“Questo dissenso non è ancora abbastanza diffuso da avere un impatto significativo sulle decisioni del governo. La maggior parte della società israeliana vede ancora la guerra a Gaza come una risposta necessaria al 7 ottobre e come l’unico mezzo per sbarazzarsi di Hamas”. L’intervista a Leonie Fleischmann (City St George’s dell’Università di Londra)

 

 

“Finiremo il lavoro a Gaza, il più velocemente possibile”. Con queste parole il Premier israeliano, Benjamin Netanyahu, ha esordito all’Assemblea generale dell’ONU mentre 100 diplomatici di oltre 50 Paesi – non solo quelli con popolazione a maggioranza islamica – lasciavano l’aula e centinaia di manifestanti marciano e protestano chiedendo il suo arresto per crimini di guerra a Times Square, davanti al suo hotel e al Palazzo di Vetro.

Se le parole di Netanyahu non lasciano spazio a dubbi, è altrettanto vero che l’operazione di occupazione totale di Gaza city ha fin da subito impensierito i vertici dell’esercito, a partire dal capo di Stato maggiore Eyal Zamir, che ha parlato di rischio ‘buco nero’, conscio della difficoltà e delle potenziali perdite che un simile teatro urbano riserverebbe all’esercito dello Stato ebraico.

Ciò nonostante, già 40.000 soldati riservisti sono stati chiamati a fare rapporto per il servizio martedì 2 agosto, altri 90.000 sono attesi per la mobilitazione entro la fine del primo trimestre del 2026, ma i reports evidenziano che il numero disposto a mobilitarsi stia diminuendo.

I riservisti sono circa il 4% dei 9,8 milioni di abitanti del Paese ed è considerata la più grande mobilitazione dalla guerra dello Yom Kippur del 1973. Sulla scia degli attacchi del 7 ottobre 2023 contro Israele da parte di Hamas, era avvenuta una delle più grandi mobilitazioni nella storia di Israele: 360.000 riservisti sarebbero stati chiamati in servizio, insieme ai 100.000 diplomati del liceo in servizio attivo. Un tasso di risposta senza precedenti del 120%, spiegabile con il ricompattamento della società conseguente all’attentato.

Va detto che, in modo ben poco trasparente, l’esercito israeliano non pubblica cifre sul rifiuto della coscrizione. Dopo quasi due anni di combattimenti, i rapporti suggeriscono che i comandanti stanno ora lottando per trovare abbastanza riservisti disposti a servire. Alcuni calcoli mostrano un calo del 30% nella distribuzione delle riserve. Kan, l’emittente nazionale israeliana, avvicina il declino al 50%.

Caso a parte il figlio di Benjamin Netanyahu, trasferitosi negli Stati Uniti e reputato da alcuni connazionali un ‘disertore’ per non essere rientrato dopo l’attacco sferrato da Hamas per offrire il proprio servizio.

Contestualmente crescono i ‘refuseniks’, ben studiati e descritti dallo studioso israeliano Benjamin Kidron nel suo magistrale libro omonimo Refusenik!. Termine usato per gli ebrei che vivevano in USRR e ai quali, durante la guerra fredda, veniva impedito di emigrare in Israele, mentre oggi designa i giovani che non vogliono prestare servizio di leva nelle Forze di Difesa Israeliane (IDF), protagonisti, di una manifestazione di protesta promossa da Mesarvot (organizzazione israeliana a supporto degli obiettori di coscienza) che ha avuto luogo a Tel Aviv il 15 luglio di quest’anno, al termine della quale sono stati bruciati i documenti di coscrizione nell’esercito israeliano. Seppur ristretta numericamente, colpiva la natura del rifiuto espresso dai manifestanti, consapevoli che davanti ad un genocidio il dovere di ciascun individuo dotato di coscienza umana è quello di resistere: «Che sia al fronte o nelle retrovie, ogni soldato è complice dell’assassinio in corso.» «Chiunque indossi un’uniforme è complice dell’omicidio di massa»: erano alcuni degli slogan scanditi dai manifestanti.

