“Dell’iniziativa resterà un insegnamento: di fronte a situazioni di apparente impossibilità, si può fare molto di più di quel che si crede”. L’intervista a Federico Zuolo (Università di Genova)

 

 

Quella che si conclude oggi è stata la settimana dell’abbordaggio della Global Sumud Flotilla, il cui equipaggio di attivisti – circa 500 facenti parte di 44 delegazioni provenienti da altrettanti Paesi – è stato arrestato e, progressivamente, espulso. Il Ministro degli esteri israeliano, Gideon Saar, ha affermato: “la provocazione di Hamas/Flotilla Sumud è finita. Tutte le navi sono state fermate ed una soltanto è rimasta a distanza e, se si avvicinasse, anche il suo tentativo di entrare in una zona di combattimento e violare il blocco navale verrebbe impedito. Tutti i passeggeri, sani e salvi, stanno viaggiando verso Israele, da dove saranno espulsi in Europa”. Più duro il Ministro della sicurezza, oltranzista di estrema destra, Ben Gvir, che ha definito ‘terroristi’ gli attivisti, denunciando, a suo dire, l’assenza di aiuti umanitari sulle imbarcazioni sequestrate.

Come noto, l’obiettivo precipuo dell’iniziativa era la consegna a Gaza di aiuti umanitari, aprendo un canale umanitario che rimanesse stabile. Nel contempo, la denuncia della violazione del diritto internazionale oltre che del blocco navale illegale (stando all’art. 42 dello Statuto delle Nazioni Unite) che Israele, da quasi vent’anni, ha imposto, invadendo, di fatto, le acque internazionali, dove, peraltro (150 miglia dalla costa), è avvenuto l’intercetto della flottiglia. Insomma, una re-azione con enormi rischi personali, ma dal grande valore etico, ai fatti gravissimi che avvengono a Gaza da due anni, tacciata, soprattutto dall’esecutivo italiano, di ‘irresponsabilità’ e accusata di mettere a rischio il processo di pace avviato dal Presidente americano Donald Trump, mancando, tuttavia, di elogiarne, il valore simbolico.

Ma questa è stata anche la settimana della Flottiglia ‘di terra’, cioè del vasto sostegno di coloro che non sono partiti, ma che sono scesi in piazza in Italia (oltre due milioni) ed Europa. Un successo inaspettato, di grande mobilitazione e sensibilizzazione che, tuttavia, non è sfuggita alle critiche, venendo additata di usare Gaza per fare il ‘weekend lungo’.

L’iniziativa è riuscita a mobilitare l’opinione pubblica e, in un certo qual modo, a ‘colmare’, seppur solo simbolicamente, le lacune lasciate dall’inerzia dei governi. Ma si può parlare della Global Sumud Flotilla come di una forma di disobbedienza civile internazionale? Perché? Cosa ne resterà? Lo abbiamo chiesto Federico Zuolo, docente di Filosofia politica all’Università di Genova, autore di una pregevole disamina sul tema dal titolo ‘Disobbedire’, edito da Laterza.

Professor Zuolo, Lei ha scritto della Global Sumud Flotilla come di una forma di ‘disobbedienza ibrida’. Perchè?

Perchè è stata una forma di disobbedienza anche se qualcuno sosteneva che non lo fosse, dato che il dispositivo che gli attivisti stavano violando – il blocco navale in acque internazionale – era illegale, illegittimo. Secondo me, invece, ciò nonostante, ma nella misura in cui è stato emanato da uno Stato che ha una capacità coercitiva, è una forma di disobbedienza. Il fatto che la legge fosse illegittima rende la disobbedienza più giustificata, ma non ne scalfisce la natura di disobbedienza.

I critici hanno contestato alla flottiglia uno scopo politico se non addirittura di speculazione a fini di consenso. C’era effettivamente una dimensione politica?

Sicuramente c’era una dimensione politica implicita, ma non dobbiamo dimenticare che il movente primario con cui è partita l’iniziativa è stato quello degli aiuti umanitari da portare a Gaza. Questo tipo di azioni umanitarie non necessariamente hanno una dimensione politica oppure possono averla, ma indirettamente. Tuttavia, dato che gli attivisti sapevano che si trattava di un’azione umanitaria di fatto impossibile, l’hanno trasformata per mandare un messaggio politico: quindi, è tanto una forma di disobbedienza civile quanto una missione umanitaria che è una forma di azione diretta.

