Dalla mediazione, “oltre all’immagine internazionale rafforzata, Erdogan ci guadagna un aumento della presenza, anche militare, turca in Medio Oriente e nel Mediterraneo, strategici anche per gli interessi economici, senza dimenticare il coinvolgimento di Ankara nel business della ricostruzione”. Intervista al Professor Antonello Biagini (La Sapienza)
“È stato personalmente coinvolto nel dialogo con Hamas, è stato fantastico”, aveva detto di lui il Presidente americano Donald Trump nel ringraziarlo, annunciando il raggiungimento dell’accordo tra Hamas e Israele. Il riferimento era all’autocrate turco Recep Tayyip Erdogan per il ruolo svolto nella tessitura della tregua sottoscritta -senza questi ultimi- a Sharm El Sheik, alla presenza di oltre trenta leader mondiali.
Di ritorno dall’Azerbaijan, Erdogan ha raccontato che l’intervento turco si era messo in moto su iniziativa personale di Trump che “ci ha chiesto espressamente di parlare con Hamas e di convincerli”, e infatti “siamo rimasti in contatto con Hamas durante tutto questo processo”.
“Siamo profondamente lieti che la Striscia di Gaza possa respirare di nuovo dopo due anni di oppressione. Siamo stati tra i Paesi che hanno dato il maggiore contributo a questo processo fin dal primo giorno” – ha rivendicato successivamente nel corso di un evento pubblico a Rize, nell’est del Paese – “Siamo sempre stati al fianco del popolo di Gaza durante la lotta e i processi negoziali, e continueremo a sostenere i palestinesi con tutte le risorse”.
“Sosterremo gli sforzi di ricostruzione insieme alla comunità internazionale per aiutare Gaza a riprendersi”, ha poi annunciato Erdogan, che ha definito “astuta e prudente” la posizione di Hamas ed aggiungendo che “come Turchia saremo inclusi nella task force che monitorerà l’attuazione dell’accordo sul campo” e annunciato la volontà di supervisionare “meticolosamente la rigorosa attuazione delle disposizioni concordate nell’accordo”. “Se Dio vuole, ci assumeremo la responsabilità durante il processo di attuazione”, ha proseguito Erdogan.
‘Haaretz’ ha, quindi, fatto notare che Ankara ha mediato direttamente tra Hamas e Washington grazie al lavoro del Ministro degli Esteri Hakan Fidan. Alcune analisi hanno sottolineato anche il contributo del successore di Fidan alla guida del Mit, l’intelligence estera turca, Ibrahim Kalin, apparso nelle fotografie del vertice di Sharm-el-Shiekh che ha portato alla volata finale.
Il lavoro negoziale della Turchia era necessario, ma anche facilitato dalla condivisa adesione alla Fratellanza Musulmana con Qatar e Hamas, quest’ultima presentata come ‘movimento di resistenza’. Non va poi dimenticato che l’ex capo di Hamas, Khaled Meshaal, di cui molto si parla per un futuro ruolo nella Striscia, è legato alla Turchia, Paese in cui risiede.
Un peso specifico nella decisione turca di aprirsi alle trattative sul piano proposto dagli Stati Uniti l’ha avuto anche il bilaterale dello scorso 25 settembre alla Casa Bianca con il Presidente Trump con il quale dovrebbe concordato un perimetro comune, dichiarando che a suo avviso “la consegna urgente di aiuti umanitari completi a Gaza, lo scambio di ostaggi e prigionieri, l’immediata cessazione degli attacchi israeliani e il ritiro entro le linee designate sono di fondamentale importanza”.
Il coinvolgimento turco, però, non sarebbe stato gratuito, ma avrebbe richiesto agli americani qualcosa in cambio: qualcuno ha fatto notare che Erdogan avrebbe messo sul tavolo di Trump un occhio di riguardo sul caso Halkbank, accusata nel 2019 di aver aggirato le sanzioni contro l’Iran e attualmente sotto processo negli Stati Uniti, con la Corte Suprema che si è pronunciata a suo sfavore proprio nei giorni scorsi. In più, il numero uno di Ankara punta all’acquisto di caccia F-16 ed F-35 e che fino a questo momento era stato bloccato.
