Quella dell’ex Premier britannico rischia di essere “una mediazione di parte, illiberale, antidemocratica e che ignora ciò che vogliono i palestinesi”, ben lontana dall’esempio virtuoso dell’Accordo del Venerdì Santo per l’Irlanda del Nord. L’intervista a Dana El Kurd (Arab Center of Washington)

 

“Avranno pensato a lui perché Satana non era disponibile”, ha ironizzato la commentatrice di sinistra Ash Sharkar in diretta sulla Bbc circa il coinvolgimento dell’ex Premier britannico (1997-2007), Tony Blair, nel piano di Donald Trump per la tregua a Gaza tra Israele e Hamas e che in queste ore – nella cornice della cerimonia a Sharm el Sheik – troverebbe applicazione nella sua prima fase con il rilascio degli ostaggi israeliani in cambio dei prigionieri palestinesi mentre l’IDF procede al contestuale ritiro.

“Ho sempre apprezzato Tony ma voglio scoprire se è una scelta accettabile per tutti”, ha detto cautamente il tycoon durante il suo volo sull’Air Force One verso Israele. Nello specifico, entrerebbe a far parte del Board of Peace che – quasi fosse un comitato d’affari o il consiglio d’amministrazione di una multinazionale – dovrebbe amministrare la Striscia in via transitoria sino al reinsediamento di un’Autorità Nazionale Palestinese riformata. L’autorità amministrativa internazionale dovrebbe essere di natura ‘apartitica’ e ‘tecnocratica’, guidata dal Presidente americano.

Benché l’attuale primo ministro britannico Keir Starmer, un laburista, abbia approvato il piano di Trump, c’è un certo scetticismo dentro al partito sul ruolo del predecessore. «Penso che sia una pessima idea, e molti colleghi che come me hanno a cuore la Palestina pensano che sia una pessima idea», avrebbe detto al Financial Times un deputato laburista.

Duro anche il giudizio di Arab Barghouti, il figlio del leader palestinese Marwan: «È un’idea molto pericolosa. Hamas è disposto a cedere il potere, tocca ai palestinesi governare la loro terra. Non abbiamo più bisogno di leader occidentali. Tony Blair è responsabile di molte catastrofi, come quella irachena. I nostri politici e l’ANP devono guidare il passaggio».

Più aperta la posizione dell’ANP che, attraverso un post su X di Hussein al-Sheikh, vice capo dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina, che ha incontrato l’ex premier britannico in Giordania, si è detta pronta a collaborare con il Presidente Usa Donald Trump e con Tony Blair nel loro sforzo “di consolidare il cessate il fuoco a Gaza, l’invio di aiuti e l’avvio della ricostruzione”.

Sky News Arabia’, citando una fonte palestinese, ha invece reso noto che Hamas avrebbe posto il proprio veto sulla presenza dell’ex primo ministro britannico Tony Blair come governatore di Gaza, ma acconsentirebbe però “a un ruolo di supervisione a distanza”.

Estremamente radicato nella memoria deve essere il ruolo dell’ex Premier 72enne, quando era al governo nel Regno Unito, nelle guerre in Afghanistan e in Iraq iniziate dall’allora Presidente americano George W. Bush. «Anch’io l’ho sempre considerato un grave errore, che ha destabilizzato ancora di più il Medio Oriente e indebolito il ruolo delle Nazioni Unite. Blair però, almeno all’apparenza, non la pensa così: ha sempre difeso la sua scelta. Comunque, chissà se in fondo questo suo impegno per la pace israelo-palestinese non derivi anche da quella guerra. Indubbiamente l’aggressione all’Iraq di Saddam Hussein ha lasciato una macchia profonda sulla sua eredità politica. In ogni caso non sarà una persona o un ruolo a fare la differenza nel governo provvisorio della Striscia» ha commentato Lord Chris Patten, già leader del Partito Conservatore, ultimo Governatore di Hong Kong. Da Commissario europeo per i rapporti internazionali, Patten ha monitorato l’applicazione degli accordi di Oslo tra Israele e Palestinesi, ha «incontrato molte volte Arafat, visitato Gaza e la Cisgiordania per monitorare i finanziamenti europei all’Autorità palestinese e all’Agenzia Onu per i rifugiati. Era un periodo di speranza per il Medio Oriente, costruito sul sacrificio di Rabin (assassinato poco dopo, ndr) e sulla prospettiva concreta di due popoli, due Stati».

