«Coloro che progettano in segreto e vendono la loro gente per mercenari ne subiscono le conseguenze». Questo il tweet del Ministro Saudita per gli Affari del Golfo Thamer al-Sabhan in riferimento alla decisione del Regno e di altri tre paesi arabi (Egitto, Emirati Arabi Uniti e Bahrain) di rompere le relazioni diplomatiche con il Qatar. Nelle ultime ore, a questa schiera, si sarebbero aggiunti anche lo Yemen, nel governo riconosciuto a livello internazionale guidato dal presidente Abd Rabbo Mansur Hadi, e la Libia, nel governo di Tobruk.

La decisione sarebbe motivata dall’ accusa rivolta all’ Emirato di sostenere e proteggere «numerosi gruppi terroristici che minano a destabilizzare la regione, come i Fratelli musulmani, l’Isis e al Qaida» e di  diffondere«tramite i suoi media la visione e i progetti di questi gruppi, le attività di gruppi appoggiati dall’Iran nella regione saudita di Qatif e in Bahrain». Il Qatar, secondo il comunicato dell’ Arabia Saudita, sarebbe legato a doppio filo all’ avversario storico del Regno, l’ Iran, contribuendo, attraverso un’ attività di finanziamento segreta e costante, al caos che investe da anni la regione mediorientale.

A queste dichiarazioni, il Ministero degli Esteri del Qatar ha ribattuto affermando che «mettere sotto tutela lo Stato del Qatar è l’obiettivo evidente della decisione saudita», basata «su affermazioni e accuse che non hanno basi concrete», perseguendo l’ obiettivo di isolare non solo diplomaticamente, ma anche geograficamente il piccolo Stato, che sembra strizzare l’occhio al rivale di sempre, la Repubblica Iraniana: infatti l’ Arabia Saudita ha annunciato la chiusura dell’ unico confine terrestre, mentre gli altri tre hanno annunciato l’ interruzione dei collegamenti marittimi e aerei. Sono stati dunque bloccati i voli della Qatar Airways ed è stato intimato il ritiro, nel giro di 48 ore, del personale diplomatico qatarino.

L’ Emirato, retto dal 1995 dalla famiglia al-Thani, che ne acquisì la guida con un colpo di stato, è un Paese molto ricco, con circa mezzo milione di abitanti, che si trova in una posizione strategica all’ interno della cornice del Golfo, tanto da ospitare il Centcom, ossia il comando centrale delle forze degli Stati Uniti in Medioriente.

Ma come si sarebbe giunti al tragico epilogo di queste ore? La risposta risiederebbe in un attacco hacker subito dal Qatar negli ultimi giorni che avrebbe attribuito, tramite un account twitter falso, una serie di dichiarazioni all’ Emiro Tamin bin Hamad Al-Thani.  In queste frasi attribuitegli, Tamin bin Hamad al-Thani avrebbe mostrato un grande sostegno alla Repubblica Islamica, all’ organizzazione palestinese di Hamas, in chiara contrapposizione al blocco saudita.

«Questa è un’opportunità per collaborare», ha affermato Lieberman, il ministro della Difesa evidenziando come i paesi che hanno rotto le relazioni con il Qatar hanno di fatto abilitato Israele ad unirsi a loro per cooperare nella lotta al terrorismo. Lo Stato ebraico si è detto «aperto alla cooperazione»  contro il terrorismo. Lieberman ha però chiarito che «non bisogna condizionare i legami tra Israele e gli Stati arabi moderati con la questione palestinese».

Bisogna ricordare che il Qatar è una delle più grandi riserve naturali di gas, interesse che lo lega all’ Iran, ma è contemporaneamente un membro, anche se non di grande rilievo, dell’ OPEC: il dissidio tra le varie potenze del Golfo potrebbe minare la stabilità dell’ accordo sui tagli alla produzione di petrolio. Tant’è che se nelle prime ore successive all’ annuncio della rottura delle relazioni diplomatiche, il prezzo del petrolio aveva subito un rialzo, ha chiuso in ribasso.

Ma quali sono le implicazioni di questa tensione, fondamentalmente, tra Arabia Saudita e Qatar? Abbiamo chiesto a Francesca Biancani, Docente di Storia e istituzioni del Medioriente e di Relazioni Internazioniali del Medioriente presso la Scuola di Scienze Politiche Alma Mater Studiorum dell’ Università di Bologna.