Rakefet Lapid, i cui due figli hanno anche rifiutato il servizio anni prima della guerra, e la cui famiglia vive in uno dei kibbutz che è stato attaccato da Hamas il 7 ottobre, ha ribadito: “Sono contento che ci siano ancora dei giovani disposti a dirlo”. “Ma mi dispiace che siano una piccola minoranza”, ha aggiunto.

Il rifiuto di questi (pochi) giovani non è una semplice renitenza, bensì una vera e propria obiezione di coscienza. Emblematico fu, all’indomani del 7 ottobre 2023, il primo ad esprimersi in tal senso è stato Tal Mitnick, un obiettore di coscienza diciottenne poi condannato il 2 gennaio 2024 a 30 giorni di carcere (rinnovabili) da un tribunale militare per aver espresso il suo rifiuto. Prima dell’incarcerazione, sui social media aveva pubblicato questa dichiarazione: “La violenza non può risolvere la situazione, né da parte di Hamas, né da parte di Israele. Non esiste una soluzione militare a un problema politico”. Poi aveva aggiunto: “Pertanto, mi rifiuto di arruolarmi in un esercito che crede che il vero problema possa essere ignorato, sotto un governo che continua solo a portare avanti il ​​lutto e il dolore”.

Lo stesso fece Sofia Orr. Anche lei diciottenne, la quale decise che il 25 febbraio, la data prevista per il suo arruolamento, si sarebbe rifiutata di prestare servizio nell’esercito. “Mi rifiuto di prendere parte alle violente politiche di oppressione e apartheid che Israele ha messo in atto nei confronti del popolo palestinese, e soprattutto ora con la guerra”, dichiarò a France 24 la giovane israeliana che, in seguito, spiegò: «Ho deciso di rifiutare molto prima dell’inizio della guerra contro Gaza, ho fatto questa scelta quando avevo 15 anni, perché non voglio partecipare all’occupazione dei palestinesi. Se mi fossi arruolata avrei preso parte a un ciclo di violenza decennale. Non potevo farlo e inoltre devo contribuire a mettere fine all’oppressione. Lo faccio per tutti gli israeliani, anche se solo una esigua minoranza lo comprende, e i palestinesi a Gaza e in Cisgiordania, perché ogni essere umano merita di vivere in dignità e sicurezza».

Anche Itamar Greenberg ha fatto la stessa scelta ed è stato dentro e fuori di prigione nell’ultimo anno, scontando un totale di 197 giorni in cinque condanne consecutive. Il suo crimine? Il rifiuto di arruolarsi dopo essere stato convocato per il servizio militare, che è obbligatorio per la maggior parte degli ebrei israeliani – e di alcune minoranze – di età superiore ai 18 anni. Rifiutarsi di entrare nelle forze armate per principi politici non è ritenuta una motivazione valida per quasi tutti gli israeliani ebrei (i cittadini arabi, ossia i palestinesi con cittadinanza israeliana non fanno il militare). L’esercito israeliano dispone di un comitato per gli obiettori di coscienza, ma le esenzioni vengono solitamente concesse per motivi religiosi, come avviene per gli ebrei haredi ultraortodossi.

Greenberg ha detto che il suo rifiuto di servire è stato il “culmine di un lungo processo di apprendimento e resa dei conti morale”, ma che gli è costato l’etichetta di antisemita, di sostenitore del terrorismo e di traditore anche da parte di familiari e amici. In prigione, gli è stato perfino imposto il regime di isolamento dopo aver ricevuto minacce da altri detenuti.

Oltre alle pene detentive e allo scherno sociale, chi non presta il servizio militare inoltre non avrà accesso a una serie di privilegi previsti e porterà per sempre questo «stigma» nel suo curriculum. Anche per questi motivi, secondo il movimento Mesarvot (Coloro che rifiutano, in ebraico), che si occupa di informare e consigliare i giovani, senza necessariamente scoraggiarli dall’arruolarsi nell’esercito, ci sarebbero, guarda caso, molti più ‘refuseniks grigi’ o persone che rivendicano esenzioni di salute mentale o generale per schivare il progetto ed evitare la possibilità di scontare il tempo dietro le sbarre. A causa della natura di tali rifiuti, è impossibile fornire numeri esatti.