«Il punto chiave nel futuro di Gaza e della pace in Medio Oriente è il coinvolgimento dei Paesi del Golfo – Arabia Saudita, Emirati Arabi, Qatar in passato erano sempre stati restii a impegnarsi per la causa palestinese. Si tenevano alla larga, pensavano agli enormi affari dei petrodollari. Adesso invece, lo stretto rapporto anche finanziario ed economico con Trump, già avviato durante la sua prima presidenza, li ha spinti all’azione. Sono stati fondamentali per convincere Hamas ad accettare il piano e saranno fondamentali per gli enormi investimenti necessari alla fase due», sottolinea Lord Pattern.

Eppure, il coinvolgimento dell’ex Premier britannico ha fatto storcere la bocca alle migliaia di partecipanti alla 32ma manifestazione nazionale a sostegno della Palestina dall’ottobre 2023 (a cui ha preso parte anche Jeremy Corbyn, co-fondatore di Your Party) che si è tenuta ieri a Londra, organizzata dalla Palestine Solidarity Campaign, il giorno dopo il cessate il fuoco targato Trump, a due anni dall’inizio dei bombardamenti a Gaza e a due anni e quattro giorni dall’attacco del sette ottobre.

Ma perché l’amministrazione Trump avrebbe guardato proprio a Blair? Va ricordato che non ha mai fatto mistero della sua posizione filo-israeliana. Da primo ministro, dal 1997 al 2007, coltiva alleanze con Israele: visite a Sharon e Olmert, sostiene il “diritto di Israele all’autodifesa” durante la Seconda Intifada e vota contro risoluzioni Onu anti-israeliane.

Come inviato del Quartetto, tentativo di mediazione che univa Russia, Usa, Russia e Onu, dal 2007 (lo stesso anno in cui Hamas vinse le elezioni nella Striscia) al 2015 prende parte ai negoziati fra Israele e Palestina. «Quando Blair era inviato delle Nazioni Unite per il Medio Oriente abbiamo collaborato sul versante umanitario, allora rappresentavo l’organizzazione Medical Aid for Palestinians. In quegli anni, Blair ha fatto esperienza sul campo», ha raccontato Chris Patten. Ma, al contempo, ne approfitta per fare da lobbista per progetti economici in Cisgiordania, fra cui un contratto con Wataniya Telecom, società cliente della Banca JP Morgan, che lo pagava 2 milioni l’anno per una consulenza. Anche a scapito degli interessi dei palestinesi, fa pressione per il gasdotto Gaza Marine, un progetto di British Gas sempre legato a JP Morgan, ma il conflitto di interessi è talmente sfacciato da costargli il posto.

Nel frattempo, crea la Tony Blair Associates. Nel 2011, la società prova a fare un po’ di cosmesi al regime del dittatore kazako Nursultan Nazarbayev così come ad altri governi ‘impresentabili’ che lo pagano profumatamente. Un altro esempio è Muhammar Gheddafi. Per due volte, nel giugno del 2008 e nell’aprile del 2009, l’ex Premier britannico Tony Blair volò in Libia, spesato dal colonnello che gli ha perfino messo a disposizione il suo jet. A rivelarlo, è stato qualche anno fa il ‘Sunday Telegraph’ venuto in possesso di lettere ed email tra l’ufficio di Blair, l’ambasciatore britannico in Libia e l’ambasciatore libico a Londra, trovate a Tripoli dopo la caduta del regime che testimoniano di questi incontri segreti.

La seconda visita in Libia di Blair – in carica a Downing Street fino al giugno del 2007 – cadeva proprio nei mesi in cui Tripoli minacciava Londra di tagliare tutti i ponti economici se Abdelbaset al-Megrahi, il terrorista libico condannato per la strage di Lockerbie del 1988 non fosse stato rilasciato dalla prigione scozzese in cui era detenuto perché malato di cancro. Cosa poi avvenuta nell’agosto del 2009.