EgittoArabia SauditaEmirati Arabi e Bahrain hanno interrotto i rapporti diplomatici con il Qatar. Tra le principali motivazioni addotte vi è il sostegno alle attività terroristiche dei gruppi sciiti vicino all’ Iran  e altri gruppi come i Fratelli musulmani, l’Isis e al Qaida, destabilizzando l’ intera regione. La risposta del Qatar è stata: «Le misure sono ingiustificate e sono basate su affermazioni e accuse che non hanno basi concrete». Secondo Doha, i tweet attribuiti all’emiro del Qatar, lo sceicco Tamim ben Hamad Al Thani e poi rimbalzati su tutti i media arabi sarebbero frutto dell’ attività di hackers. Allora si tratta di una reazione giusta, basata su un’ accusa fondata, oppure no?

Ci si riferisce all’ hackeraggio dell’Agenzia di Stampa del Qatar che avrebbe diffuso una serie di dichiarazione false, il 24 maggio scorso, attribuite a Shaykh Tamim, in cui il leader qatarino esprimeva supporto all’Iran, Hamas, criticando la leadership del blocco sunnita detenuta dall’Arabia Saudita, il suo legame con un paese, gli USA, dalla leadership esso stessa non scevra da pecche, avvenuto nella notte del 24 maggio. Diciamo che la tempistica del fatto, la velocità con cui i media controllati da Ryad, al Arabiyya, al Akhbariyya ed Emirati, Sky Arabia in primis, hanno rilanciato le notizie con profusione di commenti, il fatto stesso che nei giorni precedenti fossero usciti sulla stampa americana, questa volta, vari editoriali che vedevano come problematico per la sicurezza regionale il ruolo del Qatar, un Paese che solitamente non ha tutta questa copertura mediatica, farebbe pensare ad un piano ben orchestrato per delegittimare la leadership di al-Tamim e, presumibilmente, creare le condizioni per un cambio di regime.

La prima rottura risaliva al 2014, dopo che Riad aveva appoggiato il colpo di mano del generale Al-Sisi contro il presidente islamista Mohammed Morsi. Ma una piccola frattura risaliva al 1995 quando il padre  dell’attuale emiro, Hamad bin Khalifa al-Thani, prese il potere nel 1995 con un golpe. La degenerazione dei rapporti è stata un processo lento?

La degenerazione dei rapporti è stata un processo lento certo, ma è evidente, che sicuramente ha conosciuto una accelerazione con l’intensificarsi della competizione a livello regionale tra Arabia Saudita e Iran. Un’Arabia Saudita massimalista che cerca di fomentare la polarizzazione nell’area finisce per danneggiare la politica regionale del Qatar che è stata basata sull’opera di mediazione e sulla diplomazia per  ovviare ad una chiara mancanza di rilevanza strategica.

Il ministero degli Esteri del Qatar, in un comunicato diffuso tramite l’agenzia nazionale Qna, ha affermato che «mettere sotto tutela lo Stato del Qatar è l’obiettivo evidente della decisione saudita, del Bahrain e degli Emirati Arabi Uniti, presa in coordinamento con l’Egitto». E’ condivisibile questa analisi?

Si credo che sia condivisibile. E’ chiaro che si tratti di un attacco frontale ad un Paese che ha rivendicato un’autonomia di azione politica rispetto al blocco sunnita capeggiato dall’ Arabia Saudita e ‘consacrato’ dal recente Summit di Riad con Donal Trump. Nonostante le dichiarazioni improntate alla cautela di queste ultime ore,  mi  riferisco a quelle di Tillerson, è anche vero che in questo momento la politica americana nel Golfo è quasi ‘guidata’ dall’ Arabia Saudita.

Quanto influisce, in questa presa di posizione contro il Qatar, il rinsaldato legame tra Arabia Saudita e Stati Uniti, a dieci giorni dal viaggio di Trump durante il quale è stato siglato un patto per la vendita di 100 miliardi di armi al Regno? E’ una mossa per imporsi come leader della regione?