Sullo sfondo, c’è poi l’espansione dell’influenza turca nel Medio Oriente, se, come pare, la Turchia entrerà a far parte della forza internazionale di monitoraggio della tregua a Gaza, il che si aggiungerebbe all’ascendente che Erdogan conserva sul Presidente siriano Ahmad al-Shara e pretende di mantenere il controllo diretto o indiretto delle regioni settentrionali. Al contempo, c’è l’interesse per il Mediterraneo (dove è già forte la presenza il Libia), ed in particolare nel quadrante orientale, specie per l’accesso al Mar Rosso e per l’area di Cipro, vecchio pallino di Ankara, ma particolarmente bramata per la ricchezza (130miliardi di metri cubi) di gas nelle sue acque (come in quelle palestinesi). Di interesse per Ankara anche la partita del Caucaso, dove gli Stati Uniti stanno tentando di inserirsi nella mediazione tra Azerbaigian e Armenia e dove Erdogan può fungere, anche qui, da mediatore privilegiato, grazie ai rapporti stretti con Ilham Aliyev.
L’importanza della mediazione della Turchia ha o potrebbe avere un rovescio della medaglia, ossia trasformarsi in un ingombrante ostacolo alla tenuta della tregua. Un episodio -non confermato, ma riportato da diverse cronache giornalistiche- illumina questo aspetto: in procinto di atterrare a Sharm, avrebbe ordinato ai piloti del suo aereo di riprendere quota alla notizia che anche il Premier israeliano avrebbe partecipato al summit. Avvisato il Presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi della sua contrarietà, Netanyahu avrebbe rinunciato alla partecipazione.
Vero oppure no, Erdogan non ha mai nascosto le sue critiche allo Stato ebraico, prima e dopo il 7 ottobre 2023. In questo senso, la partecipazione dell’esercito turco alla forza di pace chiamata a controllare Gaza appare quanto meno problematica visto che Israele si troverebbe quasi circondata da una presenza turca che controbilancerebbe quella dell’esercito israeliana del 53 per cento nella Striscia, infestata da clan (assoldati da Tel Aviv) che intendono far guerra ad Hamas, a cui è stato chiesto il disarmo.
“Siamo naturalmente consapevoli della pessima reputazione di Israele nel non mantenere le promesse. Ad oggi ha violato le sue promesse usando scuse inconsistenti e, purtroppo, ha tradito accordi firmati. Lavoriamo quindi per garantire che vengano adottate le misure necessarie per impedire” a Tel Aviv “di seguire di nuovo la stessa strada” – ha precisato il Presidente turco – “Voglio sottolinearlo: il prezzo del ritorno a un clima genocida sarà molto alto. La nostra regione, Gaza inclusa, è satura di spargimenti di sangue, massacri e lacrime. Bisogna dare una possibilità alla pace. Bisogna evitare sabotaggi”, ha poi avvertito.
Tirando le somme, si può dire che è Erdogan il vincitore della tregua imposta da Trump a Gaza? Perchè? Cosa ha guadagnato la Turchia per la mediazione? Lo abbiamo chiesto ad Antonello Biagini, Professore emerito di Storia dell’Europa Orientale presso l’Università La Sapienza di Roma, oltre che Presidente della Fondazione Roma Sapienza.

Presidente Biagini, la Turchia è entrata a far parte del gruppo di Paesi che hanno trattato con Hamas, comprendente Stati Uniti, Qatar ed Egitto (dove è stata firmata la tregua). L’architetto dell’accordo, il Presidente USA, Trump, ha elogiato l’omologo turco definendolo ‘fantastico’ per quanto fatto nella mediazione. Si può ritenere Erdogan il vero vincitore di questa tregua?
Sicuramente sì. Preliminarmente, è doveroso precisare una cosa e cioè che, nel momento in cui c’è un conflitto – sebbene ‘anomalo’ perché c’era stato un atto terroristico a cui Israele ha risposto – se qualcuno riesce ad imporre una tregua, già fa un’opera meritoria ed un passo avanti verso la costruzione di un processo di pace. Non bisogna dimenticare, infatti, che la pace si ottiene costruendola progressivamente. Seguendo anche il discorso di Trump alla Knesset, al netto della retorica di auto-esaltazione di se stesso per il risultato raggiunto, era doveroso riconoscere l’impegno dei vari attori, proprio perché c’era stato l’interessamento di tutti i Paesi arabi e, che, peraltro, erano i più grandi avversari di Israele, il fatto che abbia imposto, seppur con la forza, seppur con promesse di tipo economico, non toglie nulla al fatto che sia riuscito in questa operazione che, va sottolineato, è comunque un inizio di processo di pace. Per quanto concerne la Turchia, anche qui occorre fare una premessa e cioè che Ankara, ormai da molti anni, si trova al centro delle grandi operazioni internazionali, dalla Siria all’Ucraina. Qui la presenza della Turchia era fondamentale sebbene Erdogan non abbia appoggiato economicamente Hamas.