Fu sempre Tony Blair a tentare di dare una mano al colonnello di Tripoli nel 2011, quando ormai la guerra civile in Libia (e i massicci bombardamenti franco-britannici) si apprestavano a segnarne sanguinosamente il destino. La rivelazione, a prenderla per buona, spunta da un libro, una biografia dell’attuale Primo Ministro conservatore David Cameron, firmata da sir Anthony Seldon, in base alle cui fonti, in quel 2011 Cameron fu contattato telefonicamente di persona dal suo predecessore laburista mentre infuriava la ‘campagna di Libia’ destinata a portare alla caduta e al brutale linciaggio del dittatore in fuga. Blair, stando a questa ricostruzione, era stato agganciato “da uno stretto collaboratore di Gheddafi” che voleva “arrivare a un accordo”. Accordo che avrebbe dovuto preludere a un’uscita di scena del rais e di cui Blair si ergeva di fatto a garante, un po’ come nel 2004: quando da premier in carica era stato in prima fila nel ricucire i rapporti fra la Libia e l’Occidente, ottenendo da Gheddafi la rinuncia a tutti i programmi militari nucleari e alle armi di distruzione di massa in cambio di investimenti nel Paese nord-africano. Ma anche del controverso rilascio di Abdul Baset Ali al-Megrahi, tuttavia, rifiutò alla fine ogni tipo di mediazione. Non se la sentì, argomentava Seldon, di sottoscrivere “una qualsiasi iniziativa che potesse essere vista come una forma di soccorso al leader libico”.

Il mandato da inviato speciale delle Nazioni Unite per il Medio Oriente fu un mandato inconcludente, ma gli consentì di tessere una fitta rete di contatti e amicizie potenti nell’area mediorientale, sebbene sia detestato in molti Paesi arabi per il sostegno fornito alla campagna di Bush in Afghanistan e Iraq, a partire dal Premier israeliano Benjamin Netanyahu, al principe ereditario saudita Mohammed bin Salman passando per il re Abdullah di Giordania.

Tutte entrature strategiche per il suo Tony Blair Institute for Global Change (TBIGC), fondato nel 2016 e soprannominato «la McKinsey dei governi», fra i cui clienti figurano esecutivi e partiti, per l’appunto, anche di Paesi dalla controversa reputazione che vanno dalle dittature del Golfo alle satrapie centro-asiatiche o per decine di governi africani e latino-americani per ricostruire una «politica moderata che risponda ai populismi». In un’intervista rilasciata sul finire del 2023 al ‘Financial Times’ dal suo ufficio di Londra, rispondeva alle critiche per aver scelto di lavorare nell’Arabia Saudita di Bin Salman. «Qualche anno fa ci venne contestato il fatto di lavorare in Arabia Saudita. Ma non ho assolutamente dubbi che i cambiamenti che stanno apportando lì siano di enorme importanza sociale ed economica». Il politico, oggi 70enne, ha confermato che in alcuni casi ha rinunciato a dei clienti. «Abbiamo detto di no e ci siamo ritirati dai posti. Non dico dove, ma abbiamo lasciato dei posti quando abbiamo deciso che non andavano nella direzione giusta». Non devono essere stati poi tanti se è vero che, dopo aver lasciato Downing Street, ha accumulato personalmente circa 20 milioni di sterline annue, tra consulenze, conferenze, libri, ecc. e che i ricavi dell’Istituto superavano già 140 milioni di dollari in ricavi annui, a neanche dieci anni dalla fondazione.

Il maggiore finanziatore del TBIGC è divenuto Larry Ellison, cofondatore ebreo americano del colosso informatico Oracle. Sionista ai limiti dell’estremismo, Ellison è anche il principale donatore privato alle Idf, tramite l’organizzazione di supporto Friends of Idf; amico stretto di Benjamin Netanyahu, ha manifestato solidarietà pubblica durante la guerra di Gaza e influenza la politica americana pro-israeliana tramite una serie di think tank. Oracle opera in centri a Tel Aviv e Herzliya focalizzati sull’intelligenza artificiale e sul cloud per la sicurezza nazionale israeliana, contestati dal movimento Bbs per presunta complicità in violazioni dei diritti umani. In perfetto allineamento con il suo principale benefattore che ne sta fortemente condizionando la ‘cultura’, Il Tony Blair Institute sta spingendo sul governo laburista britannico, per l’implementazione di carte di identità digitali e per la centralizzazione e la messa a disposizione delle cartelle cliniche digitali (per l’addestramento dell’IA) oltre che di una governance basata su IA. Dal 2021, la fondazione personale di Ellison – la Larry Ellison Foundation – ha donato o almeno promesso 257 milioni di sterline al Tony Blair Institute, rendendolo un think tank come nessun altro nel Regno Unito.

