Si potrebbe dire che ‘economia’ è ‘sineddoche’ di ‘economia sociale’ così come ‘impresa’ rispetto ad ‘impresa sociale’. Ecco perché
La parola ed il concetto di ‘economia’ (nella lingua d’uso) deve identificarsi nell’’economia sociale’ perché, se così non fosse, vorrebbe dire che essa non è sociale e quindi non solo da trasformare, ma in alcuni casi da proibire. Con una figura retorica, potremmo dire che ‘economia’ è ‘sineddoche’ di ‘economia sociale’ così come l’’impresa’ rispetto all’‘impresa sociale’ (infatti tutte le imprese dovrebbero essere imprese sociali).
Con l’emanazione del ‘Piano d’azione nazionale dell’economia sociale in attuazione della raccomandazione del 27 Novembre 2023 sullo sviluppo delle condizioni quadro dell’economia sociale’ (C/2023/1344) (MEF-2025) implicitamente ed esplicitamente il nostro Paese ha fatto questa scelta. Ed il dibattito sull’implementazione è aperto.
L’economia sociale è l’integrazione fra ritorno equilibrato cioè ROI-Return on Investment (NO massimizzazione ASSOLUTA del profitto, SI massimizzazione RELATIVA del profitto) degli investimenti e SROI-Social Return on Investment cioè ritorno sociale delle risorse investite.
Questa opzione ormai non è più un optional esornativo, ma una condizione necessaria dello sviluppo socio economico evitando una gestione economico-finanziaria con impatto negativo sui cittadini.
Alcune evidenze di ricerca tramite A.I. offrono un quadro di dati sulle conseguenze della non applicazione dell’ economia sociale. Una meta-analisi su 38 studi longitudinali ha stimato un aumento della sintomatologia depressiva e ansiosa tra i disoccupati rispetto agli occupati con una differenza standardizzata di medie di +0,19 .
Il rientro all’occupazione riduce tali sintomi (con una differenza standardizzata di medie di –0,27 nei confronti di chi rimane disoccupato, o –0,19 nei confronti dello stato precedente).
Un’altra meta-analisi di 327 risultati (da 65 studi) ha evidenziato che l’effetto negativo della disoccupazione sulla salute è ‘piccolo ma significativo’, concentrandosi in particolare sugli aspetti psicologici e più intensi per disoccupazioni di lunga durata.
Una review sistematica ha identificato in alta probabilità impatti negativi dell’austerità su mortalità totale, aspettativa di vita e mortalità specifica, con media per paese fra circa 74.000 e 115.000 morti aggiuntive all’anno a causa di misure austere, anche se con evidenza di certezza in dibattito.
In Europa, misure di austerità sono state correlate a un aumento della povertà, disoccupazione e peggioramento dell’accesso ai servizi sanitari, alimentando determinanti sociali negativi della salute.
Un rapporto del Center on Poverty & Social Policy stima che ogni dollaro tagliato da SNAP (Supplemental Nutrition Assistance Program) genera costi futuri compresi tra 14 e 20 dollari, dovuti a riduzione della salute, produttività, maggiori spese in sanità, giustizia minorile e assistenza sociale.
In Danimarca, la riduzione degli aiuti familiari ha mostrato effetti immediati negativi sul benessere scolastico e un aumento delle segnalazioni a servizi di protezione minorile.
Uno studio del 2025 ha mostrato che l’ineguaglianza delle ‘circostanze’ (reddito, opportunità) diminuisce la coesione sociale e, indirettamente, rallenta la crescita economica del paese.
Un approccio non sociale in un sistema (che sia economico, sanitario, aziendale o comunitario) sul piano economico aumenta le disuguaglianze.
Riduce la coesione sociale poiché, mancando investimenti in welfare e inclusione, cresce il divario tra chi ha accesso ai servizi e chi ne è escluso.
Per poter fare economia sociale è necessario assumere il ‘civismo applicato’ e il ‘welfare civico’ come riferimento di sistema e renderlo operativo tramite tutte le organizzazioni private profit nonché non profit e pubbliche e ‘organizzazioni socialmente responsabili’ che dal punto di vista economico aziendale si definiscono come aziende sociali civiche nell’ottica funzionalista e di ruolo nel sistema socio-economico.
Riguardo al documento sull’economia sociale del MEF (Ministero dell’Economia e delle Finanze), è comunque necessario assumere una visione di impresa sociale come azienda sociale civica che integri il dettato normativo ed il dettato economico aziendale.
In quest’ottica è necessario assumere anche la definizione di impresa sociale elaborata dal giurista Alceste Santuari che (nel suo ultimo libro ‘Diritto delle organizzazioni socialmente responsabili. Manuale degli Enti del Terzo settore, delle cooperative, delle società benefit e dei loro rapporti con la P.A.’-FrancoAngeli ed.-2024) introduce il concetto di impresa sociale- ‘organizzazione socialmente responsabile’ utile a ‘comprendere e contemplare anche l’azione di quei soggetti organizzati e imprenditoriali che, seppure non definiti dal vincolo alla non distribuzione degli utili, parimenti, specie alla luce dei criteri ESG, risultano ingaggiati nel perseguimento di obiettivi sostenibili e sociali’, promuovendo una governance collaborativa.
Una sussidiarietà agìta che assume anche la coprogettazione e coprogrammazione come filiera fra non profit,pubblica amministrazione, organizzazioni socialmente responsabili(società benefit,imprese profit sociali).
Questo è un “ diritto di cittadinanza” di molteplici soggettività giuridiche e strutture organizzative nell’ambito dell’attività e degli interventi di natura sociale….”
In sintesi, l’economia sociale deve allargare sempre più il concetto di impresa sociale alle imprese profit in logica di reciprocità fra esigenze sociali del territorio e offerta di risorse sociali (danaro, tempo, servizi ,spazio ecc). La co-progettazione e co-programmazione nei territori si basa anche sulla ‘complementarietà’ e ‘supplementarietà’ del profit nel processo.
Il Codice del Terzo Settore ha aperto la strada a una collaborazione non solo con gli enti non profit, ma anche con soggetti profit orientati alla responsabilità sociale. Il profit integra le competenze del Terzo Settore senza sostituirlo, ma offrendo un valore aggiunto al processo (complementarità) ed intervenendo con risorse e competenze ove il terzo settore non è adeguato (supplementarità).