Il fatto di aver subito l’abbordaggio con le mani alzate e senza opporre resistenza al duro trattamento israeliano lo ha dimostrato plasticamente?

Sicuramente sì, sono tutte persone che hanno esperienza in tal senso, che hanno aderito al principio della disobbedienza non-violenta, solitamente adottata da chi sceglie la disobbedienza civile perché è il modo in cui si mostra a chi esercita la coercizione che le ragioni per cui si disobbedisce non è l’interesse personale o voler far chiasso, bensì ragioni nobili.

Come risponde alle accuse di antisemitismo rivolte ai membri della Flottiglia?

Visto che si tratta di persone che provengono da realtà molto diverse, non possiamo attribuire con certezza un pensiero a ciascun attivista. Tuttavia, importanti sono state le loro dichiarazioni pubbliche, per le quali non li si può accusare di antisemitismo: hanno semplicemente contestato una situazione inaccettabile da ogni punto di vista, ma non si può usare questo trucco retorico che rende tale accusa talmente inflazionata da farle perdere il suo significato.

La Global Sumud Flotilla, di fatto, ha salvato la faccia all’Occidente mostrando un’alternativa all’inerzia dei governi?

La natura del messaggio era rivolta all’opinione pubblica europea, per smuoverla. In questo senso, concordo pienamente, ma se anche fosse stata un ‘lavaggio della coscienza’, sarebbe comunque stato doveroso.

Anche perché non c’era molto altro da fare…

Esattamente. Molte persone, sia quelle che sono partite sia quelle che non sono partite, ma che hanno sostenuto l’iniziativa, erano tutte persone che sentivano l’esigenza di far qualcosa rispetto ad un’ingiustizia vergognosa ed il fatto che la politica tradizionale volutamente non facesse niente, creava una grande frustrazione. Da questo punto di vista, è vero che questa iniziativa ha dato modo alle persone di attivarsi e di rispondere al bisogno di reagire.

L’eco mediatica ha aiutato l’iniziativa?

Certo, la visibilità aiuta la mobilitazione anche di quelle persone che non sono normalmente attiviste.

Con la loro iniziativa, gli attivisti della Global Sumud Flotilla volevano anche denunciare le ripetute violazioni del diritto internazionale che Israele – dal blocco navale al congelamento degli aiuti – sta perpetrando nei confronti della popolazione palestinese. Alla Flottiglia ‘di mare’, ha fatto seguito quella ‘di terra’, manifestazioni che hanno visto la partecipazione di circa due milioni di persone in tutta Italia, ma anche in altri Paesi europei. Si aspettava il grande successo della Flottiglia ‘di terra’, la grande partecipazione, anche di molti giovani, alle manifestazioni in stragrande maggioranza pacifiche?

Non me lo aspettavo in queste dimensioni, soprattutto di molti giovani e di quasi, esclusivamente, bandiere palestinesi o della pace.

C’era anche qualcosa di più ampio, se vogliamo più ‘generale’, che sottendeva questa denuncia, come la difesa della pace, dei diritti umani, della democrazia rispetto alle derive di un certo modello politico ed economico? Le ragioni della popolazione palestinese erano un ‘pretesto’ per contestare anche l’oppressione in senso più universale? E questo è un bene per la democrazia?

Sì, è possibile, anche se, per natura, sono un po’ scettico. È vero che ci sono queste tendenze, ma la domanda da porsi è perché non si erano manifestate sinora, pur non essendo mancate occasioni di mobilitarsi per una legge o altro. Non succedeva niente perché le tradizionali associazioni o i cosiddetti ‘corpi intermedi’ non hanno funzionato molto bene, per usare un eufemismo. Non a caso le manifestazioni per la Flottiglia – seppur non del tutto, ma prevalentemente – sono state per lo più organizzate da associazioni o sindacati minori finanche da singoli individui. Quindi una forma non direi disintermediata, ma della società civile e non dei grandi gruppi di aggregazione collettiva. Questo si spiega perché c’era trasversalmente un bisogno di denuncia e di mobilitazione su varie questioni di natura democratica, ma non riuscivano ad emergere perché le forme tradizionali di rappresentanza sono fuori uso e perché le singole questioni, pur essendo di per sé rilevanti, non erano percepiti sufficientemente urgenti da spingere alla mobilitazione spontanea. Invece, la situazione di Gaza, col passare del tempo, è diventata così eclatante e vergognosa da far indignare molte persone che poi hanno deciso di mobilitarsi.