Yesh Gvul (C’è un limite), un altro gruppo contro la guerra che sostiene gli obiettori di coscienza, sostiene che in media, ogni anno, il 20% dei giovani tenuti a servire si rifiuta di farlo, secondo le cifre condivise dall’esercito israeliano. (Quel numero, ha detto Yesh Gvul, include sia i refusenik che i “refusenik grigi”)

In Israele, l’esercito è più di una semplice istituzione. Fa parte del tessuto sociale, con il servizio militare e l’identità laica ebraico-israeliana profondamente intrecciati. E inizia presto: dalla scuola elementare, agli studenti viene insegnato che un giorno saranno i soldati che proteggeranno i bambini proprio come loro, con i soldati che visitano le aule e le scuole che incoraggiano esplicitamente gli studenti ad arruolarsi. A 16 anni, quei bambini ricevono i loro primi ordini di reclutamento, culminando con la coscrizione a 18 anni. Molti lo vedono come un onore, un dovere e un rito di passaggio.

Israele non è tuttavia nuova a questo tipo di rigetto. La prima ondata significativa di rifiuto dei riservisti arrivò con lo scoppio della prima guerra in Libano nel 1982 quando quasi 3.000 riservisti firmarono una petizione per non unirsi alle forze di difesa israeliane per “risolvere il problema palestinese con la guerra”. Di quelli, quasi 160 vennero incarcerati.

Il movimento ‘C’è un limite’ ha quindi incoraggiato il rifiuto selettivo di servire nei territori palestinesi occupati in risposta alla brutale repressione dell’esercito israeliano della prima rivolta palestinese nel 1987. Durante la seconda Intifada, a partire dal 2000, c’è stata un’ulteriore ondata di rifiuto selettivo, con i riservisti che hanno ottenuto una certa legittimità “parlando con l’autorità di essere venuti direttamente dal campo”.

Nel 2003, un gruppo di piloti dell’aeronautica israeliana provocò la furia nazionale quando si sono rifiutati di prendere parte alle operazioni in Cisgiordania e a Gaza. Inviando una lettera ai media, hanno bollato gli attacchi ai territori come “illegali e immorali”.

Il caso fu degno di nota, coinvolgendo membri dell’esercito d’élite come il generale di brigata Yiftah Spector, considerato una leggenda nelle forze per il suo attacco al reattore nucleare iracheno nel 1982. Il governo ha accusato i piloti di “piagnucolare pretenziosamente”.

Nello stesso anno, anche i commando d’élite del paese sfidarono gli ordini di effettuare attacchi sui territori occupati. Stabilendo la loro posizione in una lettera, 15 riservisti dell’unità Sayeret Matkal, spesso paragonati al SAS dell’esercito britannico, dissero: “Non corromperemo più il timbro dell’umanità in noi svolgendo le missioni di un esercito di occupazione. “In passato, abbiamo combattuto per una causa giustificata (ma oggi), abbiamo raggiunto il limite dell’oppressione di un altro popolo”.

Nel 2007, la modellaBar Refaeli sposò un amico per evitare il servizio militare, dicendo in seguito alla stampa che “le celebrità hanno altre esigenze”. Più tardi, per evitare danni alle aziende per cui lavorava, accettò di partecipare a una campagna di arruolamento. Il caso ha acceso un dibattito su quanto sia facile schivare la coscrizione.

Più recentemente, le minacce di rifiuto sono state utilizzate anche come leva politica nei confronti dell’esecutivo: al culmine delle proteste contro le riforme giudiziarie proposte nell’estate del 2023, 1.000 piloti di combattimento israeliani d’élite si rifiutarono di servire fino a quando le riforme non sono state abbandonate. Hanno citato i piani del governo come una minaccia alla democrazia israeliana.

Occorre ricordare che il diritto all’obiezione di coscienza al servizio militare è protetto dal diritto internazionale, sancito dall’articolo 18 del Patto internazionale sui diritti civili e politici (ICCPR). La Commissione delle Nazioni Unite per i diritti umani ha dichiarato che gli Stati devono “astenersi dal sottoporre gli opporitori di coscienza alla reclusione e a punizioni ripetute per mancata prestazione del servizio militare”.