A fine 2023, Blair rivendicava, inoltre, che con la no-profit «siamo presenti in più di 30 Paesi adesso. Abbiamo aggiunto altri nove paesi l’anno scorso e forse ne aggiungeremo altri nove quest’anno. Ora abbiamo una lista d’attesa di governi che vogliono aderire al programma». L’istituto opera con Blair quale presidente esecutivo, che, spesso, funge da punto di contatto dei leader in cerca di consigli, nelle cui capitali invia delle squadre a lavorare al fianco dei governi. Così spiegava il suo approccio: «Una delle prime cose che dico a qualsiasi primo ministro o presidente è: ‘Hai un piano?’. Un Paese ha bisogno di una direzione». Un secondo filone comune, ha aggiunto, è l’importanza dell’implementazione della tecnologia. «Questa è forse la sfida per il governo oggi: come sfruttare la rivoluzione tecnologica».

Orgogliosamente, nella stessa intervista al FT, vantava di aver ricevuto numerose offerte di acquisto per l’Institute for Global Change, tra i cui esperti figura anche l’ex premier finlandese Sanna Marin, ma che non avesse intenzione di vendere, convinto che la sua creatura fondata fosse destinata a crescere. In quel momento, vi lavoravano quasi mille persone, e Blair prevedeva che la soglia sarebbe stata superata nel 2024, come poi sta avvenendo anche grazie alle ingenti somme elargite da Larry Allison.

Ancora più cruciale sarebbe la sua vicinanza a Jared Kushner, genero di Trump oltre che suo consigliere e uomo di fiducia in Medio Oriente, che, intervistato nel 2019 nel corso di una conferenza, descrisse Blair come “un mio buon amico e un buon consigliere su tante questioni“. L’anno dopo l’ex premier avrebbe aiutato Kushner nei negoziati che portarono alla firma degli accordi di normalizzazione delle relazioni tra Israele e alcuni suoi vicini, i famigerati Accordi di Abramo. Sia il Tbigc che Affinity Partner, la società di private equity del genero di Trump fondata nel 2021, hanno importanti interessi nel Golfo, che siano consulenze (per Blair) o gli investimenti, soprattutto nella ricostruzione, (per Kushner).

Peraltro, l’Istituto dell’ex Premier britannico, assieme all’Amministrazione americana e a uomini d’affari israeliani, era tornato alla ribalta delle cronache per il suo coinvolgimento nel fantasmagorico progetto della Riviera di Gaza, che intendeva trasformare la Striscia in una nuova Dubai, con tanto di isole artificiali davanti alla costa.

Come mediatore, tuttavia, porta in dote l’esperienza di successo dell’Irlanda del Nord. Per oltre 30 anni, il territorio britannico era stato dilaniato da una sanguinosa guerra civile, i cosiddetti troubles, il conflitto per l’indipendenza del Nord Irlanda dal Regno Unito, che dal 1969 ha causato quasi 3.700 morti.

Il 31 agosto del 1994, l’Ira, l’Irish Republic Army, depose le armi, mettendo fine a un lungo conflitto fra repubblicani, che puntavano alla riunificazione con l’Irlanda, e unionisti, sostenitori del mantenimento del territorio nordirlandese sotto la corona britannica. Un cessate-il-fuoco che ha rappresentato una tappa decisiva nel processo di pace che portò alla firma dell’Accordo di Belfast, detto anche Accordo del venerdì santo, il 10 aprile 1998, e, successivamente, dopo due votazioni referendarie separate (le persone in Irlanda del Nord hanno votato se sostenere il piano, e le persone nella Repubblica d’Irlanda hanno votato se autorizzare lo stato irlandese a firmare l’accordo), alle elezioni per l’assemblea legislativa locale e all’insediamento di un esecutivo “consociativo”, basato cioè sulla condivisione del potere fra i rappresentanti delle due principali comunità politico-religiose del Nord, con competenze su un certo numero di settori devolute da Londra.

Il successo dell’Accordo di Belfast ha consistito proprio nel fatto che il processo di pace ha incluso tutte le parti interessate, compresi i gruppi militanti da tutte le parti, una lezione dimenticata nel caso palestinese. A questo riguardo, Lord Pattern, tra gli altri incarichi, è stato anche mediatore in Nord Irlanda, nominato dall’allora governo Blair nell’organismo che sviluppò l’accordo di pace del Venerdì Santo 1998: «Come nel processo di pace in Nord Irlanda, anche in Medio Oriente comincia adesso la fase più difficile: tenere a bada le frange estreme e costringerle a rispettare i termini dell’accordo. Coloni e destra religiosa israeliana da una parte, residui di Hamas e gruppuscoli radicali palestinesi dall’altra. C’è un unico modo: dimostrare che la pace è concreta e si sta consolidando. Se la volontà politica è determinata si superano anche gli ostacoli e gli incidenti su un percorso necessariamente accidentato. In Medio Oriente si deve ridare fiducia ai Palestinesi, devastati dai massacri di questi due anni, dimostrando che a Gaza e anche in Cisgiordania si costruisce un futuro di distensione. Agli israeliani, colpiti dall’eccidio del 7 ottobre, va data la certezza di essere al sicuro da attacchi terroristici».