Quindi, la situazione a Gaza ha convogliato una serie di altre istanze?

Sì, che però non si erano espresse perché, nelle nostre società, ci siamo abituati a mandar giù delle situazioni che una volta non avremmo accettato e perché le forme tradizionali di rappresentanza sono in panne.

Democrazia e disobbedienza sono più legate di quanto si possa pensare, e Lei lo spiega molto bene nel suo libro. Ci siamo disabituati alla disobbedienza?

Forse sì. Negli ultimi anni ci sono state forme di disobbedienza, ma sono state fatte da piccole avanguardie, pensiamo a quelle per la crisi climatica, più comunicativamente eclatanti, ma non seguite dalla massa. La disobbedienza in senso stretto, ovvero la ‘violazione della legge’, è ormai di fatto adottata da poche persone, ma può avere senso e rilevanza democratica nella misura in cui c’è un sostegno indiretto di molte persone. Nel caso della Flottiglia, mi sembra che, pur essendo stata fatta da poche centinaia di attivisti provenienti un po’ da tutto il mondo, il sostegno popolare in Italia ed altri Paesi europei è stato significativo. E questo è stato l’aspetto importante.

Il grande sostegno ricevuto dalla Flottiglia fa ben sperare per le nostre democrazie, sempre più fragili, dove si tende a dare tutto per scontato?

Non saprei, essendo scettico di natura. Diciamo che è stata una sorpresa positiva visto che nessuno si aspettava questo sostegno popolare. C’è questa esigenza condivisa di esprimersi che ha colto l’occasione di un momento importante per esprimersi.

Perché, secondo Lei, in Italia, la Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha ripetutamente criticato aspramente gli attivisti della Global Sumud Flotilla, parlando di ‘irresponsabili’, di voler creare problemi al governo italiano e finanche accusandoli di mettere a rischio il processo di pace in corso?

Non saprei, credo un po’ per ragioni ideologiche, un po’ per questo schierarsi a prescindere con Israele qualsiasi cosa faccia per far dimenticare un passato in cui la comunità politica che precede Fratelli d’Italia aveva, quella sì, elementi di collusione con frange antisemite. C’è poi un antislamismo nella destra italiana. Da ultimo, poi, perché il governo italiano ci ha abituato a mal tollerare le forme di controcanto ed una prospettiva visibile e di successo è un qualcosa che ha dato fastidio mediaticamente visto che negli ultimi anni non c’è stato un soggetto politico che fosse capace di dettare l’agenda.

Del resto, la contestazione di inerzia era incontrovertibile…

Certo, la Flottiglia ha messo in luce l’incapacità di molti governi di prendere una posizione netta rispetto a fatti così eclatanti.

Giorgia Meloni, tuttavia, è la stessa che, nel discorso di insediamento in Parlamento, dichiarava che avrebbe visto con simpatia coloro che scendevano in piazza per contestare le politiche del suo esecutivo perché era stata una di loro. Come si spiega questa insofferenza unita al tentativo più o meno esplicito di delegittimare le manifestazioni di dissenso, di contestazione?

Perché è un ragionamento auto-interessato. Non accettano il diritto di disobbedire se non quando fa comodo a loro. Nei loro casi, è un’incoerenza piuttosto marcata.

Cosa resterà della Global Sumud Flotilla?

Non so se resterà a livello organizzativo, altri lo stanno già facendo, altri lo faranno, non so se resterà con quel gruppo specifico, ma di certo resterà un insegnamento: di fronte a situazioni di apparente impossibilità, si può fare molto di più di quel che si crede, come dimostrano le iniziative di questi giorni, ovviamente nel modo giusto, sincero, non-violento.