Influisce e molto. L’interesse dell’ Arabia Saudita è quello di rilanciare una presenza forte degli Stati Uniti in Medio Oriente in funzione anti-Iran. Trump ha preso una posizione che è quella di sostegno a tutti quei regimi pro-status quo in nome della lotta al terrorismo islamico e al potenziale destabilizzatore dell’ Iran. Arabia Saudita e Trump hanno un obiettivo comune nel limitare la proiezione di potenza iraniana in Medio Oriente. L’isolamento di Teheran è oggi il cemento della alleanza tra Arabia Saudita e Stati Uniti, a parte le commesse di armi milionari e gli straordinari investimenti esteri sauditi negli States. Per questo gli Stati Uniti accettano senza batter ciglio la narrazione settaria dell’ Arabia Saudita in toto, ad esempio sulla proxyness degli Outhi e la loro completa dipendenza dall’ Iran in Yemen. Insomma sicuramente entrambe le parti, Arabia Saudita e USA, hanno dei vantaggi nell’ immediato, ma non si sa nel lungo periodo quanto agli Stati Uniti potrebbe convenire un rinnovato coinvolgimento negli affari del Medio Oriente come protettore di Israele e Arabia Saudita.

Tillerson ha detto che l’amministrazione di Donald Trump incoraggia «le parti a sedersi insieme e a risolvere le differenze […] Se c’è un ruolo che possiamo giocare per aiutarli a risolvere questi problemi, pensiamo che sia importante che il Consiglio per la cooperazione del Golfo resti unito». Quali possibili conseguenze vi possono essere nei già precari rapporti tra Stati Uniti/Arabia Saudita e l’ Iran?

La dichiarazioni dell’ Iran sono state per ora improntate ad una certo senso di responsabilità. Il pericolo per la sovranità del Qatar è effettivamente sottolineato dal richiamo di Teheran al rispetto dell’ autonomia di ogni stato. L’Iran non ha interesse a fomentare la tensione regionale e l’isolamento. Rimane ovviamente che un Iran più isolato e più minaccioso per tutto l’ordine regionale.

Le quattro nazioni arabe hanno annunciato anche di voler tagliare il traffico aereo e marittimo verso il paese peninsulare. Può dirsi tramontato il vago sogno di “NATO araba”?

Beh insomma, mi sembra che in questo momento, su ogni piano, la capacità di cooperazione trai i Paesi del Golfo sia compromessa, se non altro nel breve periodo. Si tratta effettivamente di una crisi senza precedenti.

I quattro Paesi hanno annunciato il blocco delle trasmissioni di Aljazeera, accusando il Qatar di diffondere « tramite i suoi media la visione e i progetti di questi gruppi, sostiene le attività di gruppi appoggiati dall’Iran nella regione saudita di Qatif e in Bahrain». Perché risulta così importante in questa disputa l’ emittente qatarina Al Jazeera?

Perché al- Jazeera è da sempre il principale attore del soft-power qatarino.

In questi giorni i discendenti sauditi di Ibn Abd al-Wahhab, capostipite della fazione wahabita, hanno chiesto alla famiglia reale del Qatar di cambiare nome alla più importante moschea del Paese. A lanciare l’iniziativa 200 discendenti del leader religioso musulmano del 18mo secolo, i quali negano una parentela diretta fra al-Wahab e l’attuale famiglia regnante in Qatar, gli al-Thani. Il Qatar è di professione islamica wahabita, ma avrebbe legami con l’Iran sciita. Vi è anche una componente religiosa in questa frattura?

La componente religiosa conta fino a un certo punto, ovvero è utilizzata in maniera strumentale a questione di interesse di stato ed egemonia. La questione della moschea di cui sopra ha che fare  con la volontà dell’ establishment wahabita di tutelare il proprio “brand’ , intenso come standard di ortodossia religiosa da mobilitare a scopo politico, negando ogni relazione di parentela , reale o fittizia, tra il fondatore del Wahabismo e la famiglia regnante in Qatar, al Thani ( l’ emiro sostiene che fosse il suo trisavolo).  Screditare la dinastia regnante chiedendo formalmente che l’ intitolatura ad Abd al Wahab venga rimossa significa screditarli come sunniti in un certo senso, com’è tipico del settarismo wahabita.