Cosa che ha fatto il Qatar che, insieme a Turchia e ad Hamas, condivide l’appartenenza alla Fratellanza musulmana…
Esatto, ma Erdogan l’ha sempre identificato, quasi a nobilitarlo, come forma di ‘resistenza’ a quella che viene ritenuta un’occupazione da parte israeliana che, tra l’altro, ha costituito il contesto che ha prodotto l’ingiustificabile aggressione del 7 ottobre 2023. Coinvolgere in questa operazione la Turchia – che ha sempre supportato la ‘resistenza’, osteggiando apertamente Israele – era necessario ed ha significato anche la garanzia di avere da parte di Hamas un consenso non facile da ottenere soprattutto nel sistema complesso di questo gruppo, per certi versi anche difficile da controllare.
Cosa ci ha guadagnato Erdogan?
Come sappiamo, la Turchia è stata molto attiva nei tentativi di pace in Ucraina, poi naufragati per interventi per così dire ‘esterni’ che avevano spinto Kiev a non firmare. In caso contrario, si sarebbe arrivati anche lì, forse, ad un compromesso, probabilmente non ad una pace giusta che – bisogna sfatarne il mito – non esiste. Esiste, invece, una pace possibile tra le due parti contrapposte che, in quel momento, decidono di intraprendere un processo di pace che, poi, si spera, sia duratura. Quindi, il coinvolgimento nella tregua conferisce alla Turchia quel ruolo internazionale che il leader turco ha sempre perseguito e che la portano alla considerazione, da parte della Comunità Internazionale, come uno dei soggetti che può interloquire e deve interloquire.
In questo senso, Erdogan prova a consolidare la leadership turca del mondo islamico sunnita?
Sicuramente è un elemento che non si può non vedere, ma che appartiene anche a quell’attivismo internazionale che, per esempio, ha portato all’acquisto turco dell’Aerospace dalla Piaggio o agli accordi con gli Stati Uniti sul gas naturale e, soprattutto, sul nucleare.
Senza dimenticare il grande interesse turco per l’automotive…
Ecco appunto, tutto questo dimostra che, oltre all’immagine, oggi la Turchia si presenta come un soggetto internazionale di primo piano, in cui non resta fuori l’aspetto economico-industriale, e che può contare su un rafforzamento del rapporto con gli Stati Uniti, contribuendo a quell’idea che ha di sé quale potenza europea in grado di incidere su Medio Oriente e Mediterraneo. Effettivamente, del resto, ha saputo cogliere quelli che possono essere stati passaggi cruciali della politica internazionale mediorientale per mostrarsi un punto di riferimento.
A proposito di punto di riferimento, Erdogan ha rivendicato che la Turchia sarà coinvolta nel monitoraggio dell’applicazione di questa tregua, probabilmente entrando a far parte della forza internazionale a Gaza. Ora, se teniamo conto anche che la Siria di Al Jolani è molto vicina ad Erdogan, la Turchia, che piaccia o meno ad Israele, vede aumentata, attraverso questi due ‘successi’, la sua influenza nell’area, no?
Certamente. Quindi, oltre all’immagine internazionale, Erdogan ci guadagna un aumento della presenza, anche militare, turca in Medio Oriente e nel Mediterraneo.
Più di qualcuno, fa notare al grande interesse turco per l’accesso al Mar Rosso e, quindi, per Cipro, nella cui area abbondano i giacimenti di gas, di cui, peraltro, sono molto ricche sia le acque palestinesi che israliane…
Qui, infatti, si sposano due elementi: la politica internazionale e quello, forse più nascosto, ma presente, del grande potere economico perché è un successo strategico se un Paese riesce ad essere presente in tutti questi scenari, sia con organismi di controllo sia politici sia militari sia economici. Parlando del Mediterraneo e del ruolo che Ankara vorrebbe avervi, questo potrebbe essere positivo per l’Italia se riusciamo a trovare una qualche forma di accordo, ma potrebbe anche essere negativo.

Lo abbiamo visto, purtroppo, in Libia, dove la presenza ingombrante di Turchia e Russia hanno, di fatto, danneggiato l’Italia.
Precisamente e non possiamo dimenticare che l’Italia è una potenza mediterranea e molti nostri interessi sono nel Mediterraneo. Questo è un tema su cui la politica dovrà riflettere altrimenti rischiamo di perdere delle posizioni.
