E’ necessario sviluppare il ‘giving back’ ed evitare ‘il giving back de minimis’ rispetto alla responsabilità sociale ove aziende o individui restituiscono valore alla comunità in quantità minima
Un’impresa sociale può strutturare la propria missione in modo nominalmente o autenticamente sociale investendo in attività sociali residuali e minime rispetto all’attività ‘caratteristica’ e principale che spesso raggiunge livelli di successo economico e di profitto, tramite anche finanziamenti pubblici agevolati, tramite politiche finanziarie o situazioni di contesto territoriale favorevoli.
La filantropia delle aziende (meglio dire gli investimenti sociali) si basa su una gestione ed una organizzazione aziendale e non è di tipo personalistico. Al di là del fatto che esistano giuridicamente ‘enti filantropici’, il vero tema è che le imprese devono essere sociali e sviluppare l’interesse generale del sistema socio-economico. Purtroppo, in presenza di alti livelli di profitto si destina una parte esigua e non consistente di esso agli obiettivi sociali del sistema.
Nessuno mette in dubbio che la libertà di donare è sacrosanta, ma altrettanto si sa che molti investimenti di imprese sono a fronte di finanziamenti pubblici agevolati, di contesti territoriali favorevoli e, quindi, se si raggiungono risultati di profitto, spesso dipende proprio da queste situazioni.
E’ necessario sviluppare il ‘giving back’ ed evitare ‘il giving back de minimis’ rispetto alla responsabilità sociale ove aziende o individui restituiscono valore alla comunità in quantità minima. Per esempio, il tema degli extraprofitti delle banche italiane nel 2025 deriva principalmente da una serie di fattori economici e politici che hanno favorito il settore finanziario negli ultimi anni e fra essi l’aumento dei tassi di interesse da parte della Banca Centrale Europea: che ha incrementato i margini di interesse per le banche, cioè la differenza tra quanto pagano sui depositi e quanto guadagnano dai prestiti; politiche pubbliche favorevoli come il governo Conte che aveva messo a disposizione 200 miliardi per rinegoziare prestiti; il superbonus che ha generato crediti fiscali che le banche hanno potuto gestire e monetizzare.
Il governo Meloni ha deciso di chiedere un contributo alle banche per finanziare alcune misure della manovra economica. Su circa 44 miliardi di profitti bancari nel 2025, circa 5 miliardi saranno destinati a sostenere le fasce più deboli della popolazione.
Gli extraprofitti non sono solo delle banche ma anche delle imprese che hanno avuto in questi ultimi anni dei risultati di profitto eccezionali in funzione anche di contesti climatici e politici. Si pensi al tema delle imprese energetiche che hanno avuto un grande incremento di profitti.
Evitiamo il principio del ‘gocciolamento’: cioè l’impatto sociale accidentale e speculativo (per es strumento utile solo per aumentare fini commerciali) e di ‘socialwashing’ che è parte deteriore dell’impresa, ‘sdoganata’ come processo virtuoso (sulla scia delle tesi di Milton Friedman, ‘guru’ della scuola neoliberale di Chicago).
‘Gocciolare’ risorse a favore della sostenibilità come residualità di “purpose” dell’impresa.
La teoria del trickle – o anche effetto trickle-down, o teoria della goccia, indica un’idea di sviluppo economico, ritornato in voga soprattutto negli Stati Uniti, che si basa sull’assunto secondo il quale i benefici economici elargiti a vantaggio delle imprese, dei ceti abbienti (per esempio alleggerimento dell’imposizione fiscale) favoriscono necessariamente, e ipso facto, l’intera società. Ma questo avviene se i benefici economici assunti dall’imposizione fiscale hanno un ritorno sociale adeguato.
Anche per la Treccani gocciolare v. intr. e tr. [der. di gocciola] (io gócciolo, ecc.).ha una prevalenza negativa ;infatti versare o stillare un liquido a gocciole: la cannella gocciola, bisogna farla riparare; i muri gocciolavano, […] lagrime (Boccaccio).
Una delle variabili di contesto del sistema socio economico è il ‘sistema di libera impresa’ che è utile (‘ex multis’) per l’’economia di mercato’ (cioè un assetto nel quale le decisioni sull’allocazione delle risorse sono delegate alla libera iniziativa e determinate dall’andamento dei prezzi e dagli incentivi privati e pubblici). Quindi, se un sistema socio economico fosse composto solo da imprese sociali, che non perseguissero il profitto in logica di massimizzazione assoluta, ma relativa, rispettando le regole di una economia di mercato, saremmo in presenza di un sistema di mercato.
Per un sistema di libera impresa che persegue il bene comune della società. Queste considerazioni che trovano spunto nel libro di G. Salvini, L.Zingales, S.Carrubba (2010), Il buono dell’economia, EGEA, Università L. Bocconi ed.,
Il mercato, infatti, non è qualificabile come tale solo per la presenza dei capitalisti e degli azionisti ma in logica di capitalismo sostenibile (si veda G. Verona, “Un capitalismo sostenibile che riduca le disuguaglianze”, Corriere della sera, 2 Gennnaio 2021).
La forma giuridica e la generazione di valore economico o profitto perdono il potere definitorio esclusivo ed acquisiscono ,invece,una valenza strumentale nella loro integrazione, della quale le organizzazioni possono avvalersi efficacemente al fine di assicurare sostenibilità, perdurabilità e scalabilità della generazione di impatti sociali delle quali sono promotrici
Il giudizio su questo paradigma può essere categorico (sì/no) o rimanere in parte sospeso creando un attivismo culturalmente ‘speculativo’ e di approfondimento. Comunque appare evidente che dinamiche di cambiamento verso una responsabilità sociale di tutti gli attori economici è una via obbligata e deve essere gestita.Pena l’involuzione in un sistema socio economico sempre più conflittuale,diseguale ed involuto.
Ed inoltre l’articolo 41 della Costituzione Italiana recita:
L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.
Mi sembra inequivocabile. Per dare credibilità a questo approccio la dominante sostanziale e ‘caratteristica’ si deve adottare la misurazione e la valutazione che accredita ed esplicita l’intenzionalità espressa. Sviluppa ‘greenreputation’ e ‘socialreputation’. Alla tesi che obietta che è una via difficile perché ci possono essere opportunismi si contrappone quella che demanda la valutazione ad un rating che, nella sua perfettibilità dinamica, è sicuramente più costruttivo di un giudizio variegato ed espresso in ‘alto, medio, basso’ senza riferimento ad un proxy quantitativo.
