Quello del miliardario USA è solo un sentimento di attenzione verso il nostro Paese o il timore che con una non adeguata popolazione i suoi servizi perdono clienti?
Elon Musk ha avuto ufficialmente una dozzina di figli, parte dei quali concepiti con fecondazione in vitro.
Buon per lui e per le tre madri, anche se ‘The Wall Street Journal’, il quotidiano internazionale pubblicato a New York di oltre due milioni di copie, ha sostenuto che la sua prole conterebbe 14 unità, con una madre in più. Dettaglio senza eccessiva importanza.
Non un modello di famiglia tradizionale la sua, ma una vera e propria organizzazione simile a quella di una casa costruttrice, coordinata da Jared Birchall, un ex manager finanziario di Morgan Stanley, ora responsabile del family office di Musk, che svolge il compito di mediatore e negoziatore tra Musk e le madri dei suoi figli.
Una concezione lievemente diversa dai nostri ordinari punti di riferimento. Ma non abbastanza se, investito da principi di pater familias, l’uno più ricco del mondo si è sentito in diritto di scrivere sul suo blog: «Il tasso di natalità in Italia è sceso al minimo storico di 1,13 figli per donna, con solo 370.000 bambini nati l’anno scorso, il più basso dal 1861. Gli esperti avvertono che questo declino sta peggiorando e non mostra segni di ripresa, creando una seria sfida per la futura popolazione italiana». Così.
Non è stato un fulmine a ciel sereno per noi del Bel Paese. Già infatti Musk, Tesla e razzi a parte, aveva mostrato lo scorso dicembre il suo interesse alla procreazione altrui durante la partecipazione a Atreju, la manifestazione politica annuale della destra italiana organizzata da Gioventù Nazionale.
«Fate più figli» aveva sentenziato dal palco, senza che nessuno gli avesse obiettato che in Italia non abbiamo un Birchall omologato per una gestione multipla delle famiglie, che gli stipendi degli italiani non sempre sono adeguati al mantenimento di una figliolanza particolarmente estesa e che gli asili nido, i congedi parentali e i fogli di dimissioni in caso di maternità alla cui firma sono costrette tante donne che entrano in azienda non sempre permettono una proliferazione sognata durante il regime fascista che spingeva per aumentare la natalità per potenziare il Paese. A far che? Per alimentare gli eserciti usati come carne di cannone che Benito Mussolini si sognava per andare a conquistare il mondo?
È questo, bene o male, ciò a cui ambisce l’imprenditore sudafricano?
Ci interessa poco, diciamocelo pure.
A meno che nella twittata non ci sia stato qualche messaggio subliminale che abbia voluto mandare alla Premier, che lui stesso ha descritto lusinghieramente come «bella dentro ancor più che fuori». Per quanto non sia mai stato affermato un accordo definitivo tra il governo Meloni e Elon Musk su Starlink, anche se a inizio gennaio 2025 emersero notizie su presunte trattative avanzate in materia. Anzi, la Presidenza del Consiglio ha smentito categoricamente la firma di contratti con SpaceX, definendo la notizia ‘ridicola’. Allora solo un sentimento di attenzione verso il nostro Paese o il timore che con una non adeguata popolazione i suoi servizi perdono clienti?
Noi sappiamo che le convinzioni personali del magnate si basano sul timore che un decremento delle nascite possa rappresentare una grave minaccia per la sopravvivenza della civiltà. Specie di quella occidentale. E di quella di persone ritenute di elevata intelligenza. Principi, ci duole dirlo, che ci ricordano alcuni manuali che hanno circolato in centro Europa poco meno di un secolo fa e che hanno lasciato tracce assai tragiche nella storia del Vecchio Continente.
Ora, perché questo ci deve preoccupare e tanto?
Non sappiamo che cosa deciderà il governo in merito all’acquisizione del sistema di Starlink -individuato prima degli altri da Mario Draghi quando era al governo- o se ci sarà un’altra soluzione che al momento non ci sovviene per risolvere un problema assai serio che abbiamo in Italia in materia di telecomunicazioni satellitari in grado di rispondere alle esigenze della difesa nazionale.
Ma la sola risposta che sappiamo darci genera un’altra più difficile domanda: siamo veramente disposti a mettere in mano le nostre riservatezze a persone che tentano di interferire con i nostri affari di letto?
