Una sorta di trionfo rumoroso, colorito e pacchiano, che pro/im-pone un testo vago e pasticciato non solo ai due contendenti della guerra israelo-palestinese, ma anche ai molti altri partecipanti diretti o indiretti al conflitto secolare

 

 

Chiunque conosca Broadway, se non altro per sentito dire come me, sa che alla Broadway luminosa, colta, brillante, se ne affianca un’altra, anzi due: una, diciamo così, sperimentale, azzardata, ‘off-Broadway’ ma anche un’altra ancora, più rozza, magari volgare, ‘popolare’ nel senso peggiorativo del termine, in una parola pacchiana: ‘off-off-Broadway’ è il termine tecnico.

In un clima da quest’ultima, si è svolta la scena alla quale abbiamo assistito, perfino con un po’ di disgusto, negli ultimi giorni, ma anche con una sensazione irrefrenabile di ridicolo.

Una sorta di trionfo rumoroso, colorito e, ripeto, pacchiano del Presidente Trump, che pro/im-pone un testo vago e pasticciato non solo ai due contendenti della guerra israelo-palestinese, ma anche ai molti altri partecipanti diretti o indiretti al conflitto secolare, a partecipanti, dico, a cominciare dal presunto principale finanziatore di Hamas, il Qatar. Quel Qatar, appena bombardato da Israele e che, in risposta, da un lato, ha reagito con misura e calma addirittura ‘con stile’, dall’altro con sprezzo, rifiutando di incontrare direttamente Israele, mentre, si dice, Trump ha imposto a Netanyahu di scusarsi con l’emiro Al Thani.

Ho scritto esattamente «guerra israelo-palestinese», e non il solito ‘guerra di/a Gaza’, perché, finalmente nel documento ufficiale e sottoscritto da quattro, dei circa 33 partecipanti all’incontro a Sharm elSheikh (compreso un: «bellissima»!), si scrive ufficialmente (e finalmente) la definizione esatta del conflitto: «We understand that lasting peace will be one in which both Palestinians and Israelis can prosper with their fundamental human rights protected, their security guaranteed, and their dignity upheld», mentre nel comunicato del 10.10.2025, si parla esplicitamente di «comprehensive (?) end of Gaza war» , anche se poi non si riconosce in Hamas la natura giuridica di ‘combattente’, come richiesto dalle Convenzioni e dai Protocolli di Ginevra. Beninteso, anche una forza combattente, come uno stato, possono essere ‘terroristi’, ma in quanto enti di diritto internazionale e non ‘come criminali comuni’.

Sono, forse, sottigliezze da giurista e possono, infatti, apparire tali, ma sono affermazioni significative, almeno allo stato attuale dei fatti, perché ‘mettono le cose a posto’, e permettono (dico: permettono, solo questo) di porre sul tappeto i temi reali della questione, indipendentemente dal fatto che i soggetti che redigono quel testo desiderino realmente realizzarlo. I temi, infatti, sono: il diritto dei palestinesi a disporre del proprio territorio, del loro diritto a scegliersi un governo di loro scelta, l’impossibilità di Israele di negare quei diritti con la forza così come l’impossibilità dei palestinesi di pretenderli con la forza. In altre parole, Trump (a nome della Comunità internazionale) si è assunto il compito di ‘garantire’ la legittima realizzazione della pretesa palestinese all’autodeterminazione … ma in assenza, imposta da Erdogan, di Israele, cioè della principale interessata (ma non di Abu Mazen!) per dirgli ‘fai quello che dico io’.

Tanto più che questo documento, suscettibile di moltissime critiche giuridiche e politiche, va letto, sia alla luce dei vaghissimi e criticabili 20 punti di qualche giorno prima, ma specialmente alla luce di un documento ben più corposo (e a sua volta suscettibile di molte critiche) intitolato «Peace to prosperity, a vision to improve the lives of the Palestinian and Israeli people» del Gennaio 2020, dove un piano complessivo era stato disegnato e comprendeva anche molte misure per il ritiro di Israele da una parte almeno dei territori illegittimamente occupati e in gran parte illecitamente annessi, oltre a varie altre cose difficilmente accettabili, ma, almeno, discutibili.

Come ho già scritto più volte in altre occasioni: i conflitti finiscono solo ‘facendo’ la pace e per fare la pace si deve per forza iniziare dal punto in cui si è … poi, da lì si tratta. Lo diceva Papa Francesco, che sapeva di che parlava e, non per nulla, veniva accusato di essere amico di Putin!

Resta la sensazione sgradevole che mi ha dato quella scena, quello spettacolo. Sia alla Knesset, dove si è vista una comica reciproca esaltazione e baciamani tra due che, a guardare bene le cose, dire che si amino è almeno azzardato. Ma poi a Sharm el Sheikh si è raggiunto l’apice. Trenta, circa, capi di Governo, poi (secondo me) presi in giro con sprezzo da Trump, che li definiva gli uomini più potenti del mondo e più ricchi e intanto pretendeva che ognuno di loro singolarmente salisse i due gradini, da solo, per raggiungerlo, stringergli la mano, voltarsi verso i fotografi, alzare il pollice e poi andarsene … una scena umiliante. Umiliante per tutti, non solo per chi la subiva. Gli ‘altri Stati’ (ricordate l’articolo di ieri?) che poi, dopo la foto di rito, si sono seduti dietro i quattro che firmavano a fare da inquadratura al Trump trionfante.

Dicevo, ‘umiliante per tutti’: sì, anche per Trump e la sua banda di ‘caduti dal letto’ sorridenti (salvo forse il marito della figlia di Trump, un vero affarista, profondamente filoisraeliano), che si beava del ‘suo’ trionfo e della umiliazione degli altri: troppi altri perché la situazione possa durare davvero. ‘Molti nemici molto onore’ in politica internazionale non funziona … Benito docet!

L’impressione vera che ho avuto è stata quella di assistere ad una scena del Danilo di Pontevedro, nella Vedova Allegra di Lehar: quella della fine inconscia, tra musiche e danze, di un piccolo impero da operetta, inconscio di essere alla fine, questa volta, però, sanguinosa, molto sanguinosa. Non saranno i denari che gli mancheranno al ‘picciolo re’ osannato, ma su quel palco c‘erano 32 capi e capetti vari con in più Guterres e, questo è importante, Abu Mazen: che fa 34  …nemici, o forse solo 33?

Di Giancarlo Guarino

Giancarlo Guarino è Professore ordinario, fuori ruolo, di Diritto Internazionale presso la Facoltà di Economia dell’Università di Napoli Federico II. Autore di varie pubblicazioni scientifiche, specialmente in tema di autodeterminazione dei popoli, diritto penale internazionale, Palestina e Siria, estradizione e migrazioni. Collabora saltuariamente ad alcuni organi di stampa. È Presidente della Fondazione Arangio-Ruiz per il diritto internazionale, che, tra l’altro, distribuisce borse di studio per dottorati di ricerca e assegni di ricerca nelle Università italiane e straniere. Non ha mai avuto incarichi pubblico/politici, salvo quelli universitari.