Tuttavia, è pratica comune in Israele, non solo imprigionare gli obiettori, ma, come abbiamo visto, ripetere le condanne più volte. Nel 2003, il gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sulla detenzione arbitraria ha affermato che il diritto internazionale vieta il “doppio pericolo”.

L’obiezione selettiva non è un’opzione. Nel 2002, l’Alta Corte di Giustizia israeliana ha stabilito che consentire ai soldati di non servire nei territori occupati avrebbe “allentato i legami che ci tengono insieme come popolo”.

Il caso era stato portato da un gruppo chiamato Courage to Refuse, che ha detto che i loro doveri avrebbero comportato “dominare, espellere, affamare e umiliare un intero popolo”.

In questo frangente, tuttavia, nel proseguire nella guerra a Gaza, a detta di chi vi si oppone anche al costo di finire in carcere, ne va dell’esistenza stessa di Israele, come faceva notare un articolo sul ‘New York Times’, in cui si sottolineava che ‘rifiutare di servire non è un tradimento dello Stato. Rifiutare è l’unico modo per salvarlo”. Se questa è la posta in gioco e se non lo vuole salvare chi ne guida il governo, c provano ad agire alcuni cittadini.

È così? Lo abbiamo chiesto a Leonie Fleischmann, Docente Senior di Politica Internazionale presso la City St George’s dell’Università di Londra.

 

Dottoressa Fleischmann, da poche settimane ha ormai preso il via la fase finale dell’occupazione di Gaza city. Un mese fa, quando venne annunciata, 600 tra ex generali e capi dei servizi segreti israeliani, chiedevano a Trump di intervenire su Netanyahu per fargli cambiare idea mentre, sullo stesso tema, il capo di Stato Maggiore Eyal Zamir, denunciando i pericoli, si è scontrato pubblicamente con Netanyahu. Il solido asse vitale tra esercito e governo israeliano si sta incrinando a causa delle politiche e degli eccessi di Netanyahu? Quali sono i rischi?

I rapporti hanno evidenziato scontri tra il capo di stato maggiore dell’IDF e Netanyahu sulla strategia militare e sui piani di evacuazione per i civili a Gaza. Zamir ha sfidato la decisione di attaccare Gaza City e il conseguente spostamento dei palestinesi. Tuttavia, questo sta ancora andando avanti. Queste tensioni non sono nuove, con Netanyahu che ha respinto molte preoccupazioni militari durante la guerra a Gaza. Le tensioni con la leadership dell’IDF non sono un rischio per Netanyahu poiché sostituirà semplicemente quelle figure della sicurezza che potrebbero non essere d’accordo con lui o non essere disposte a eseguire gli ordini. Nell’ultimo anno, il Primo Ministro ha sostituito tutte le figure chiave della sicurezza che erano in carica il 7 ottobre. Perché il dissenso sia significativo nelle operazioni attuali, ci deve essere un disaccordo diffuso da parte di tutti i livelli dell’IDF, non solo degli ex generali.

Paradossalmente, i militari, che poi sono coloro che vanno a fare la guerra e ne subiscono le conseguenze, sono sempre stati più cauti dei politici. Qual è il sentiment attualmente nell’esercito israeliano? Cresce il dissenso nei confronti del governo?

