Un report del SIPRI certifica il boom di spesa militare e al tempo stesso una capacità industriale fragile, frammentaria, disomogenea, in particolare in Europa
Nella galleria degli ‘indimenticabili’ di Alberto Sordi ci sono senz’altro il Nando Moriconi di un ‘Italiano in America’, il geometra Giuseppe Di Noi di ‘Detenuto in attesa di giudizio’, il marchese Onofrio del Grillo; ma non può mancare Pietro Chiocca, lo spregiudicato venditore internazionale d’armi di ‘Finché c’è guerra c’è speranza’.
Amarissimo, il monologo finale di Sordi/Chiocca, quando la sua famiglia lo ‘processa’ dopo che ufficialmente si è appreso del suo mestiere e moglie e figli si mostrano indignati:
“Vabbè, si può fare: posso anche cambiare mestiere. Io mi rimetto a vendere le pompe idrauliche, che è un articolo semplice, pacifico e socialmente utile. Le mie 3-400mila lire al mese le guadagno sicuro, ed è una cifra con la quale una famiglia può vivere anche decorosamente, se si pensa che un terzo del mondo ha un reddito pro-capite di 30mila lire l’anno. Ma non come voi… non come abbiamo vissuto fino ad ora…no…Perché vedete…le guerre non le fanno solo i fabbricanti d’armi e i commessi viaggiatori che le vendono, ma anche le persone come voi, le famiglie come la vostra, che vogliono, vogliono, e non si accontentano mai: le ville, le macchine, le moto, le feste, il cavallo, gli anellini, i braccialetti, le pellicce e tutti i ca..i che ve se fregano, costano molto! E per procurarseli, qualcuno bisogna depredare, ecco perché si fanno le guerre!”
Giorni fa è stato reso pubblico l’ultimo rapporto annuale curato dallo Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), sui cento produttori di armi più importanti a livello mondiale. Se ne ricava che i ricavi globali del settore degli armamenti nel 2024 sono aumentati in modo esponenziale. Un incremento dovuto soprattutto a due guerre: Ucraina e Gaza, in testa alla classifica delle tensioni geopolitiche globali e regionali.
Rispetto al 2023, il fatturato registra un aumento del 5,9 per cento. Le aziende statunitensi mantengono una posizione dominante: una crescita del 3,8 per cento, ricavi per 334 miliardi di dollari. Anche per l’Europa un notevole incremento. Per ben 26 aziende che operano nel settore, un aumento del fatturato del 13 per cento, pari a 151 miliardi di dollari.
Secondo il SIPRI, i ricavi complessivi generati dalla vendita di beni e servizi militari delle principali aziende produttrici di armi e fornitrici di servizi militari a clienti militari hanno raggiunto i 679 miliardi di dollari, un aumento del 5,9 per cento, considerando il tasso reale, rispetto ai 632 miliardi di dollari del 2023. Nel decennio 2015-2025, i ricavi totali degli armamenti sono cresciuti del 26 per cento.
I ricavi derivanti dalla vendita di armamenti delle 26 aziende incluse nella Top 100 con sede in Europa (a esclusione della Russia) sono aumentati del 13 per cento su base annua, raggiungendo i151 miliardi di dollari.
Nel 2024, i ricavi complessivi grazie agli armamenti delle aziende statunitensi sono aumentati del 3,8 per cento, pari a 334 miliardi didollari. Statunitensi le prime quattro (su cinque) aziende produttrici di armi a livello mondiale: Lockheed Martin, RTX, Northrop Grumman, General Dynamics. Sono leader nella produzione di caccia F-35, motori aeronautici, droni, missili a lungo raggio, sottomarini nucleari, missili guidati.
Buona parte di questi enormi guadagni sono dovuti all’aumento dei ricavi legati ai programmi statunitensi di sottomarini nucleari Columbia-class e Virginia-class, pilastri strategici della flotta sottomarina degli Stati Uniti. In particolare, il programma ‘Columbia-class della US Navy’, che sviluppa una nuova flotta di 12 sottomarini balistici nucleari (SSBN) al posto degli attuali 14 SSBN Ohio-class, ritenuti superati. La General Dynamics sta assemblando le sezioni del primo sottomarino USS District of Columbia SSBN 826, ed è già iniziata la realizzazione del secondo, l’USS Wisconsin SSBN 827.
Per quanto riguarda l’Italia, le due aziende italiane presenti nella ‘lista delle cento’, si registra un aumento del 9,1 per cento rispetto all’anno precedente, pari a 16,8 miliardi di dollari. Si tratta di Leonardo (al 12° posto, seconda azienda europea produttrice di armi): un aumento di un decimo del proprio fatturato armato, che supera il 72% del proprio totale (13,8 miliardi di dollari). L’altra azienda è Fincantieri (al 53esimo posto) con poco meno di 3 miliardi di fatturato militare (il 34% del suo totale); comunque una crescita del 4,5 per cento rispetto al 2023.
La Russia, impegnata direttamente nella guerra contro l’Ucraina, come negli anni precedenti, vede la sua produzione bellica concentrata veicoli blindati, artiglieria, missili e veicoli aerei senza pilota, munizioni. Le aziende russe coinvolte in questa produzione hanno aumentato i ricavi del 23 per cento (31,2 miliardi di dollari). In contro-tendenza le aziende cinesi: una contrazione dell’1,2 per cento, dovuta in gran parte a scandali di corruzione e ritardi di consegna.
Si assiste così a un paradosso: un boom di spesa militare e al tempo stesso una capacità industriale fragile, frammentaria, disomogenea, in particolare in Europa. Per non parlare della contraddizione rappresentata da un vistoso aumento di investimenti militari che però non sono coordinati e razionalizzati. Mancando il pur auspicabile esercito europeo, non si raggiunge l’obiettivo di una ragionevole sicurezza, ma si decuplicano inutilmente le spese. Il tutto si traduce in profitti record per i produttori di armi, che al tempo stesso faticano a soddisfare un aumento della produzione strategico, a lungo termine.
Infine: i dati su cui hanno lavorato gli analisti del SIPRI sono precedenti ai piani di riarmo europeo lanciati dalla Presidente della Commissione europea Von der Leyen a inizio 2025, i cui effetti si potranno valutare nei prossimi anni.
Una cosa è sicura: si parla di pace, si vive di guerra. Per i Pietro Chiocca il lavoro non manca di sicuro.
