Chissà che dal voto del 4 novembre per l’elezione del nuovo sindaco della Grande Mela non emerga qualche indizio per capire in quale direzione va la democrazia più grande e potente del mondo
New York non è gli Stati Uniti, per capirlo basta oltrepassare il Washington Bridge e addentrarsi nei villaggi che incontri nel New Jersey, le mille e mille villette alla Paperino: Englewood, Ridgefield, Palisades Park… Una trentina di chilometri dalla Big Apple, mezz’ora d’automobile. Eppure… Figuriamoci Stati come l’Illinois, o il Kansas, l’Idaho o l’Ohio.
Tuttavia, tutti i sondaggi demoscopici certificano che il consenso al presidente Donald Trump è in vistoso calo. Tra lo stesso elettorato repubblicano, nonostante che Trump in questi anni lo abbia letteralmente ‘colonizzato’, plasmato a sua immagine e interesse. In declino tra la stessa base MAGA, per la quale Trump era una sorta di messia.
La cartina al tornasole saranno le elezioni di mid-term del novembre 2026. L’attenzione si concentra fin da ora su una quarantina di seggi di parlamentari repubblicani. Secondo le analisi degli esperti e degli strateghi elettorali potrebbero passare a esponenti del Partito Democratico. Al momento, sia la Camera che il Senato sono a maggioranza repubblicana, anche se precaria. A novembre si rinnovano tutti i 435 deputati e un terzo (33) dei senatori. Gli equilibri potrebbero mutare a favore dei Democratici.
New York, come s’è detto, è ‘altro’ dagli Stati Uniti: ma chissà che dal voto del 4 novembre per l’elezione del nuovo sindaco non emerga qualche indizio per capire in quale direzione va la democrazia più grande e potente del mondo. Tutti gli allibratori puntano su Zohran Mamdani: un consolidato 45 per cento di intenzioni di voto. Lo tallona, distanziato da 15 punti, l’ex governatore dello Stato Andrew Cuomo: anche lui democratico, sconfitto alle primarie da Mamdani, si presenta come indipendente. Il terzo candidato, il repubblicano Curtis Sliwa, per quanto si sia fatto un nome con il gruppo di pattuglie della metropolitana Guardian Angels è decisamente fuori gioco. Non solo perché New York è una città tradizionalmente democratica: anche dal suo partito non è ben visto, non è allineato a Trump, e non ne condivide le politiche anti-immigrati.
Mamdani, dunque. Personaggio decisamente anomalo, anche per una città abituata alle stravaganze come New York. Nasce 34 anni fa a Kampala, in Uganda. Prima di arrivare a New York a sette anni, ha vissuto in Sud Africa. Cittadino americano dal 2018, si laurea in studi africani al Bowdoln College nel Maine. E’ sposato con la siriana Rama Duwall. Il padre Mahmood insegna antropologia alla Columbia University; la madre, Mira Nair, è una regista: con ‘Monsoon Wedding’ nel 2002 ha vinto il Leone d’Oro a Venezia.
Fino a qualche mese fa Mamdani un vero e proprio Carneade. Musulmano di religione, la sua fama non andava oltre la cerchia dei Democratic Socialists of America e attività a sostegno del diritto alla casa nel Queens, uno dei cinque borough di New York, il più grande per estensione e il secondo per popolazione. Se, come probabile, sarà eletto, sarà il primo sindaco musulmano di New York. Già ora è interessante cercare di capire come in pochi mesi abbia sbaragliato candidati sostenuti ufficialmente dal Partito (Cuomo), o uscenti, come Eric Adams. Già ora è assurto a una dimensione ‘nazionale’ (anche se non essendo nato negli Stati Uniti non potrà mai aspirare a essere presidente), e sono centinaia di migliaia le visualizzazioni sui suoi canali social. Donald Trump lo bolla come comunista: “Se sarà eletto la città si troverà in grossi guai”.
In cosa consiste questo ‘comunismo’? Propone asili nido gratuiti per tutti i cittadini di New York; il congelamento degli affitti per quattro anni per circa due milioni di residenti; la costruzione di 200mila alloggi calmierati nei prossimi dieci anni; autobus gratuiti; salario minimo di trenta dollari entro il 2030. E ancora: progetto pilota per l’apertura di cinque grandi negozi di alimentari di proprietà pubblica con prezzi controllati, per ognuno dei cinque borough. Naturalmente tutto ciò, ha dei costi: per l’assistenza all’infanzia, si stima un impegno di sei miliardi di dollari l’anno; per la gratuità degli autobus, 800 milioni di dollari l’anno; e via così. Chi paga, e come? I finanziamenti dovrebbero arrivare, secondo i progetti di Mamdani, da tasse per le grandi imprese e i redditi più alti: almeno nove miliardi di dollari, quattro dei quali grazie a un’imposta fissadel 2 per cento sui redditi personali superiori al milione di dollari (circa l’1 per cento dei cittadini); gli altri cinque dall’aumento dell’aliquota dell’imposta sulle società all’11,5 per cento, per raggiungere quella del confinante Stato del New Jersey.
I suoi detrattori dicono che Mamdani non ha esperienza e che il suo programma farà emigrare il business. “Le sue promesse non sono realizzabili, sono fuori dalla realtà, è un estremista”, dicono sia Cuomo che Sliwa. Tuona il rabbino Elliot Cosgrove, che regge la sinagoga della centralissima Park Avenue: “il candidato socialista-democratico non ha mai preso le distanze da slogan come ‘globalizzare l’Intifada’, mentre ha accusato Israele di genocidio”.
Cosa replica Mamdani? Smussa, ma fino a un certo punto: “New York ha bisogno di leader che affrontino sul serio l’antisemitismo, che lo sradichi dalla città, non di marionette che agli ebrei chiedono solo voti”.
Al momento Mamdani è sulla cresta dell’onda. Ogni suo incontro pubblico vede la partecipazione di sostenitori entusiasti, millennial e Z Generation in testa. A Trump manda un messaggio preciso: “Non vogliamo sovrani. Trump non deve comandare a New York”. Può contare su democratici outsider come Bernie Sanders, l’anziano senatore del Vermont o la senatrice del Massachusetts Elizabeth Warren, ma anche leader emergenti come la deputata del Bronx Alexandria Ocasio-Cortez. L’establishment del Partito Democratico però ancora non si è espresso con chiarezza: alla ricerca di una identità smarrita, ancora è in attesa.
Occorre, come sempre, guardare a come si muovono a Wall Street e dintorni. A fianco di Mamdani, si sono schierate personalità della New York che conta, come Sally Susman, Patrick Gaspard, Robert Wolf. Si cominciano a scaldare i motori per mettere in moto l’apparato che cercherà di sconfiggere Trump e chi si contente la sua successione, James D. Vance e Marco Rubio.
“Dobbiamo vincere. Ma poi dobbiamo mantenere le promesse fatte alla gente”, teorizza ed esorta Mamdani. La scommessa (e la sfida) del Partito Democratico contro Trump è questa.