Blair «è un politico di lungo corso, esperto e astuto; se si arriverà alla prossima fase di ricostruzione potrà dare un contributo importante. Ha la fiducia sia dell’amministrazione Trump sia dei Paesi arabi del Golfo e dell’Egitto. Non è poco, anche se le popolazioni non dimenticano che attaccò l’Iraq assieme a Bush nel 2003», riconosce Lord Pattern. In molti, tuttavia, vedono nell’idea di un ‘Tony d’Arabia’, un ritorno all’epoca coloniale. L’ex ministro delle finanze greco Yanis Varoufakis ne ha parlato come appartenente “alla corte, non a Gaza”. Sicuramente gli interessi economici non avranno un peso secondario: la stessa British Petroleum – insieme a Shell e a società israeliane – guarda alle riserve di gas del campo Gaza Marine, nel Mediterraneo orientale: un giacimento da oltre 30 miliardi di metri cubi, finora bloccato dal conflitto e dal boicottaggio politico di Hamas.

Il sospetto, quindi, è che gli interessi del popolo palestinese, la sua autodeterminazione vengano relegati in secondo piano e ben poco rappresentati nel processo di pace, finendo con il creare uno squilibrio che è poi lo stesso che ha portato al fallimento degli Accordi di Oslo (1993). Di questo è convinta Dana El Kurd, esperta della questione palestinese e senior non-resident fellow presso l’Arab Center di Washington, con cui abbiamo approfondito la questione.

 

Professoressa El Kurd, cosa pensa, nel complesso, dell’accordo di Trump? Cosa ti convince di più e cosa di meno e, soprattutto, quali sono le principali lacune?

Beh, da un lato, ovviamente un cessate il fuoco è molto necessario e benvenuto. Il popolo di Gaza ha sofferto in modo inimmaginabile. Quindi anche una pausa nel combattimento è meglio di niente. Ed è forse ironico che Trump sia stato in grado di raggiungere questo obiettivo in modo più decisivo di quanto Biden abbia mai fatto, o fosse disposto a fare. Detto questo, anche il piano è preoccupante. Non approva la pulizia etnica, che era sul tavolo poche settimane fa, ma allo stesso tempo imposta la situazione in modo tale che dubito che un tale piano sarà sostenibile o equo o risolva effettivamente le cause profonde del conflitto. I palestinesi non avrebbero ancora voce in dire in ciò che accade loro, avrebbero forze di sicurezza internazionali con cui fare i conti e dovrebbero rispondere a questo ‘comitato di pace’ di leader esterni come Tony Blair. Ciò che il popolo palestinese pensa o potrebbe effettivamente volere è completamente ignorato. Anche se il piano menziona brevemente l’autodeterminazione palestinese, è menzionato solo come una possibilità se i palestinesi collaborano. E anche lì, non ci sono meccanismi chiari su come l’autodeterminazione palestinese dovrebbe essere raggiunta. Quindi temo che questo piano continui solo il modello di ignorare le aspirazioni palestinesi. È scandaloso che un popolo che è stato sottoposto a genocidio debba dimostrare di essere degno dei diritti fondamentali di autodeterminazione e sovranità.

La considera una pace ‘illiberale’? Perché?

È una pace illiberale perché è costruita sulla repressione dei palestinesi e non ha alcun meccanismo per il coinvolgimento pubblico in modo democratico. Quindi è una pace che mantiene la violenza strutturale.

L’accordo prevede anche una Gaza postbellica governata da un comitato palestinese ad interim ‘tecnocratico’ e ‘apolitico’. Questo organismo temporaneo sarà supervisionato da un ‘Consiglio per la Pace‘ guidato dallo stesso Trump. Saranno aggiunti altri membri non specificati, ma l’unico menzionato nelle proposte è Tony Blair. Secondo i più critici, rappresenterebbe una sorta di governo coloniale. Sei d’accordo?

Sì, sono d’accordo. Mi ricorda l’Autorità provvisoria della coalizione che è stata istituita dopo l’invasione dell’Iraq. Anche Tony Blair è stato coinvolto lì.