Rimanendo sull’aspetto economico, la Turchia – così come pare gli altri Paesi arabi ed europei – sarà coinvolta nella ricostruzione di Gaza, una leva in più per consolidare la presenza in loco, no? Ed entrerà a far parte del ‘Board of peace’ di cui dovrebbe far parte anche l’ex Premier britannico Tony Blair?
Sì, è un elemento importante se consideriamo, per esempio, che ieri sono schizzati i prezzi di cemento e calcestruzzo, tanto per dire che i mercati sono molto sensibili perché pensano di poter cogliere l’opportunità della ricostruzione. Per quanto riguarda il board, la candidatura di Blair sembra già caduta vista la non buona fama in Medio Oriente, ma certamente è possibile che la Turchia entri a farne parte.
Cosa ha inciso sulla disponibilità turca nei confronti delle richieste di coinvolgimento da parte americana nella mediazione? Diversi analisti hanno guardato al dossier F-35 che, ormai da diversi anni, gli Stati Uniti hanno bloccato?
Di sicuro e da questo si capisce anche la complessità degli scenari di cui parliamo. L’alleanza è sempre un rapporto dialettico, persino sulle forniture di armi, come dimostra lo scenario ucraino. Anche gli ultimi accordi che la Turchia ha sottoscritto con gli Stati Uniti sul nucleare, non sono secondari perché, in prospettiva, potrebbe essere un deterrente verso altri movimenti quello di pensare che Ankara, il secondo esercito della NATO, si doti di una qualche forma di armamento nucleare.
Un’ambizione di lunga data per la Turchia di Erdogan… Si è molto scritto sul veto imposto da Erdogan alla partecipazione di Benjamin Netanyahu al summit di Sharm el Sheik. Non sono un mistero i rapporti tesi tra la Turchia e Israele, le cui operazioni a Gaza hanno attirato le aspre critiche del leader turco. Queste tensioni rischiano di mettere a rischio il processo di pace?
Purtroppo il rischio è sempre dietro l’angolo perché siamo solamente all’inizio di un processo e basta un incidente per far saltare tutto. La prudenza è, dunque, necessaria in questa fase da parte di tutti gli attori in campo. L’assenza di Netanyahu, oltre ad essere figlia della contrapposizione con Erdogan, credo anche che sia stata una scelta mediata e meditata dallo stesso Premier israeliano: è come se si fosse preferito iniziare il processo di pace senza i protagonisti della vicenda.
Ma le divergenze potrebbero andare riducendosi nel corso delle trattative, considerando che, sul tavolo, c’è il tema della presenza dell’esercito israeliano nella Striscia, la governance di Gaza, il rilascio di Marwan Barghouti e, non ultimo, il disarmo di Hamas? Su quali elementi Erdogan non è disposto a trattare?
Sicuramente l’interesse politico ed economico avranno un peso. Non sottovalutiamo la richiesta di grazia fatta da Trump per Netanyahu perché probabilmente si va verso una sua fuoriuscita dalla scena dell’attuale Premier, ma che, per ottenerla, bisogna creare un meccanismo che lo mette a riparo perché, finché non avrà questa garanzia e temerà di finire in galera, continuerà le ostilità. Israele, dunque, si avvierà ad un cambiamento, ma i piccoli passi indietro dovranno essere fatti con cautela.
Da questo punto di vista, se è vero che Netanyahu è inviso a Erdogan, è altrettanto vero che potrebbe essere diventato scomodo anche per Trump?
Certo.
L’indebolimento dell’Iran ha favorito il ruolo di mediatore della Turchia?
Se il Qatar e l’Iran erano i maggiori sostenitori economici di Hamas, è chiaro che, nel momento in cui il Qatar si convince ad avere un atteggiamento più costruttivo nei confronti di una soluzione, l’indebolimento iraniano era necessario in quanto sulla Turchia, comunque, avevano delle carte da giocare. Non è un caso, peraltro, che nel discorso alla Knesset, Trump abbia citato l’Iran, con il quale credo sia in atto una trattativa.
A quali condizioni, Erdogan darebbe il via al disarmo di Hamas?
Azzardo un’ipotesi: se Hamas venisse ‘istituzionalizzata’ ovvero inserita nel sistema come forza di polizia addestrata – probabilmente anche dai nostri Carabinieri – a quel punto, si potrebbe procedere al disarmo militare, ma queste persone verrebbero inquadrate e controllate dalle forze militari internazionali presenti sul posto.
Il rilascio di Marwan Barghouti sarà una richiesta su cui anche Erdogan farà pressione?
Sarà uno specchietto per le allodole, strumentalizzato nei momenti più difficili delle trattative.