È stato riferito che la leadership dell’IDF è preoccupata per la carenza di risorse umane. Questo non è solo a causa dei rifiuti, ma perché Israele sta combattendo su più fronti e l’assalto a Gaza è in corso da quasi due anni. Mentre ci sono state centinaia di riservisti che si sono rifiutati di servire nell’attuale ciclo di chiamate, il dissenso non è diffuso. Coloro che si rifiutano lo fanno in parte per esaurimento, essendo stati chiamati per più turni di servizio di riserva dall’ottobre 2023 e anche a causa della crescente convinzione che la guerra non sia efficace. Pochi rifiutano per ragioni ideologiche o preoccupazioni morali per i palestinesi. Il dissenso sta crescendo tra il pubblico israeliano. B’Tselem, l’Organizzazione israeliana per i diritti umani, ad esempio, ha etichettato la guerra a Gaza come un “genocidio”. Ci sono state regolari proteste contro Netanyahu, con molti che lo hanno criticato per aver agito per motivi politici, vale a dire mantenere unita la sua coalizione, piuttosto che strategica. Molti sono particolarmente critici nei confronti del governo per non aver salvato con successo gli ostaggi. Tuttavia, questo dissenso non è ancora abbastanza diffuso da avere un impatto significativo sul governo. La maggior parte della società israeliana vede ancora la guerra a Gaza come una risposta necessaria al 7 ottobre e come l’unico mezzo per sbarazzarsi di Hamas.

Come funziona la coscrizione nazionale e la riserva in Israele?

L’esercito in Israele è conosciuto come “l’esercito del popolo” a causa della coscrizione nazionale e perché include una percentuale significativa di soldati di riserva. A parte alcune esenzioni, tutti i diplomati devono arruolarsi per la coscrizione nazionale. Ci sono più posti di lavoro all’interno dell’IDF per i diciottenne, con solo una percentuale che entra in unità di combattimento. Dopo aver completato tra i 18 e i 36 mesi di servizio obbligatorio (la durata dipende dal sesso e dall’unità), alcune unità entrano nella forza di riserva. Sono chiamati sporadicamente alcune volte all’anno fino a raggiungere circa 40 anni. Quando c’è una guerra o un aumento delle tensioni, i riservisti saranno chiamati per periodi di tempo più lunghi.

40.000 soldati riservisti sono stati chiamati a fare rapporto per il servizio martedì 2 agosto. Altri 90.000 sono dovuti per la mobilitazione entro la fine del primo trimestre del 2026. Ma i rapporti suggeriscono che il numero dei riservisti che non si presentano per il servizio militare, quello dei renitenti sta crescendo. Perché? Non si condividono le ragioni della guerra?

Ci sono diversi motivi per cui non si sono presentati. Molti soffrono di esaurimento fisico ed emotivo, avendo trascorso più lunghi periodi al servizio a Gaza dall’ottobre 2023. Questo li allontana dalla loro vita quotidiana, dai loro lavori e dalle loro famiglie. Semplicemente non vogliono più dover tornare in servizio. Per altri, mentre potrebbero aver originariamente concordato con lo scopo della guerra, ora ha raggiunto una linea rossa che non sono disposti a superare. Per alcuni, il loro rifiuto è dovuto alle critiche per l’incapacità di Israele di salvare gli ostaggi presi da Hamas il 7 ottobre, così come la morte di molti degli ostaggi a causa del fuoco israeliano. Altri non desiderano più servire perché hanno visto la distruzione causata ai palestinesi a Gaza. Per altri, si sono resi conto che Netanyahu sta agendo per motivi politici per rimanere al potere, piuttosto che mosse strategiche per salvare gli ostaggi e garantire la sicurezza di Israele.

Perché è un problema per il governo?

Perchè il governo ha bisogno dei suoi soldati di riserva per condurre le operazioni pianificate a Gaza, così come su altri fronti. Le critiche di generali e soldati, che sono ben rispettati all’interno della società israeliana, saranno un problema per Netanyahu quando si indiranno le prossime elezioni.

Lei invita a “fare una distinzione tra il minor numero di adolescenti israeliani che si rifiutano di arruolarsi nell’IDF del tutto e quelli che hanno rifiutato il loro dovere di riserva”. Perchè? Qual’è la differenza? Le motivazioni sono diverse?