Lei non ha nascosto di temere che “la proposta contenga gli stessi limiti e fallimenti che hanno afflitto i precedenti piani di pace imposti ai palestinesi da organismi esterni, tra cui sia gli sforzi del Quartetto di Blair sia i precedenti accordi di Oslo , e troppo poco di ciò che ha reso duratura la pace nell’Irlanda del Nord”. Parliamo dell’accordo del Venerdì Santo. Perché quel processo di pace è stato un successo (anche se non iniziato da Blair)? E cosa manca a quello di Trump per somigliare a quell’esempio positivo?

In particolare due cose erano presenti nell’accordo del Venerdì Santo e in quel processo di pace che mancano nel contesto palestinese: il buy-in pubblico attraverso procedure democratiche come i referendum. E il numero due è l’inclusione di tutte le parti del conflitto.

Perché, invece, gli accordi di Oslo sono stati un fallimento? Ci sono somiglianze con l’accordo di Trump?

Gli accordi di Oslo sono falliti perché l’asimmetria di potere tra israeliani e palestinesi non è stata rettificata nel processo negoziale, ma è stata piuttosto esacerbata. Gli accordi di Oslo hanno anche fatto svolgere agli Stati Uniti un ruolo di mediatore di parte. E alla fine i palestinesi presumevano che stavano negoziando per uno stato completo, mentre gli israeliani non erano mai disposti a dare più di un limitato ‘autogoverno’. Alla comunità internazionale non importava che ai palestinesi fosse negato il loro diritto all’autodeterminazione e alla sovranità, e si aspettava di acconsentire. Nel corso del tempo gli accordi di Oslo hanno solo frammentato i palestinesi sia politicamente che geograficamente, e hanno sostenuto un’autorità palestinese che era antidemocratica. E a nessuno sembrava importare.

Piuttosto che seguire l’esempio positivo del Nord Irlanda – Lei ha scritto – “nell’attuale contesto israelo-palestinese, Blair rischia di ripetere gli errori di Oslo”. Perchè?

Ancora una volta è mediazione di parte, ignora ciò che vogliono i palestinesi ed è antidemocratica.

Nel 2007, Blair assunse il ruolo di inviato speciale presso il Quartetto. Guidato da ONU, USA, Unione Europea e Russia, il Quartetto aveva il compito di preservare una qualche forma di soluzione a due stati. Perchè anche quel tentativo fu fallimentare e quali lezioni dovrebbe aver imparato Blair?

Si sono concentrati sulla conservazione di una soluzione a due stati attraverso sforzi di cerotto frammentari. Pensavano che se avessero fatto alcuni progetti di sviluppo economico, questo sarebbe stato sufficiente. Non puoi preservare la soluzione a due stati quando non hai la volontà di fare pressione sulla parte che rifiuta la soluzione a due stati e continua ad espandere gli insediamenti illegali, che era Israele.

Nel 2023, il Financial Times registrava 160 milioni di euro di fatturato e 40 governi tra i clienti del suo istituto di consulenze, il Tony Blair Institute, che ha lavorato con Jared Kushner e Steven Witkoff per fornire un piano per trasformare Gaza nella “Riviera del Medio Oriente”. Molti critici denunciano che Tony Blair, oltre a prestare il volto ad un governo coloniale, rappresenterebbe gli interessi personali e anche della British Petroleum, vista la ricchezza di gas nelle acque palestinesi. Lei cosa ne pensa? E cosa ci guadagna Blair dalla partecipazione a questo piano?

Non sono a conoscenza delle motivazioni personali di Blair, ma ha perfettamente senso che il suo coinvolgimento riguarda il suo guadagno, in termini di progetti che conduce.

Quali consigli Tony Blair, in virtù della sua lunga esperienza mediorientale, dovrebbe dare a Donald Trump per evitare un clamoroso fallimento del processo di pace?

Probabilmente dovrebbe dire a Trump che i processi non democratici non saranno visti come legittimi e che una pace illiberale non è sostenibile. Ma probabilmente non lo farà, perché non vede il popolo arabo come degno di input – come può attestare il suo impegno in Iraq.

Hamas ha posto il proprio veto sulla presenza dell’ex primo ministro britannico Tony Blair come governatore di Gaza, ma acconsentirebbe però “a un ruolo di supervisione a distanza”. La presenza di Blair potrebbe, nel corso delle trattative, non venire confermata o subire un ridimensionamento?

Non sono sicura che questo sia possibile, poiché gli Stati Uniti possono fare quello che vogliono. E questo Consiglio di Pace sembra dipendere interamente da Trump.