo dello stato sembrano assai poco sensibili al problema. Il Parlamento, che resta in sostanza indifferente al fatto che la stragrande maggioranza dei provvedimenti legislativi, appaiano sempre più confusi e approssimativi e sempre più ‘repressivi’ della libertà di parola, di pensiero, di azione, magari stupidamente, tipo quello sui «rave party»! Il Capo dello Stato, a sua volta, che ha smesso di intervenire nella sua principale funzione: quella del controllo della regolarità dei processi democratici. Se il Parlamento è subissato di decreti legge, se oggi va in Parlamento la legge più importante di tutte, quella sul bilancio, che non sarà nemmeno discussa realmente dai parlamentari «per mancanza di tempo», ciò è in gran parte ‘colpa’ anche del Capo dello Stato: i decreti legge li firma lui, le leggi le promulga lui, i disegni di legge governativi li controfirma lui. E, certo, il Governo, specie questo ma non solo, ne approfitta, spesso, tra l’altro, adottando provvedimenti più di facciata che altro.
E il Governo, evidentemente sensibile a questa mancanza di interesse, aumenta sempre più la pressione sugli strumenti della democrazia, modificando i poteri della Magistratura contabile, attaccando un giorno sì e l’altro pure la Magistratura, sempre in modo trasversale, accusandola di frenare il Governo o di essere ostile per principio al Governo. In perfetto stile fascista, del resto.
Il risultato finale, come scrive, appunto Diamanti, è proprio quello di ridurre di fatto gli spazi di ‘coscienza e conoscenza dei problemi’, e con un, almeno apparente, consenso della popolazione, insofferente alle discussioni vuote di senso concreto dalle quali siamo subissati sui giornali e in TV: quelle di destra (sempre più numerose) in favore aprioristicamente (cortigiani, direbbe Landini!), quelle di sinistra, ripetendo come giaculatorie sempre le stesse cose, vaghe, confuse … non concrete. Il ceto politico, insomma, dimostra nei fatti la colpa più grave che ha: il pensare a sé stesso come casta, come «classe» (come si autodefinisce), il distacco dai problemi reali e quotidiani della gente comune, che infatti non va più a votare. Anzi, anche se e quando lo capisce, non va oltre frasi del tipo “dobbiamo fare politica partendo dal basso”, o addirittura fondando partiti, o quel che sia, destinati (non si sa come o meglio si sa: dal basso «Se ci saranno le primarie del centrosinistra, io mi candiderò») a fare «politica dal basso» visto che partono da “pulsioni” di vertice, pur rifiutando, a parole, quel populismo, quell’assemblearismo che ha subissato di qualunquismi e banalità dannose gli ultimi due decenni del nostro paese ed ha portato l’attuale Governo al potere.
Per usare le parole secche di Diamanti «I partiti in particolare, appaiono un participio passato: partiti … Mentre cresce la percezione di declino, che coinvolge, soprattutto, le persone delle classi popolari e del ceto medio. E allarga il distacco nei confronti delle istituzioni e dello Stato. Perché lo spirito democratico è alimentato dalla condizione sociale …». I cittadini quotidianamente percepiscono sia il proprio che il declino dello stato, cercano soluzione a problemi sempre più gravi, che spesso cercano di aggirare aggirando la legge, in questo ‘abilmente’ aiutati da un atteggiamento governativo che appare connivente. Ma appunto, non si appassionano più ai temi della ‘grande politica’, ma ai temi del quotidiano, che vedono solo nell’immediato, proprio perché privi di una linea politica, di una prospettiva, di una meta possibile, ani peggio, quando si appassionano, vengono trattati da mentecatti o da violenti professionali: ma quelle istanze restano ignorate. Sono presi in mezzo, i cittadini, tra chi gli strizza l’occhio se evade le tasse o lavora in nero, e chi gli parla di democrazia in astratto e di ‘diritto al lavoro’, che non c’è. E che probabilmente, non è nemmeno quello che si desidera, quanto, invece, la cosa più imporrante: la ‘sicurezza’, non quella fisica, quella di prospettiva, la certezza di avere una licenza, certezza di avere una cura, la certezza che il futuro dei figli non sia peggiore, ecc. E non trovando le risposte, perché questo è il punto, il cittadino non si rivolge (come teme una parte della sinistra e spera la destra) al fascismo, ma all’indifferenza: “non vado a votare, nemmeno più so dov’è il mio certificato”, “l’ultima volta che ho votato è stato perché ho incontrato un candidato per strada in paese e mi ha chiesto di andare a votarlo e, lì in paese, non potevo non andare”, “ma poi che ci vado a fare a votare se tanto non cambia nulla”, o, infine, “vado a votare quelli perché hanno fatto una cosa che interessa me” anche se danneggia altri. E così via … prospettive, programmi, speranze nulla. Il cittadino, per tornare a Diamanti «ha bisogno di comunicazione attraverso la partecipazione. Ma in modo diretto. E immediato. Senza mediazioni e senza mediatori».
Vero e pericolosissimo senza i necessari attributi, perché senza mediatori si creano le autocrazie, senza che nemmeno sia necessario cambiare le leggi, anzi, magari applicandole ostentatamente per fare vedere: “io faccio le cose”. Oggi: sgombero gli occupanti di sinistra, ma domani anche quelli di destra … per saggiare le reazioni, sempre più deboli, rare e rituali.
Non per nulla, proprio in questi giorni, per la prima volta da tanto, ma proprio tanto tempo, si sentono, baldanzosi, parlare (anzi, urlare) i militari: non solo i generali delle carte geografiche, ma anche altri, molti altri. Quello che abbandona Limes, perché è filo-putiniano anzi, peggio: «va bene ascoltare tutti, ma servono dei principi» e quei principi li fissa lui? Oppure quell’altro che sbrocca rozzamente contro Bologna che ‘ormai’ è un soviet: «Sarebbe un errore fare di Bologna una misura, traendo conseguenze fuorvianti … Bologna è un mondo a sé, qualcosa che assomiglia molto a un Soviet, a una organizzazione amministrativa e sociale incardinata a modelli di vita, mentalità e cultura che richiamano la defunta, ma non dimenticata da alcuni, Unione sovietica. Gli esempi sono la quotidianità, ci sarebbe materia per scrivere un libro anche corposo»: scusi, generale, ma lo sa che cosa è e era un soviet? Anzi, per addolcire a pillola, Bologna viene paragonata a un cancro (strana citazione forse involontaria, ma non credo, di altri ben noti). O infine quello che pretende corsi universitari ad hoc per i soldati, al riparo dagli studenti comuni (!), per assicurargli la promozione (culturale, per carità) ma in ambiente protetto, diverso … elitario se non aristocratico, affermando «Come abbiamo potuto, in appena un secolo, dissolvere quella coscienza nazionale che fece andare in trincea generazioni di ventenni italiani nella Grande Guerra? Da questa domanda deriva un obiettivo politico–militare chiaro: ricostruire una cultura della difesa nel paese, rafforzare il valore della patria e il senso di appartenenza» … La «cultura della difesa», a proposito delle decine di migliaia di soldati mandati al massacro da generali incompetenti, che li fucilavano ‘per dare l’esempio’ … a quelli si riferisce?
Oppure, no: notate bene, per favore, quel «in appena un secolo» … un secolo fa era il 1925 … non so se avrebbe potuto dirlo allora!
Auguri a tutti, generali e caporali inclusi!