Gli adolescenti che rifiutano pubblicamente e vanno in prigione sono intesi come “obiettori di coscienza”. Ciò significa che non sono d’accordo ideologicamente e politicamente con l’establishment militare israeliano e con l’oppressione israeliana dei palestinesi attraverso l’occupazione, l’apartheid e ora il genocidio. Possono anche essere pacifisti. Si rifiutano quindi di partecipare al sistema. I “riservisti” hanno già prestato servizio nell’esercito israeliano attraverso la coscrizione nazionale post-liceo e potrebbero aver svolto altri periodi di servizio di riserva. Tuttavia, ora si sono rifiutati di continuare a servire perché sentivano che era stata superata una linea rossa. Questo rifiuto può essere selettivo. Ad esempio, alcuni degli attuali riservisti potrebbero rifiutarsi di servire a Gaza, ma sarebbero disposti a essere schierati al confine con il Libano. Gli adolescenti israeliani si rifiutano del tutto di unirsi all’IDF.

La prima ondata significativa di rifiuto dei riservisti arrivò con lo scoppio della prima guerra in Libano nel 1982. Qual’è la storia dei ‘refuseniks’ militari?

La prima ondata significativa di rifiuto dei riservisti arrivò con lo scoppio della prima guerra in Libano nel 1982. Quasi 3.000 riservisti hanno firmato una petizione affermando di non unirsi alle forze di difesa israeliane per “risolvere il problema palestinese con la guerra”. Circa 160 sono stati incarcerati. Un movimento chiamato Yesh Gvul (C’è un limite) è emerso e ha promosso successive ondate di rifiuto dei riservisti e sostenuto coloro che sono imprigionati. In particolari inflessioni nella storia di Israele, diverse unità o gruppi di generali hanno parlato pubblicamente del loro disaccordo con la traiettoria che il governo ha preso e ha minacciato di rifiutarsi di servire. C’è stata anche un’ondata coerente, ma piccola, di rifiuti delle scuole superiori, che sono conosciuti come gli “Shministim”. Questi individui rifiutano per motivi ideologici e vengono mandati in prigione. Questi individui sono supportati da altre organizzazioni, come New Profile.

L’Israel Defense Force ha lanciato l’operazione «Starting Anew» (Ricominciare) offrendo il condono ai molti, ormai troppi, che hanno rifiutato la chiamata per il servizio militare obbligatorio dallo scoppio della guerra di Gaza ad oggi. Dal 21 agosto, chi risulta inadempiente potrà sanare la propria posizione. Se così sarà, promette l’Idf, sarà cancellata ogni sanzione a chi si rifiuta di servire nell’esercito d’Israele. Avrà successo nel ridurre la renitenza?

Non sono convinta di come questo incoraggerà coloro che si sono rifiutati di tornare al servizio dato che non affronta i problemi che i riservisti stanno affrontando, né risponde alle loro critiche alle operazioni.

Pochi giorni fa, otto renitenti alla leva haredi sono stati arrestati all’aeroporto internazionale Ben-Gurion, prima di imbarcarsi su un volo per l’Ucraina. Gli ultra-ortodossi avrebbero dovuto partecipare al pellegrinaggio di Bratslav a Uman, in Ucraina, in vista di Rosh Hashanah. L’esenzione alla leva militare per gli ultraortodossi, tema molto caro alle estreme destre israeliano, favorisce l’aumento dei ‘refuseniks’? Per quanto ancora sarà politicamente sostenibile l’esenzione agli ultraortodossi?

Ci sono state recenti mosse verso l’arruolamento obbligatorio della comunità Haredi. Questo è in risposta alle critiche secondo cui la comunità ultra-ortodossa non contribuisce allo stato allo stesso modo delle altre comunità. Questa è una fonte significativa di tensione all’interno della società israeliana. L’argomento per rimuovere l’esenzione è che tutti nella società dovrebbero sopportare l’onere di difendere lo Stato di Israele. Non vedo come questo sia correlato all’attuale ondata di refusenik, dal momento che rifiutano sulla base di esperienze personali e rifiuto di ciò che sta accadendo a Gaza, piuttosto che per dispetto per l’esenzione Haredi. Il futuro dell’esenzione per gli ultraortodossi dipenderà da chi è nel prossimo governo israeliano. Se i partiti ultra-ortodossi sono necessari per creare una coalizione, allora il disegno di legge proposto per rimuovere l’esenzione potrebbe essere ignorato. Se si forma un governo centrista, allora è probabile che la stesura di questa comunità andrà avanti.